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Corbaccio - Giovanni Boccaccio



Le opere scritte dopo il Decameron vedono soprattutto la presenza del Corbaccio, che è un’opera in prosa, scritta in volgare. Boccaccio dice che è un trattato, ma in realtà ricorda di più il vituperium (che avevamo trovato nella poesia comico realistica) che in questo caso è contro le donne. C’è quindi una profonda impronta misogina e le fonti sono: la Satira contro le donne di Giovenale (spietatissima) e la Posteritati di Petrarca, in cui ad un certo punto diceva di rifiutare e allontanare l’amore sensuale. Anche Lucrezio aveva scritto nel De Rerum Natura (che è la sua opera principale) una part contro le donne, ma gli umanisti del medioevo non l’avevano ancora riscoperta, quindi sicuramente non ha influenzato Boccaccio.
Non si sa esattamente a cosa si riferisca il titolo: il riferimento più semplice sarebbe al corvo del malaugurio, al corvaccio, perché si augura tutto il male alle donne. Oppure può essere un’allusione alla vedova di cui parla, che è un corvo perché porta male agli uomini che incontra. Oppure potrebbe essere un riferimento ad un’abitudine del corvo, che toglie ai cadaveri gli occhi e il cervello. Sarebbe allora un’allusione all’Amore, che acceca e fa uscire di senno gli innamorati. O ancora potrebbe essere un riferimento alla parola spagnola “corbacio”, che indica una frusta, una sferza, e fa riferimento al carattere sferzante dell’opera.
L’argomento dell’opera è l’amore provato dal protagonista, che è Boccaccio stesso, per una vedova, che però non lo corrisponde e anzi si fa gioco di lui, spingendolo così alla vendetta. Lui racconta allora un sogno, in cui si smarrisce in una selva orribile, nella quale gli uomini che subivano la seduzione femminile vengono trasformati in animali, e soprattutto in porci (riferimento a Circe). Questa selva viene definita anche “Porcile di Venere”. In questa selva lui viene soccorso dall’ombra del marito defunto della vedova, che gli si offre come guida (parodia della Divina Commedia) e gli mostra la vera natura delle donne. Gli in maniera anche molto realistica, parla del carattere fisico e morale della donna di cui si era innamorato (per farla cadere ai suoi occhi) e poi delle donne in generale. Boccaccio arriva allora alla conclusione che l’amore non si addice a lui, sia per la sua età ormai matura che per la sua professione di letterato.
Questa opera è importante, perché è una “palinodia” = “ritrattazione”. Ritrattare vuole dire screditare quello che si è detto o fatto precedentemente. Boccaccio infatti ritratta l’importanza della passione amorosa che tanto aveva esaltato in tutte le opere precedenti ed esprime chiaramente il desiderio di dedicarsi a opere e argomenti più nobili ed elevati, filosofici e umanistici. C’è stata infatti l’influenza di Petrarca e il Corbaccio rappresenta proprio la volontà di screditare le donne, di screditare l’amore, di ritrattare ciò che aveva detto nelle altre opere per dedicarsi ad argomenti più elevati.
L’opera ha quindi un intento anche didascalico - allegorico, perché vuole mostrare come l’amore trasformi in animali e faccia perdere la lucidità. Tuttavia Boccaccio non sta tornando al moralismo religioso medievale, perché per lui bisogna sì elevarsi, ma non verso Dio. L’elevatezza non è spirituale, non è verso il cielo, ma è l’elevatezza della gloria letteraria e del rigore degli studi. Boccaccio vuole elevarsi non per arrivare a Dio, ma vuole elevarsi nella sua attività letteraria, dedicandosi a opere filosofiche, filologiche, rigorose, che gli possano dare una maggiore gloria letteraria. Il suo è allora un ascetismo letterario, cioè un ritiro della rappresentazione a livello letterario delle passioni. L’allontanarsi dalla passioni per Petrarca è funzionale non alla preghiera, ma a raggiungere un tipo di letteratura diverso: filosofico, morale, filologico.
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