Giosuè Carducci

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Giosuè Carducci viene definito l'ultimo dei classicisti e l'ultimo dei romantici. Fu il primo italiano a ricevere il premio nobel per la letteratura, nel 1906.
Giosuè Carducci nasce nel 1835 a Valdicastello, in Versilia (è stata la prima famosa zona del turismo d’elite. Prima il turismo era una prerogativa d’elite, riservata a nobili e aristocratici che avevano ville in campagna e trascorrevano lì la villeggiatura. L'andare in vacanza al mare per prendere il sole e fare il bagno sarà una moda che prenderà piede all'inizio del '900. Dopo gli anni 60 quando c’è il boom economico comincia il turismo di massa); il padre era un carbonaro medico e lo costrinse ad imparare a leggere sui Promessi Sposi, motivo per cui odiò il libro per anni (per liberarsi di tale odio impiegò anni). Frequentò la scuola normale di Pisa (le scuole normali erano le università che servivano a preparare le personalità più alte), che è un’università d’elite, fa studi classici. A 21 anni si laurea e comincia ad insegnare

Terenzio Mamiani lo chiama a ricoprire la cattedra di lettere all’università di Bologna.
Pascoli sarà in un certo senso allievo di Giosue Carducci perché quando andrà a fare il concorso per l’insegnamento, nella commissione degli esaminatori ci sarà anche Giosue Carducci.
A Bologna Giosuè Carducci trascorre diversi anni dove fa famiglia ed avrà tre figlie femmine e due maschi, Francesco e Dante. Lo chiama Dante perché era il fratello di Carducci morto suicida. Il bambino muore a tre anni. A lui dedica la poesia Pianto antico.

Per pianto antico si intende il dolore di tutti i padri che nel corso della storia, contrariamente a quella che dovrebbe essere la natura, al posto che essere seppelliti dai figli hanno seppellito i figli, quindi è una situazione antica come il mondo ed è la situazione del poeta come molti altri.
Guardando il giardino di casa fiorito,perché è luglio, si ricorda del figlio quando era li a giocare. Per Carducci la vita è la luce, Sole, calore, mentre la morte è assenza, la terra fredda, tutto freddo, … la sua concezione è dunque pagana (non c’è una fede cristiana secondo cui l’anima sopravvive o l’idea di rivedersi); egli ha una concezione fisica sia della vita che della morte.

Sempre a Bologna intreccia una relazione con Carolina Cristofori Piva, ex moglie di Domenico Piva, che sarà una sorta di musa ispiratrice di molte delle sue poesie, nelle quali la chiamerà con il nome classico Lidia (molto usato per esempio da Orazio) e Lina come diminutivo.
Inizialmente dal punto di vista politico era un giacobino, rivoluzionario, anticlericale, uomo che esaltava la rivoluzione francese, celebrata nella collana di 10 sonetti intitolata Ca ira . Mentre all'inizio e molto critico nei confronti della società, della Chiesa, nel corso degli anni c’è un progressivo avvicinamento alle istituzioni→ secondo alcuni malevoli per i begli occhi della regina Margherita, che lui aveva avuto modo di incontrare, ma più probabilmente perche con l'età era divenuto il poeta vate della terza Italia; Giosuè Carducci è un poeta vate nel senso civile di guida morale.
(la prima Italia fu l’antica Roma repubblicana, poi ci fu quella imperiale, poi ci fu un vuoto nel senso che per secoli l’Italia fu un’espressione geografica, dalla caduta dell’Impero romano d’Occidente all’unità d’Italia; dall’unificazione l’Italia torna ad esistere ed ecco la Terza Italia). Quindi poiché era divento cantore di questa Italia riconosciuta a livello nazionale diventò conservatore, probabilmente anche grazie a questa spinta. Da dove era partito approda quindi in tradizioni filo monarchiche, filo crispine.
L'estetismo è una corrente del decadentismo che consiste nel concepire la vita come un’opera d’arte, come qualcosa di inimitabile e in cui l’unica preoccupazione è la ricerca del piacere e della bellezza (ha come esponenti Oscar Wilde, D'Annunzio). Quando si fa riferimento a il Vate si fa riferimento a D'Annunzio per antonomasia, degli altri personaggi possiamo dire che sono dei poeti vate, ma bisogna specificare di chi si parla (Leopardi, Foscolo).
Nel 1906 vince il premio nobel per la letteratura (il primo in Italia); l’anno successivo muore a Bologna.
È sostanzialmente un poeta, il grosso della sua produzione è poetica, anche se ha scritto testi in prosa.
E' stato definito l'ultimo dei classicisti e l'ultimo dei romantici. Che egli abbia avuto un'impostazione classicistica è indubbio, che percepiamo:
• nella sua concezione della poesia: ha una concezione altissima della poesia che non deve ne abbassarsi né al realismo crudo e patetico della scapigliatura, nè ai manzonismi degli “stenterelli” (lo stenterello è una maschera toscana), espressione con cui Carducci bolla i manzoniani (non Manzoni ma i suoi imitatori) che secondo lui riducevano la lingua a qualcosa di sciatto e trasandato. Quindi è in polemica sia con i manzonismi, che con gli scapigliati, con i veristi, che secondo lui degradano la funzione dell’arte, abbassandola a dei livelli che non sono concepibili. Ha un'alta opinione non solo della poesia, ma dell'arte in genere, che a volte sfocia anche nella retorica. Quindi ha questa visione di tipo classicheggiante.

• Nella concezione del mondo antico: rispetto a quello greco, a cui dedica Le primavere elleniche , ha una visione idealizzante, vede nel mondo greco l’ideale della bellezza,della perfezione, dell’armonia (fa riferimento al mito dell'Ellade serena), il mondo romano gli e invece più consono, soprattutto la storia dell’età imperiale,in quanto espressione di determinati ideali quali quello di forza,coraggio. In alcuni componimenti, ad esempio in quello Dinnanzi alle terme di Caracalla, Carducci mette in opposizione la grandezza del mondo antico che ancora traspare nelle rovine delle terme, con la pochezza, la meschinità, del mondo a lui contemporaneo, la pochezza dei suoi uomini, ad esempio della classe politica. Quindi c’è il sottolineare la grandezza del mondo antico, del modo romano, che non c’è più ma c’è una grandezza che comunque traspare, si avverte e la miseria della società presente, dove c’è corruzione ecc..

(Altro tempo per il quale ha grande ammirazione e il Medioevo in quanto periodo di forza, lotta, tutti aspetti che lui trovava nel suo carattere combattivo; tendeva a riscontare i tratti del suo carattere nel luogo in cui era vissuto cioè la Maremma, che sembra avere a sua volta un aspetto fiero e sdegnoso).

• Nella lingua: la lingua usata da Carducci, che era toscano, è quella aulica, classica, quella della migliore tradizione.

• Un altro aspetto classicheggiante lo troviamo nei titoli delle raccolte poetiche (Juvenilia, Levia gravia,che contiene poesie leggere e poesie serie, Giambi ed epodi(prende il titolo da Orazio)).

Le Odi barbare sono una raccolta poetica, la più significativa, intitolata così perché Giosue Carducci riproduce in questi testi la metrica degli antichi, ma, essendo tecnicamente un'operazione difficile, egli diceva che se le avessero sentite gli antichi le avrebbero definite come delle odi scritte da un barbaro che ha fatto del suo meglio, ma che non ha ottenuto grandi risultati.
Il latino ed il greco erano lingue ad accento quantitativo; sia che uno faccia la lettura ecclesiastica (quella fatta dalla Chiesa) sia che uno faccia la lettura classica (che è vera dal punto di vista dei suoni), il problema a monte è che il latino era una lingua ad accento quantitativo, cioè l’accento si colloca in base alla quantità della sillaba, cioè va sulla penultima sillaba se questa ha quantità lunga e sulla terzultima se la penultima ha quantità breve. L’italiano è invece una lingua ad accento ritmico e per mettere l’accento ci fermiamo un attimo sulla sillaba accentata (esempio tornare) ed il problema è che leggiamo il latino con l’accento della lingua italiana.

I problemi della metrica sono quindi che il latino ha anche una metrica quantitativa( e quindi ha dei piedi basati sulla quantità), mentre l’italiana ha una metrica basata sul numero delle sillabe.

Giosuè Carducci è l’ultimo dei classicisti (classici sono antichi e romani, classicisti sono coloro che riprendono i classici), ma anche l’ultimo dei romantici, innanzitutto:
• per il contrasto ideale reale. Il contrasto tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere è rappresentato da un asino brigio e dai bianchi puledri che rappresentano gli ideali. Lo dice anche in Attraversando la maremma toscana dove dice che ha sempre cercato di raggiungere il suo ideale, non l’ha mai raggiunto e a breve morirà. Quindi il contrasto tra mondo ideale e reale è romantico.
• Lo stesso disprezzo per gli uomini della sua epoca in contrasto con i grande del passato ha impronta romantica.
• Un altro elemento romantico è la consonanza tra lo stato d’animo del poeta e il paesaggio.
• Poi c’è il valore pedagogico, educativo che attribuisce alla poesia, quindi come facevano i romantici.
• Inoltre c’è anche una critica definita margine decadente = lui vive nella realtà del realismo, del positivismo, nella fiducia del progresso, celebrata in Inno a satana; è anticlericale e scrive questo inno in cui saluta il progresso rappresentato dal treno, che rappresentava una rivoluzione nei trasporti perché consentiva in tempi ridotti a molte persone di compiere tragitti lunghi. Quindi è un’innovazione, il simbolo del progresso. Perciò non è un poeta decadente, è positivista. C’è un margine decadente nel senso che appare marginalmente l’influenza del decadentismo in alcuni testi che hanno come tema il tedio esistenziale, le immagini definite.
In San Martino si atteggia a cantore di questa nuova Italia e quindi è il poeta vate di quel momento.

Nella piazza di san Petronio

È una piazza di Bologna. Vive qui dopo che ha ricevuto la cattedra di letteratura. Fa parte delle Odi barbare perchè lo sforzo che lui fa è di trasferire la metrica latina in quella italiana e nel far questo ha buoni risultati. Chi avrà risultati ancora migliori è Pascoli che addirittura scriverà testi in latino perché era bilingue (sapeva benissimo il latino).
È un’operazione difficile perché la metrica latina è quantitativa, quella italiana è accentuativa. Quindi cerca di rendere ritmico il verso latino.


Alla stazione in una mattina d'autunno


Fa sempre parti delle Odi barbare, ma è un testo comunque diverso. Ha una strofa alcaica che è stata inventata dal poeta greca Alceo (struttura metrica complessa).
Le novità poetiche sono: il poeta accompagna la donna amata, Carolina Cristofori Piva, a prendere il treno alla stazione di Bologna in una mattina di autunno; quindi la poesia ha una struttura metrica classicissima, un linguaggio aulico preso dalla tradizione, ma un contenuto realistico, moderno. Questa è la sua novità. Mette poi una sensibilità decadente con gli altri elementi.
Il tema del treno e della stazione sarà ripreso da altri poeti (come Montale, guarda pagina 417 la scheda Il tema del treno e il classicismo modernista in Montale)

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