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Giosue Carducci


Giosue Carducci nacque a Valdicastello il 27 luglio 1835. Da piccolo si spostò in Maremma e si trasferì nella zona di Bolgheri, per poi seguire un corso di studi a Firenze ed essere ammesso, nel 1853, alla Scuola Normale di Pisa. Nel 1856 si laureò in filosofia e filologia, fondando una società, gli Amici pedanti, che tentava di restaurare il classicismo.
Nel 1857 morì suo fratello Dante in circostanze ancora poco chiare. Poco dopo avvenne pure la morte del padre: questo comportò che Giosuè assumesse la guida della famiglia e cercasse di guadagnare qualche sol-do fondando la rivista Il Poliziano. Nel 1859 si sposò con Elvira Menicucci da cui ebbe la figlia Beatrice. L’anno successivo diventò professore di eloquenza (letteratura italiana) a Bologna. L’Italia Unita deluse le sue aspettative e cominciò a schierarsi politicamente, con idee repubblicane, anticlericali e in seguito persino anarchiche e vicine al socialismo.
Nel 1868 pubblicò la sua prima raccolta in quattro libri intitolata Levia gravia, ispirata ad Ovidio. Ad ogni modo, per i suoi atteggiamenti sovversivi, Carducci venne sospeso dalla cattedra di lettere a Bologna. Ap-profittò della pausa per comporre più poesie, ma fu devastato dalla morte della madre e del figlio Dante. So-no anni in cui intrecciò una relazione amorosa con Carolina Cristofori Piva.
Avvicinandosi alla politica e aderendo alla politica di Crispi, Carducci continuò a comporre delle opere arri-vando, nel 1905, alla pubblicazione definitiva delle sue Opere. Dopo la nomina a senatore del Regno d’Italia, nel 1904-1905 il poeta si ritirò dall’insegnamento e ricevette il Premio Nobel per la Letteratura. Morì a Bologna il 16 febbraio 1907 per una pessima broncopolmonite.

Pensiero e poetica


Carducci è stato definito poeta della storia da Benedetto Croce, che ammirava il suo stile risorgimentale prima della “corruzione del Decadentismo”. L’opinione pubblica lo considerava un poeta-vate, alla pari con Gabriele d’Annunzio. La delusione sviluppatasi dopo l’Unità d’Italia alimentò in lui un atteggiamento di cri-tica alla società contemporanea. Comincia ad assumere posizioni filomonarchiche, conservatrici. La poeti-ca di Carducci può essere interpretata come una finestra sulla storia italiana in tempi di crisi e grande cam-biamento.
Carducci reagì contro il secondo Romanticismo, mostrando vivo interesse per un ritorno ai classici, che considererà per sempre irrecuperabili. Difatti, sviluppando una vena polemica contro una società annoiata, priva di valori e spirito d’avventura, riterrà impossibile fare marcia indietro. Nonostante ciò, Carducci si inte-ressò anche alla cultura europea, leggendo specialmente opere di autori francesi come Charles Baudelaire.
La sua avversione per molti ideali romantici trova una spiegazione nelle sue idee giacobine e anticlericali. Inoltre giudica eccessivo il sentimentalismo dei romantici, da lui visti come fiacchi e sciatti, privi di compo-stezza formale e ostili all’armonia e alla struttura poetica convenzionale.
Con i suoi studi e la sua volontà di riportare in auge i classici, Carducci criticò il Romanticismo contrappo-nendo ad esso l’oraziano labor limae, cioè quel lavoro di continua rifinitura del testo, operazione estranea agli scritti romantici.

Le opere


Juvenilia (1850-1860)
È una raccolta in cui è evidente il classicismo dell’autore. Vengono rifiutati gli ideali romantici, criticata la corruzione dei parlamentari e le blande scelte della classe dirigente. Carducci vede nel mondo greco-romano un’integrità morale e civile del tutto assente nell'Ottocento.

Levia gravia (1861-1870)
Dal classicismo si passa ad una discussione sulla cultura e la politica di quegli anni. Carducci diventa sempre più laico e pubblica l’Inno a Satana, scatenando delle reazioni stupite da parte degli intellettuali. L’autore, infatti, identifica il demonio con il progresso, esalta la scienza contro la religione che tiene tutto e tutti all'oscuro. Con queste premesse, lo scrittore aderì alla Massoneria e iniziò ad essere più conservatore.

Rime Nuove (1861-1887)
Carducci sembra quasi essere influenzato da alcuni aspetti romantici, rivedendo il suo stile e oscillando fra la malinconia e i turbamenti interiori e una certa noia-angoscia esistenziale, elementi tipici del primo Nove-cento. Spaziando tra la serenità del mondo greco e lo spleen baudelairiano, Carducci comincia a cambiare pensiero.

Odi barbare (1877)
Carducci è preda della disperazione e dell’angoscia esistenziale. Cerca di rievocare miti, leggende e vicende storiche parlando di poesia delle rovine. Con questa espressione, Carducci sottolinea che sta cercando di ri-produrre i temi e lo stile della metrica latina fusi con la letteratura moderna. “Barbare” è un aggettivo attri-buito da lui stesso all’opera, ad indicare che sarebbero state definite così dai greci e dei romani, ma anche da molti intellettuali italiani.

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