EUGENIO MONTALE

Nasce a Genova, il padre era un titolare di una piccola ditta commerciale. Oltre al diploma di ragioniere prende lezioni di canto, ma poi si dedicò all’ambito letterario. Dopo aver partecipato alla Prima guerra mondiale frequenta la giovane Anna degli Uberti che nelle sue poesie chiamerà Annetta-Arletta. Esordisce come poeta sulla rivista “Primo tempo” e inizia a collaborare con Gobetti, il quale sulla sua rivista “Baretti” gli concede di pubblicare il saggio “Stile e tradizione” che ci permette di capire i fondamenti della sua poesia e il rifiuto delle avanguardie, e “Ossi di seppia”, dopodiché egli firma il manifesto degli intellettuali antifascisti redatto da Croce. A Firenze dirige il Gabinetto letterario Vieusseux, da cui però viene allontanato perché non aderisce al fascismo. Avviene poi l’incontro con Irma Brandeis, una studiosa americana (chiamata Clizia nelle sue poesie) che è costretta ad andare negli Stati Uniti a causa delle leggi razziali. Successivamente appare la sua seconda raccolta “Le occasioni” e la terza “La bufera e altro”. Nel dopoguerra invece diviene redattore presso “Il corriere della sera” e critico musicale per il “Corriere d’informazione. Si accinge a tradurre alcuni poeti soprattutto di lingua inglese, e scrive una raccolta di prose, “Farfalla di Dinard” e dopo un po’ di tempo esce “Satura”.

OSSI DI SEPPIA
È la prima raccolta poetica, l’edizione del 1925 fu la prima, con l‘edizione del 1928 ci furono testi nuovi, come “Arsenio”. Il libro è diviso in 4 sezioni: “Movimenti”, “Ossi di seppia”, “Mediterraneo” e “Meriggi e Ombre”. Il poeta ha legami: con il pessimismo di Schopenhauer, poiché le realtà sensibili sono <<parvenze>> ingannevoli; con la poesia di D’Annunzio dalla quale riprende termini ma se ne distacca perché ne rifiuta l’abbandono sensuale e il vitalismo panico; con la poesia di Pascoli, per la scelta di trattare oggetti umili. Gli ossi di seppia sono residui calcarei di molluschi che il mare deposita sulla riva, alludono quindi a un senso di impoverimento, e al tempo stesso in poesia gli ossi sottolineano una condizione in cui in seguito appunto all’impoverimento non si può attingere al sublime. Il tema centrale infatti è quelli dell’arsura, l’aridità, anche il paesaggio ligure è descritto in una dimensione metafisica, è un paesaggio arido, disseccato da un sole implacabile che rappresenta una forza crudele che prosciuga e inaridisce ogni forma di vita. Questa condizione inaridita imprigiona l’uomo, e si proietta nell’allegoria del muro, frequente in questo libro, un muro che non può essere valicato, e nella figura del tempo che è un eterno ritorno, un ripetersi incessante di azioni che non vede mutamento, per questo gli uomini credono di andare avanti ma in realtà il loro è un <<immoto andare>>. Questa prigionia umana porta alla frantumazione dell’anima, alla crisi dell’identità, tematica utilizzata anche da Pirandello. La frantumazione fa sì che l’uomo sia in totale <<disarmonia>> con il mondo esterno, solo nell’infanzia l’uomo è a stretto contatto con esso, ma una volta cresciuti non vi è per Montale neanche la possibilità del ricordo perché il passato si fa <<vecchio, è come se appartenesse ad un altro>>. Quest’arsura espressa dal poeta che si riflette su tutto il reale, si riflette anche sulla sua dimensione psicologica, diviene inaridimento interiore, impossibilità di provare vivi sentimenti.

Il poeta inoltre cerca un varco, per evadere da questa prigionia, un <<miracolo>>, una <<maglia rotta nella rete che ci stringe>>, ma questo varco non si apre, può allora sperare che altri lo aprano per lui, infatti nella poesia che chiude il testo “Riviere” (scritta prima ma posta alla fine quindi non conta l’aspetto cronologico) egli spera che un giorno la sua anima non sia più divisa e spera che possa <<rifiorire>> per trasformare la sua <<elegia>>, ossia una povera poesia che nasce dall’inaridimento>>, in <<inno>>, testimonianza di un accordo con la totalità del reale.
La sua poetica, a differenza di quella di Ungaretti, non è incentrata sul significato profondo della parola poetica, egli rifiuta il lirismo, ossia la magia musicale del verso, non ricorre al linguaggio analogico, bensì la sua è una poetica degli oggetti, infatti nelle sue poesie gli oggetti vengono citati come equivalenti di concetti astratti, si può meglio intravedere questo concetto nel “Spesso il male di vivere ho incontrato”, dove egli <<incontra>> il <<male di vivere>>, il quale non è in forma concettuale ma in prima persona, come se fosse un incontro realmente accaduto, con il male di vivere che si esprime in oggetti come il <<rivo strozzato>>, <<l’incartocciarsi della foglia>>, <<il cavallo stramazzato>>. È una poetica simile al “correlativo oggettivo” di Eliot. Gli oggetti a cui il poeta fa riferimento sono sempre umili, dimessi, realtà impoetiche, per questo rifiuta il linguaggio aulico della poesia. Dinanzi all’aridità della condizione esistenziale ne derivano suoni aspri, ritmi rotti e antimusicali, con un linguaggio che talvolta cade nel dialetto, e talvolta si innalza con termini aulici e rari ma solo perché vuole mescolare l’aulico, con il prosaico. Come Ungaretti, distrugge il verso tradizionale frantumandolo, e talvolta utilizza l’endecasillabo, mentre in altre occasioni versi più lunghi dati dalla somma di due versi.

IL “SECONDO” MONTALE: LE OCCASIONI
“Le occasioni” è la seconda raccolta poetica, qui non vi è nessun legame con i fatti autobiografici quindi la poetica degli oggetti viene portata alle estreme conseguenze, non vi è nessun commento psicologico, solo l’oggetto. Rispetto alla prima raccolta, qui si registra un innalzamento stilistico, la poesia si fa più densa, concentrata, oscura, ma sempre rifiuta il linguaggio analogico. Questa svolta per quanto riguarda l’innalzamento stilistico probabilmente deriva dal fatto che entrò in contatto con gli intellettuali della rivista “Solaria”, i quali avevano una concezione aristocratica della cultura. In questo libro appare una concezione della donna salvifica, una donna sublimata, una nuova Beatrice dotata di facoltà come l’intelligenza, che può indicare una via di salvezza. Ma compaiono anche altre immagini di donne come Dora Markus, Gerti, Liuba, che al contrario sono segnate da un destino di inquietudine, di fuga.

IL “TERZO” MONTALE: LA BUFERA E ALTRO
La critica parla di Terzo Montale perché questa raccolta è molto differente dalle precedenti, infatti è mutato innanzitutto il contesto storico in cui il libro nasce, vi è stata la guerra, il trionfo della società massificata, il trionfo dei due grandi partiti, la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista, la Guerra Fredda, a ciò si accompagnarono avvenimenti privati, il lutto della madre, la lontananza di Irma Brandeis, il nuovo amore per la poetessa Spaziani. Ritorna qui comunque la figura della donna angelo che ha valori cristiani, è una possibilità di salvezza <<per tutti>>, ma questa speranza si rivela presto impossibile perché con lo scoppio della guerra la donna-angelo deve fuggire in un <<oltre cielo>>. La nuova figura femminile che nasce, indicata con il soprannome di Volpe, è un anti-Beatrice. Attraverso la rievocazione dei suoi cari morti egli tenta di recuperare l’infanzia, per riconoscere valori che sono ormai persi. L’ultima sezione del libro, “Le Conclusioni provvisorie” comprende due poesie: “Piccolo testamento” in cui proclama la sua estraneità alla scena politica del tempo, e si profila la prospettiva di un’apocalisse bellica; “Il sogno del prigioniero” invece tratta della condizione dell’uomo che è prigioniero dei totalitarismi.

L’ULTIMO MONTALE
Dopo “La bufera” Montale non scrive più versi, poi riprende pubblicando i primi 14 “Xenia” (che in greco significa “doni fatti agli ospiti” e nelle letterature indicava biglietti da accompagnare a doni). Con altri 14 Xenia tutti gli Xenia vennero raggruppati in una raccolta, “Satura”, incentrata su una forte critica alla società con la tecnica del forte sarcasmo, anche se la sua polemica non è animata dalla fiducia di poter modificare l’esistente, anzi il suo pessimismo è tale che gli impedisce di vedere un’alternativa nel futuro, ma il suo atteggiamento non è neanche di rimpiangere il passato, bensì ha un atteggiamento di distacco e disincanto. Nella raccolta ha grande rilievo la figura della moglie, Drusilla Tanzi, soprannominata Mosca, la sua funzione è antitetica rispetto a quella della donna-angelo salvifica. Montale sceglie per la “Satura” uno stile basso, “comico”.


NON CHIEDERCI LA PAROLA – lettura
La poesia appartiene a “Ossi di seppia”, è collocata in apertura della sezione “Ossi di seppia” che dà il titolo alla raccolta. Sono tre quartine con versi di varia lunghezza. Montale si rivolge a un ipotetico interlocutore, il lettore, e usa la prima persona plurale quindi coinvolge tutti gli altri poeti e la poesia in generale, che non è in grado di portare ordine nel caos interiore dell’uomo, questo concetto viene presentato attraverso le immagini di un <<animo informe>> che non può esser <<squadrato>>, e di <<lettere di fuoco>> con cui dovrebbero essere dichiarati i suoi moti che risplendono come un <<croco>>, un fiore dall’intenso color giallo. La quartina centrale rappresenta un segno di rammarica e estraneità nei confronti dell’uomo deciso e sicuro di sé, sicuro di tutto anche della sua parte oscura, un conformista inconsapevole che si distingue dal poeta cosciente. La parola poetica non è più come la ritenevano i simbolisti e Ungaretti, una formula magica che arriva all’essenza della realtà, ma viene ridotta a <<qualche storta sillaba e secca come un ramo>>. I due versi finali esprimono la condizione della poesia, che non può proporre certezze assolute, questa sfiducia della poesia lo porta ad allontanarsi da D’Annunzio secondo cui <<il verso è tutto>>, e da Pascoli, convinto che la poesia <<ci trasporta nell’abisso della verità>>.

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