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Ludovico Ariosto (Reggio Emilia 1474 – Ferrara 1533)


Biografia: a Ferrara, nel 1485, si avviò a studi di grammatica. Fino al 1493 frequentò lo studio ferrarese portando a conclusione gli studi di diritto. Nel 1498 fu accolto fra gli stipendiati di corte, ma senza grandi incarichi. Così proseguì gli studi di filosofia. Nel 1500 diventa funzionario degli Estensi, dalla corte raffinata e gentile. Nel 1503 entra fra i “familiari” del cardinale Ippolito d’Este. L’indeterminatezza dei suoi compiti è causa di amarezze. Nel 1509-10 fece da paciere presso Giulio II, papa antifrancese, e gli Estensi, filoluigiani. Nel 1510 però il papa scomunicò Alfonso e Ariosto si diede alla fuga. Questa pausa permise la creazione dell’Orlando Furioso (1516). Diventato celebre, nel 1531 si manifestò una malattia allo stomaco. Trascorse gli ultimi anni fra le cure all’orto e le revisioni al suo capolavoro.

Le opere. Rime: sono una 60ina di testi. Grande è l’influenza degli elegiaci latini, come Properzio e Catullo. Per la poesia in volgare invece rimane il modello del petrarchismo.

Aventuroso carcere soave: l’amore per Alessandra Benucci induce Ariosto a capovolgere il tema petrarchesco della “prigione amorosa”: la sua diviene una condizione pienamente appagante, se a custodire le chiavi del suo cuore è la donna felicemente amata. Il motivo, già presente negli Amorum libri di Boiardo, vale nuovamente a ribadire una decisa presa di distanza dal platonismo allora imperante, con la sua concezione tutta astratta del rapporto amoroso.
“Per amor e per pietà distretto (rinchiuso) la bella e dolce mia nemica m’ave. Gli altri prigioni al volger de la chiave s’attristano, io m’allegro. Vita e non morte aspetto, né giudice sever né legge grave, ma dolci baci, dolcemente impressi, ben mille e mille e mille e mille volte (dal Catulliano “da mi basia mille”)”.

Chiuso era il sol: il sonetto è dedicato ancora ad Alessandra. La scena è quella della natura in tempesta, che può essere placata solo dall’intervento miracoloso della donna amata.
“Chiuso era il sol da un tenebroso velo / e tuoni andar s’udian scorrendo il cielo / quando apparir su l’altra ripa il lume / de’ bei vostri occhi vidi, e udii parole / E tutto a un tempo i nuvoli d’intorno / si dileguaro e si scoperse il sole / tacquero i venti e tranquillossi il fiume”.

Le Commedie: Ariosto si dedicò all’attività teatrale come autore, attore e regista. Compose 5 commedie, tre in prosa e le ultime due in endecasillabo sdrucciolo. Non ebbero grande successo, a causa della dispersività narrativa e dal dinamismo automatico di certe situazioni.

La Lena: Lena, moglie di Pacifico e amante del ricco Fazio, si occupa dell’educazione della giovane Lavinia, figlia di quest’ultimo. A Flavio, innamorato della fanciulla, Lena consente di vederla in cambio di 25 fiorini; ma all’arrivo del padre di lei, il giovane deve nascondersi in una botte, che Fazio farà trasportare a casa sua. Qui i due giovani potranno inaspettatamente esaudire i loro desideri. Scoperto il tutto, ai genitori non resta che accettare il fatto compiuto.

Satire (1517-24): sono 7, in forma epistolare. L’autore si rivolge a personaggi reali, ma talora evoca anche interlocutori fittizi, creando una franca e vivace conversazione. Il modello, inedito per il primo ‘500, è quello oraziano.

La rivendicazione della propria libertà: nel 1517 il cardinale Ippolito è costretto a lasciare Ferrara per raggiungere la sede vescovile di Agria (Eger) in Ungheria. Ad Ariosto, in quanto familiare del cardinale, spettava l’obbligo di seguirlo, ma il poeta rifiutò, nonostante gli venisse minacciata la privazione dei benefici ottenuti. Per giustificarsi del clamoroso rifiuto, il poeta indirizza questa satira al fratello Alessandro e all’amico Ludovico da Bagno, entrambi partiti invece. Il testo è stato composto quindi immediatamente dopo la partenza. La sua umanità prevalse sui doveri.
A farne le spese sono i vizi dominanti delle corti signorili, l’adulazione e la falsità (“Pazzo chi al suo signor contradir vole / se ben dicesse cìha veduto il giorno / pieno di stelle e a mezzanotte il sole”), il falso mecenatismo del suo signore (“Fa a mio senno, Maron: tuoi versi getta / con la lira in un cesso, e una arte impara, se beneficii vuoi, che sia più accetta”), insensibile alle qualità poetiche di Ariosto e alle lodi che aveva ricevuto dai suoi versi (“Io, per la mala servitude mia, / non ho dal Cardinale ancora tanto / ch’io possa fare in corte l’osteria”).

Inoltre c’è una ragione familiare, nominata per seconda: “L’età di nostra matre mi percuote / di pietà il core; che da tutti un tratto / senza infamia lasciata esser non puote…Or, conchiudendo, dico che, se ‘l sacro / Cardinal comperato avermi stima / con li suoi doni, non mi è acerbo et acro / renderli, e tòr la libertà mia prima”.

L’apologo alla luna: entrato al servizio del duca Alfonso nel 1517, già il mese successivo Ariosto indirizza la Satira III al cugino Annibale Malaguzzi. Il tema è collegato alla precedente: è vero che il poeta è costretto dalla dura necessità alla servitù cortigiana, ma a Ferrara, almeno, può tollerarla meglio che altrove. Nel testo sono inseriti due apologhi, con funzione moraleggiante: qui si indica quello della scalata al monte della luna. L’exemplum degli uomini che nel “volere la luna” diventano vittime inconsapevoli della loro ambizione è fatto generale.
“A piè d’un alto monte, la cui cima parea toccassi il cielo, un popul, che più volte osservando la luna credeva poter da la suprema parte del monte giungervi, chi con canestro e chi con sacco per la montagna cominciar correr in su, ingordi tutti a gara di volerla. Vedendo poi non esser giunti più vicini a lei, cadeano a terra lassi, bramando invan d’esser rimasi giù. Questo monte è la ruota di Fortuna, ne la cui cima il volgo ignaro pensa ch’ogni quiete sia, né ve n’è alcuna”.

Dottrina e bontà:
dalla Satira IV (1522-25), leggiamo la ricerca di un precettore privato da parte di Ariosto per il figlio Virginio, prossimo ai 16 anni. Egli però lo desiderava però buono di dottrina e di costumi, e difficilmente i letterati dell’epoca disponevano di entrambi i requisiti. La richiesta si rivolge perciò alla conclamata autorità di Pietro Bembo.
“Bembo, io vorrei, come è il commun desio / de’ solleciti padri, veder l’arti / che essaltan l’uom, tutte in Virginio mio”.


Lettere:
ce ne sono pervenute 214, comprese fra il 1498 e il 1532. La dimensione personale sempre vi è messa in rilievo, insieme con il progressivo acquisto della propria abilità politica, la capacità di cogliere il lato umano delle cose, di presentarlo al lettore come un modello di comportamento sul quale vale comunque la pena di riflettere.

A Isabella Gonzaga (1532): l’offerta dell’edizione definitiva dell’Orlando Furioso alla marchesa di Mantova, che nel 1507 aveva già ascoltato dalla viva voce del poeta un primo saggio della composizione, avviene senza sottolineare il fatto che nel poema la signora sia elogiata ben due volte. Il dono è anzi presentato con devota ma sincera spontaneità: a render possibile tanta confidenza è il “buon animo” con cui il cortigiano offre qualcosa che gli è molto caro, e la fiducia che con lo stesso spirito il librò sarà accolto dalla sorella di Alfonso e Ippolito.
“Ill.ma et ex.ma Signora mia, io mando a la vostra ex.tia uno de li miei Orlandi furiosi, e mi parrebbe molto uscire dal debito mio, s’io innanzi a tutti gli altri non ne facessi copia a vostra ex.tia”.

Orlando Furioso: Ariosto stesso volle presentare il suo poema, per naturale modestia e per mantenersi dichiaratamente nel solco della stessa tradizione, come una semplice “gionta” all’Orlando Innamorato del conterraneo Boiardo. Questo era rimasto interrotto quando, dopo la zuffa tra i paladini Orlando e Rinaldo, re Carlo decide di consegnare Angelica, l’oggetto della loro disputa, al vecchio Namo di Baviera, perché la custodisca sino a che non venga data in premio al cavaliere che meglio si sarebbe distinto nella battaglia contro i saraceni. Alla trama Ariosto si ricollega sin dal primo canto dell’Orlando Furioso, facendo subito fuggire Angelica dal padiglione rimasto incustodito durante la battaglia.

Il rapporto con l’Orlando Innamorato implica l’accettazione da parte di Ariosto della fusione tra la “materia di Francia”, guerresca e virile, e lo psicologismo amoroso proprio della “materia di Bretagna”, cortese e raffinata.
E’ possibile nell’intreccio distinguere almeno tre filoni principali:
1) L’azione epica: funge da cornice, ed è rappresentata dalla guerra tra i cristiani, guidati da Carlo Magno, e i mori o saraceni, guidati da Agramante e Marsilio, rispettivamente re d’Africa e di Spagna. L’esercito cristiano è in difficoltà a causa di Angelica, che ha distolto vari cavalieri dall’impresa. I mori assediano Parigi, ma il redento Rinaldo e gli aiuti inglesi costringono alla sconfitta Agramante, che ripara ad Arli. Durante il ritorno in Africa la flotta saracena è distrutta, e la loro capitale Biserta è conquistata da Astolfo.
Agramante, approdato all’isola di Lipadusa, affida l’esito della guerra ad un duello fra cristiani (Orlando, Brandimarte e Oliviero) e saraceni (lui, Gradasso e Sobrino). Nonostante la morte di Brandimarte, Orlando fa vincere i cristiani.

2) L’azione sentimentale: ruota attorno alla figura di Orlando, che tormentato dall’amore per Angelica, abbandona Parigi per mettersi alla sua ricerca. Finisce prigioniero nel castello di Atlante, dove appare e scompare tutto ciò che si desidera, e viene liberato insieme a Sacripante e Ferraù da Angelica e dal suo anello fatato, che però le conferisce l’invisibilità e non permette il ricongiumento dei cavalieri con l’amata.
Orlando, capitato nella selva che è stata teatro dell’amore fra Angelica e il saraceno Medoro, impazzisce alla vista dei loro nomi intagliati sulla corteccia degli alberi, seminando distruzione attorno a sé. Ma Astolfo, cavalcando l’ippogrifo, si reca sulla luna a riprendere il senno d’Orlando, che annusandolo l’ampolla che lo contiene, lo riacquista.

3) L’azione romanzesca e celebrativa: è imperniata sulle figure del saraceno Ruggiero e della valorosa guerriera cristiana Bradamante, che ne otterrà la conversione al cattolicesimo; dalle loro nozze avrà origine la dinastia estense.

Presentazione della materia e fuga di Angelica: la fuga di Angelica dalle tende cristiane, dove era sorvegliata da Namo di Baviera, diviene subito il centro dinamico dell’azione: l’incontro della donna con Rinaldo e con Ferraù prima, con Sacripante poi, vittime tutte del suo fascino, indussero Ariosto a tralasciare ciò che accade nel campo cristiano.
“Le donne, i cavalier, l’arme, gli amori / le cortesie, l’audaci imprese io canto, / che furo al tempo che passaro i Mori / d’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto / seguendo l’ire e i giovenil furori / d’Agramante lor re”.
“Dirò d’Orlando, che per amor venne in furore e matto, d’uom che sì saggio era stimato prima”.
“Orlando, che gran tempo innamorato / fu de la bella Angelica, e per lei / in India, in Media, in Tartaria lasciato / avea infiniti et immortal trofei, / in Ponente con essa era tornato / dove sotto i monti Pirenei / era attendato alla campagna”.
“Nata pochi dì innanzi era una gara / tra il conte Orlando e il suo cugin Rinaldo / che ambi avean d’amoroso disio l’animo caldo. / Carlo, che non avea tal lite cara, / questa donzella tolse, e diè in mano al duca di Baviera / promettendola in premio a quel d’essi / ch’in quel conflitto, in quella gran giornata / degli infedeli più copia uccidessi”.
“Contrari ai voti poi furo i successi / e restò abbandonato il padiglione. / Dove, poi che rimase la donzella / ch’esser dovea del vincitor mercede / inanzi al caso era salita in sella / e quando bisognò le spalle diede / entrò in un bosco e rincontrò un cavallier ch’a piè venìa…La donna il palafreno a dietro volta / e per la selva a tutta briglia il caccia…”.

Il castello di Atlante: Agramante è convinto dal vecchio re Sobrino che la guerra contro Carlo Magno, non potrà avere esito positivo per i saraceni senza la presenza di Ruggiero. Quest’ultimo è custodito dal mago Atlante, in un castello fatato dei Pirenei, che però non è rintracciabile senza l’anello magico di Angelica. Il servo Brunello, abile ladro, le sottrae l’anello, ma anche Bradamante è da tempo sulle tracce dell’amato. I due si incontrano, e uniti in apparenza dal comune interesse per la liberazione di Ruggiero, si dirigono insieme verso la vallata dove sorge, altissimo su una imprendibile rocca artificiale, il castello del mago.
“Quivi la donna esser conosce l’ora / di tor l’annello e far che Brunel mora. / Ma le par atto vile a insanguinarsi / d’un uom senza arme…sì ch’ella il prese, e lo legò forte / ad uno abete alto…ma di dito l’annel gli trasse prima”.
“Non stette molto a uscir fuor de la porta / l’incantator…L’alato corridor per l’aria il porta / contro costei, che sembra uomo feroce. / La donna da principio si conforta, / che vede che colui poco le nuoce: / non porta lancia, né spada né mazza…Ma ne la man destra un libro, onde facea / nascer, leggendo, l’alta maraviglia”.
“Il mago vien per far l’estremo incanto; / scopre lo scudo, e certo si prosume / farla cader con l’incantato lume. / Con l’annel si fè la donna inanzi / e come vide che lo scudo aperse, / chiuse gli occhi, e lasciò quivi caderse. / Non che il fulgor del lucido metallo, / come soleva agli altri, a lei nocesse; / ma così fece acciò che dal cavallo / contra sé il vano incantator scendesse…il volator a por si venne…Senza più indugio ella si leva tosto / che l’ha vicino, e ben stretto lo prende. / Avea lasciato quel misero in terra / il libro che facea tutta la guerra; / La donna in terra già posto l’avea: se quel non si difese, io ben l’escuso / che era troppo la cosa differente / tra un debol vecchio e lei tanto possente”.
“La donna di sapere ebbe disio / chi fosse il negromante…”Né per maligna intenzione...disse piangendo il vecchio incantatore / feci la bella rocca in cima al sasso, / né per avidità sono rubatore; / ma per ritrar sol dall’estremo passo / un cavallier gentil, mi mosse amore, / che, come il ciel mi mostra, in tempo breve / morir cristiano a tradimento deve. / Ruggiero ha nome, il qual da piccolino / da me nutrito fu, ch’io sono Atlante”.
“Piglia lo scudo e lo mio veloce destrier / non t’impacciar oltra nel castello / e lasciami il mio Ruggiero”.
“Rispose la donzella: ‘Lui vò porre / in libertà: tu, se sai, gracchia e ciancia / Tu dì che Ruggiero tieni per vietarli / il male influsso di sue stelle fisse /…Ma se ‘l mal tuo, c’hai sì vicin, non vedi, / peggio l’altrui c’ha da venir prevedi. Pria che l’alma da la carne sleghi / a tutti i tuoi prigioni apri le porte”.
“Al fin trovò la bella Bradamante / quivi il desiderato suo Ruggiero, / che le fè buona e gratissima accoglienza. Sa ben ch’ella è stata sola la sua redentrice…ma Ruggiero, Gradasso e Sacripante il volator ebbe condutti sopra le cime supreme e negli umidi fondi tra quei sassi. E questa opera fu del vecchio Atlante / di cui non cessa la pietosa voglia / di trar Ruggiero del gran periglio istante…La donna, che sì in alto vede / e con tanto periglio Ruggiero / resta attonita”.

Olimpia: l’episodio di Olimpia ha la funzione di presentare Orlando nel compimento di una impresa analoga a quella poco prima tentata con successo da Ruggiero: la liberazione di Angelica dall’Orca delle Ebridi. Un sogno ammonitore ha rivelato ad Orlando il pericolo corso da Angelica. Partito alla volta delle Ebridi, Orlando è spinto da una tempesta ad Anversa, dove conosce la storia di Olimpia e Bireno. La donna, figlia del re d’Olanda, amava il paladino Bireno. Il re di Frisia Cimosco, deciso a dare in moglie Olimpia a suo figlio Arbante, al rifiuto della donna le uccide il padre e i fratelli e le rivolta contro il suo popolo. Olimpia allora sposa Arbante ma la notte delle nozze lo uccide. Richiesto d’aiuto, Orlando uccide Cimosco, restituisce Bireno a Olimpia che lo sposa, e riprende il viaggio verso le Ebridi. Ma Bireno abbandona Olimpia a favore di una ancella della regina, ed essa rimane sola su una spiaggia inglese. Intanto Ruggiero giunto alle Ebridi ha liberato Angelica dalle fauci dell’Orca. Gli abitanti dell’isola allora la sostituiscono con Olimpia, la quale è liberata da Orlando, che armato della sua sola spada è deciso a liberare quella che crede essere Angelica.
“Entrò l’orca…poi con gran cor l’orribil mostro attese. / Tosto che l’orca s’accostò, e scoperse / Orlando…per inghiottirlo tanta bocca aperse / ch’entrato un uomo vi saria a cavallo. / Si spinse Orlando inanzi, e se gl’immerse / con quella ancora in gola, e l’ancora attaccolle e nel palato e ne la lingua molle /…Messo il puntello, e fattosi sicuro / che ‘l mostro più serrar non può la bocca / stringe la spada, e per antro oscuro / di qua e di là con tagli e punte tocca”.

Angelica e Medoro: la battaglia tra cristiani e saraceni, alle porte di Parigi, ha avuto termine con la schiacciante vittoria dei primi. Più di 80000 sono i cadaveri sul campo, che saranno preda di villani e lupi quando scenderà la notte.
A una tale vergogna non sa resistere il giovanissimo saraceno Medoro, che propone a Cloridano, l’amico più caro e fidato, di recarsi insieme, fuori dall’accampamento stretto d’assedio, a seppellire la salma del loro re Dardinello (“Medor fedele e grato, che ‘n vita e in morte ha il suo signore amato…”). Li sorprende la schiera dello scozzese Zerbino (“Cento a cavallo, e gli son tutti intorno / Zerbin comanda e grida che sia preso”): Cloridano viene brutalmente ucciso, mentre Medoro è ferito e giace a terra privo di sensi (“Ma come gli occhi a quel bel volto mise / gli ne venne pietade, e non l’uccise”). Angelica si imbatte per caso nel corpo esanime del giovane, e qui muta bruscamente il tono del racconto, che dalla tragedia volge ora all’idillio: la donna altera e sdegnosa, nel prendersi cura del ferito, se ne innamora e lo fa suo sposo. Dopo la guarigione del giovane, lasciate ovunque delle scritte che ricordano la loro felicità, partono per la Spagna e poi per il Catai. Qui il giovane moro diventa re e Angelica, che ha piegato infine la sua superbia alla legge universale dell’amore, regina: la donna esce definitivamente dalla scena del poema.
“Giacque gran pezzo il giovine Medoro / spicciando il sangue da sì larga vena / che di sua vita al fin saria venuto / se non sopravenia chi gli diè aiuto. / Gli sopravenne a caso una donzella, avolta in pastorale ed umil veste, ma di real presenzia e in viso bella, d’alte maniere e accortamente oneste: Angelica era”.
“Quando Angelica vide il giovinetto / languir ferito, assai vicino a morte, / che del suo re che giaceva senza tetto / più che del proprio mal si dolea forte; / insolita pietade in mezzo al petto / si sentì entrar per disusate porte / che le fè il duro cor tenero e molle / e più, quando il suo caso egli narrolle”.
“Medoro si sana: ella languisce / di febbre, or ghiacciata, or calda. / In lui beltà fiorisce: / la misera si strugge”.
“Fersi le nozze, le più solenni che potean farsi; e più d’un mese poi stero a diletto / i duo tranquilli amanti a ricrearsi”.

La pazzia di Orlando: alla metà esatta del poema, Ariosto ha collocato l’episodio culminante, quello della pazzia di Orlando. Questi, giunto sui luoghi degli amori di Angelica e Medoro, si trova all’improvviso protagonista di una vicenda perfettamente opposta, che lo costringe al ruolo dell’amante respinto. Sente nascere dentro di sé i sentimenti del sospetto e della gelosia, e tenta invano di allontanarli. Per la più umana delle passioni, la gelosia, il più prode dei paladini giunge sino a perdere il senno: dopo tre giorni di sfoghi dolorosi, spossato, il quarto la ragione lo abbandona del tutto, e Orlando, nudo come una belva, si abbandona definitivamente alla sua colossale furia devastatrice.
“Quanto più cerca di ritrovar quiete / tanto ritrova più travaglio e pena; / che de l’odiato scritto ogni parete, / ogni uscio, ogni finestra vede piena…Celar si studia Orlando il duolo; e pure quel gli fa forza, e male asconder pollo: / per lacrime e suspir da bocca e d’occhi, convien, voglia o non voglia, al fin che scocchi. / Poi ch’allargare il freno al dolor puote, giù dagli occhi rigando per le gote / sparge un fiume di lacrime sul petto: / sospira e geme”.
“Di pianger mai, mai di gridar non resta; /né la notte né ‘l dì si da mai pace. / Fugge cittadi e borghi, e alla foresta / sul terren duro al discoperto giace…rami e ceppi e tronchi e sassi e zolle / non cessò di gittar ne le bell’onde…e stanco, al fin, allo sdegno, al grave odio, all’ardente ira, cade sul prato, e verso il ciel sospira”.
“Afflitto e stanco al fin cade ne l’erba / e ficca gli occhi al cielo, e non fa motto. / Senza cibo e dormir così si serba…In tanta rabbia, in tanto furor venne, / che rimase offuscato in ogni senso”.

Astolfo sulla luna: Astolfo, il paladino figlio del re d’Inghilterra, è protagonista di un viaggio dantesco nell’inferno e poi nel paradiso terrestre. Viene qui a conoscere da san Giovanni Evangelista la parte che Orlando è destinato a compiere nei piani di Dio, ed è chiamato a salire nel cielo della Luna per recuperarne il senno. A nessuno meglio che a lui, esperto di cose soprannaturali, poteva essere affidata l’altissima impresa.
“Quivi ebbe Astolfo doppia maraviglia: / che quel paese appresso era sì grande / il quale a un picciol tondo rassimiglia / a noi che lo miriam da queste bande…Dal santo fu condotto / in un vallon fra due montagne istretto / ove mirabilmente era ridutto / ciò che si perde o per nostro difetto / o per colpa di tempo e di Fortuna: / ciò che si perde qui, là si raguna”.
“Poi giunse su un monte isolato…Era come un liquor suttile e molle / atto a esalar, se non si tien ben chiuso; / e si vedea raccolto in varie ampolle…Quella maggiore di tutte…avea scritto di fuor: ‘Senno d’Orlando’”.

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