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Eugenio MONTALE

VITA

Nasce a Genova nel 1896 da un’agiata famiglia borghese, e la sua giovinezza è caratterizzata da studi irregolari, dalla passione per il canto (poi interrotta) e dal legame con la sua terra d’origine: i paesaggi liguri ricorrono spesso nella sua prima poetica. Ottenuto il diploma di ragioniere, partecipa come volontario di fanteria alla prima guerra mondiale. Rientrato a Genova, ha contatti con l’ambiente liberale torinese, esperienza che gli vale come scuola di antifascismo (nello stesso anno di Ossi di seppia firma anche il Manifesto degli intellettuali antifascisti). Non riuscendo a essere economicamente indipendente dalla famiglia a Genova, cerca fortuna prima a Milano e poi a Firenze (1927) dove s’impiega presso alcuni editori.
Frequenta ambienti letterari e collabora a riviste dell’ermetismo fiorentino, ma soprattutto legge e traduce poeti europei come Eliot. La seconda guerra mondiale incide sulla sua poetica molto più che la prima: come il fascismo, essa conferma un senso di disagio esistenziale, una sfiducia nel reale e nella storia caratteristica della sua lirica. Dopo la liberazione di Firenze (con attiva partecipazione di Montale) s’iscrive al Partito d’Azione. Le divisioni interne in Italia, la guerra fredda e le minacce atomiche rendono ancora più acuto il senso di disagio nel rapporto di Montale con la realtà, e lo costringono a interrompere l’attività poetica. Nel 1948 si trasferisce a Milano, dove collabora con il Corriere della Sera come osservatore culturale. Dagli anni ’60 però Montale riprende l’attività poetica, ma la sua nuova poesia appare profondamente mutata nelle forme e nei toni ( ora ironici e sarcastici) ed è inoltre una poesia quasi epigrammatica, spesso su fogli volanti. Dopo numerosi riconoscimenti - Legion d’Onore, nomina a senatore a vita, cittadinanze onorarie, lauree honoris causa e premio Nobel - morì a Milano nel 1981. OSSI DI SEPPIA - Con quest’opera (da molti considerata inferiore alla Bufera) Montale dà voce al disagio dell’uomo contemporaneo, configuratosi come dolorosa inettitudine alla vita (Svevo, Pirandello, Eliot). Composti fra il 1916 e il 1925, con gli Ossi di seppia Montale vuole combattere e attraversare l’idolo di D’Annunzio, tramite un minimalismo antieloquente che Montale prende dai crepuscolari. Temi principali sono disarmonia, angoscia, male di vivere in un paesaggio scabro (arso come le seppie sulla spiaggia).

POETICA

Il testo-chiave per interpretare la poetica di Montale sono I limoni: in aperta polemica contro poeti come D’Annunzio, Montale si colloca fra i poeti “poveri”, come i crepuscolari antiaulici, eleggendo i semplici e comuni limoni come piante tutelari della sua poesia. Tuttavia, nella sua poesia compaiono anche piante meno comuni, quali bossi e acanti - rientra dunque anche un lessico arcaizzante e aulico. DISARMONIA E ARSURA - La polemica antidannunziana e la scelta antieloquente mostrano subito il loro risvolto ideologico: non è possibile una poesia eloquente, perché non ci sono verità positive da affermare, da cantare a voce spiegata. La condizione umana è di disarmonia con il mondo e la poesia deve farsene il veicolo, perciò userà al massimo parole storte e secche (arsura, aride, pietrisco, scabro, sgretola...).

CORRELATIVI OGGETTIVI - Le parole scabre riconducono al paesaggio ligure degli Ossi di seppia, colto nei suoi aspetti più aspri, con essenzialità. Il paesaggio riflette la condizione interiore del poeta, che riconosce il segno della sua aridità interiore. Il paesaggio e gli eventi che accadono in esso sono correlativi oggettivi dell’animo del poeta, anche se egli affianca all’oggetto simbolico anche il commento psicologico (cioè cerca di evitare un groviglio di significati, spiegandolo egli stesso). I correlativi oggettivi derivano dalla lettura di Eliot, che li definì come “oggetti e situazioni pronti a trasformarsi in un’emozione particolare”.
MALE DI VIVERE E MIRACOLO - Come per Leopardi, la vita per Montale è un male, un tedio, una necessità, una legge inalterabile di sofferenza. Tuttavia egli si sente vicino alla rivelazione, ad afferrare la vita e dare un senso all’esistenza: non sa però dove sia il varco, quale sia l’evento miracoloso che gli permetterà di portarlo alla verità, potrebbe essere qualunque cosa, dalla più assurda alla più banale (ne I limoni aguzza la vista per vedere se qualcosa accade - in seguito, lo attribuirà ad oggetti insignificanti di altre persone).
LE OCCASIONI - Il passaggio dagli Ossi alle Occasioni è più uno sviluppo che una frattura. Medesimi sono i problemi esistenziali, mutano invece le circostanze storiche e personali: l’affermarsi della dittatura, la crisi europea, la guerra e le tensioni del dopoguerra; amori e conoscenze, nuovi paesaggi. Lirica e commento combinati non soddisfano più Montale, che ora contrappone alla poetica della parola la poetica degli oggetti. Sopprimere il commento psicologico però significa anche rendere più oscuro il discorso, come accade appunto ne Le occasioni (1928-1939). Il paesaggio non è più quello ligure, bensì la Toscana, che
non provoca dolcezza ma inquietudine (segno che l’animo di Montale non muta con il luogo). Da una poesia spaziale passa a una temporale, apre un dialogo con persone concrete (magari assenti, ma che esistono). È presente il tema amoroso, mai passionale ed espresso in un dialogo con la donna assente. Si tratta però di un amore impossibile, che riflette l’isolamento esistenziale e politico che affligge il poeta. La donna (Clizia) assume fattezze stilnovistiche (dispensa segni salvifici e somiglia a un angelo).
LA BUFERA E ALTRO - La terza raccolta di Montale segna una brusca irruzione della realtà nella poesia (in particolare, quella storico-politica). Nella Bufera c’è un universo sconvolto dalla guerra, storica e cosmica dell’insensatezza umana: anche finita quella storica, quella cosmica permane e si avvicina la “sardana infernale” di ancor maggiore insensatezza (probabile riferimento alla guerra fredda). L’invito di Montale è quello di vivere aggrappati alle minime (seppur negative) certezze umane e ai propri valori etici.
SATURA - L’ultima poetica montaliana è caratterizzata da una novità nei toni, più ironici, dovuta a un ulteriore incremento dello scetticismo: la poesia non può comunicare direttamente il pensiero del poeta, deve farlo obliquamente, tramite l’ironia. Temi e concezione del mondo sono pressoché immutati (pur con l’aggiornamento a esistenzialismo e fenomenologia) ma gli sviluppi di questa società insensata devono essere espressi in maniera diversa: Montale ricorre a prosa, nonsense, filastrocche e parodie.

TESTI

Ossi di seppia

I limoni - Posti in apertura degli Ossi di seppia, I limoni sono la dichiarazione di una poetica antieloquente. Montale voleva che la sua parola fosse più aderente al reale rispetto a quella di altri; D’Annunzio, ultimo esponente di una poesia eloquente, rappresentava la realtà in modo convenzionale, quindi falso. Montale “attraversa” D’Annunzio (ne utilizza il lessico in un linguaggio più dismesso e quotidiano → confronto tra gli umili limoni e piante dai nomi poco usati). Altro aspetto della poesia è il paesaggio ligure, aspro e arido, cui contribuisce anche la scelta di termini aspri foneticamente. I limoni sono il varco per arrivare all’essenza delle cose: in un paesaggio negativo, magari si aprirà un portone che mostrerà i gialli limoni.
Non chiederci la parola - È il testo che definisce l’ideologia negativa del primo Montale: di fronte alla negatività del reale e della condizione umana, il poeta non ha certezze da comunicare - la dolorosa realtà consiste in questa mancanza di certezze - perciò l’autore non vuole che gli sia chiesta la parola.
Spesso il male di vivere - Rappresentazione della condizione di sofferenza del poeta, la formula del “male di vivere” viene risolta sinteticamente mediante l’identificazione in oggetti simbolici, elencati nella prima quartina (rivo strozzato, foglia riarsa, cavallo stramazzato). In Eliot il correlativo oggettivo è un esprimere un significato tramite oggetti, in Montale questo significato è più difficile da cogliere.

Cigola la carrucola nel pozzo - Il poeta sperimenta il male di vivere, in attesa di un evento miracoloso che restituisca verità; quale sia questo evento, non sa. In questa poesia l’evento è atteso dal passato, ma il recupero memoriale di eventi o fantasmi dal passato fallirà: l’immagine, accompagnata dalla stridula carrucola, è restituita all’atro fondo, e nuovamente una distanza si frappone fra poeta e realtà felice.
Le occasioni
La casa dei doganieri - Il poeta si rivolge ad Arletta o Annetta, una donna morta giovane - ricorda A Silvia di Leopardi. Tema prevalente è quello della memoria, del poeta che tenta, invano, di rievocare un’immagine passata e darle nuova consistenza. Ricorre anche il tema dell’evento miracoloso salvifico.
Quattro mottetti
12. Ti libero la fronte dai ghiaccioli; 18. Non recidere, forbice, quel volto
Incentrati su Clizia, una donna ebrea americana che Montale conobbe a Firenze: Clizia arriva in volo dal cielo, attraversando le nebulose, e ha una duplice natura (ghiaccio e fuoco). Montale chiede al tempo di non cancellare in lui il ricordo di quel volto (il tempo appare come una forbice da giardiniere). Il tempo cancella il ricordo del volto come un’acacia ferita da una lama che fa cadere un guscio di cicala nel fango.
La bufera e altro
La bufera - Compaiono due luci, il lampo della bufera e il bagliore degli occhi di Cinzia. Il primo rimanda ai lampi della guerra (lo sconvolgimento storico) il secondo è potenzialmente capace di rigenerare. Il nesso
fra i due è l’eternità di Clizia, tra l’strema tragicità degli eventi e il messaggio salvifico di Clizia. Il varco per salvare il poeta potrebbe aprirsi proprio nel momento di massimo disordine, di non senso.
Satura
Ho sceso, dandoti il braccio - A parlare è Drusilla Tanzi, moglie di Montale. Insieme hanno compiuto un breve viaggio, ma il suo (di lei) dura ancora, perché benché miope, riesce a vedere la realtà (non quella apparente). Con ciò Montale afferma che sua moglie, soprannominata la Mosca, sapeva vivere nel reale e capire le cose molto meglio di lui.

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