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I nuovi confini del mondo


Quando i turchi conquistarono Bisanzio nel 1453, i mercanti cristiani, che commerciavano con l’Oriente attraverso la Via della Seta, si videro imporre dei dazi altissimi, e quindi i prodotti orientali divennero troppo costosi per gli europei. Ma essi non volevano rinunciare ai rari prodotti del Medio Oriente, dell’India o della Cina: era quindi necessario trovare un’altra via per raggiungere le “Indie”.
La nuova via per le Indie poteva essere solo marittima, così un coraggioso ammiraglio portoghese Bartolomeu Diaz, spinto dalla spirito scientifico e dalla sete di conoscenza, decise di intraprendere il viaggio circumnavigando l’Africa. Per il momento nessuno progettava di colonizzare le terre che venivano scoperte. Nel 1487 Diaz oltrepassò per la prima volta la punta meridionale dell’Africa chiamata poi Capo di Buona Speranza. Per raggiungere le Indie bisognava risalire le coste dell’Oceano Indiano, e l’ammiraglio portoghese Vasco da Gama vi riuscì nel 1498 quando approdò a Calicut: era quindi stata aperta la via marittima per le Indie. Il Portogallo divenne la più importante potenza coloniale d’Europa e la capitale Lisbona fu il centro di espansione dei commerci.
Mentre i portoghesi erano impegnati a cercare una via verso est per raggiungere le Indie, il navigatore genovese Cristoforo Colombo progettava di raggiungerle nella direzione opposta, verso ovest. Colombo era giustamente convinto che la Terra fosse sferica, e che quindi si potesse raggiungere da entrambi i lati, ma partiva da due premesse errate, ossia: era convinto che verso ovest tra Europa e Asia ci fosse solo oceano, e che gli oceani coprissero solo un terzo della superficie terrestre, quando in realtà sono due terzi.
Colombo riuscì a farsi finanziare l’impresa dai sovrani di Spagna. Il 3 agosto 1492 partì dal porto di Palos con tre caravelle: La Santa Maria, la nave ammiraglia, la Niña e la Pinta.
Il 12 ottobre 1492, Colombo approdò in una delle isole dell’arcipelago delle Bahamas che nominò San Salvador, ma il navigatore era convinto di trovarsi in Giappone, per cui proseguì verso ovest pensando di raggiungere la Cina e l’India, ma sbarcò ad Haiti che battezzò Hispaniola. Qui venne accolto pacificamente da degli uomini con la pelle bruno-rossastra, che Colombo chiamò indios, mentre le terre appena scoperte le chiamò Indie occidentali. Con un errore di calcolo aveva scoperto l’America, ma solo nel 1507 Amerigo Vespucci si rese conto che quelle terre erano un “Nuovo Mondo”.
La Spagna finanziò altre tre spedizioni a Colombo durante le quali esplorò le isole e le coste dell’America centrale e meridionale.
Nel frattempo nel 1494, con il Trattato di Tordesillas, Spagna e Portogallo si erano spartite le terre nel “Nuovo Mondo”, e la Chiesa ebbe il diritto di convertire le popolazioni al cristianesimo. Anche Francia e Inghilterra entrarono in gara moltiplicando le spedizioni.
Il navigatore Ferdinando Magellano, al servizio della Corona di Spagna, trovò un passaggio che collegasse l’Oceano Pacifico all’Atlantico attraversando lo stretto che oggi porta il suo nome, ma data la sua morte improvvisa fu il suo luogotenente Sebastian del Cano a portare a termine la prima circumnavigazione del globo nel 1522.
I grandi viaggi di esplorazione furono resi possibili grazie alle nuove conoscenze geografiche e allo sviluppo di nuove tecniche di navigazione. Prima le idee sulla Terra erano ancora molto approssimative o sbagliate, mentre le tecniche di navigazione e le imbarcazioni erano inadeguate ai lunghi viaggi. Anche le loro carte geografiche e nautiche erano errate e gli strumenti non erano adatti a determinare la posizione in mare aperto. Così si perfezionarono strumenti come bussole, astrolabi e quadranti e le carte geografiche vennero modificate. Vennero anche introdotti nuovi tipi di imbarcazione: la caravella per i viaggi di esplorazione, la nau e la caracca per il trasporto di merci, e il galeone come nave da guerra.

Il continente dell’America era abitato da popolazioni molto diverse tra loro. La maggior parte di essi viveva nell’America centrale (o Mesoamerica) e a sud nella regione centrale delle Ande. Le popolazioni, chiamate amerindi, erano divise in tre grandi gruppi: i cacciatori-raccoglitori, gli orticoltori e gli agricoltori. Essi coltivavano piante sconosciute in Europa come il mais, la patata, il pomodoro e il cacao. Gli agricoltori fondarono le grandi civiltà dei Maya, degli Aztechi e degli Inca.

I Maya nascono in un’area della Mesoamerica. Raggiunsero il massimo splendore quando sottomisero le popolazioni vicine formando un impero che era organizzato in potenti città-Stato autonome e governate da un re-sacerdote che occupava il gradino più alto della gerarchia sociale. Nel gradino più basso si trovavano gli schiavi, prigionieri di guerra che venivano sacrificati per riti religiosi. Quando l’impero crollò si rifugiarono nello Yucatan dove vennero poi sottomessi dagli spagnoli. Ai Maya si attribuiscono scoperte come la scrittura geroglifica e il calendario con cui prevedevano gli equinozi.
Gli Aztechi furono una popolazione dal forte spirito guerriero che occupava quasi tutta la Mesoamerica. La società azteca aveva al vertice un imperatore che sosteneva di discendere dagli dei ed era molto gerarchica. Gli Aztechi si distinsero nella lavorazione dei metalli, per la scultura e la pittura naturalistica: la scena più raffigurata era il sacrificio umano. Praticavano una religione molto sanguinaria e adoravano il dio della Morte. Questo doveva essere continuamente soddisfatto con dei sacrifici umani per permettere alla vita di continuare: la vita era rappresentata dal Sole.
Gli Inca erano il popolo più esteso che comprendeva quasi tutto il sud America. Sopravvissero più di 150 anni, e la loro capitale fu Cuzco, che si trovava sopra ad un monte. La città era dominata da un imperatore che, ritenuto figlio del Sole, era la più alta autorità politica, militare e religiosa. Gli Inca vivevano in villaggi costruiti sopra ai monti e per questo erano abili costruttori di strade e ottimi architetti. Lavoravano metalli pregiati come il platino ma non conoscevano la scrittura. Essi veneravano molti dei, tra cui il Sole, la Luna, la madre Terra, la Pioggia, il Tuono e tutte le divinità che rappresentavano corpi celesti.
Quando gli spagnoli si resero conto che le terre scoperte da Colombo erano in realtà erano un nuovo continente, decidono di passare dall’esplorazione alla conquista.
L’incarico di conquistare le nuove terre fu affidato a piccoli eserciti di avventurieri senza scrupoli detti conquistadores e avevano il compito di, oltre conquistare i territori, anche preparare il territorio per i futuri coloni e in cambio avrebbero avuto il titolo di governatori delle terre sottomesse. Gli scopi della conquista spagnola sono due: ricerca dell’oro e conversione degli indios alla religione cristiana.
I grandi protagonisti di queste imprese furono Hernan Cortés che conquistò l’impero azteco, e Francisco Pizarro che conquistò quello inca. La conquista fu facile per tre motivi: l’epidemia di vaiolo portata dagli spagnoli che uccise le popolazioni perché privi di difese, la superiorità delle armi e delle tecniche di combattimento degli spagnoli, e la debolezza politica dei popoli che permise agli spagnoli di allearsi con le popolazioni assoggettate.
Questi nuovi territori annessi alla Corona di Spagna vennero chiamati “Regno delle Indie”, organizzati in viceregni, cioè la Nuova Spagna con capitale Città del Messico, e la Nuova Castiglia con capitale Lima.
I rapporti tra gli spagnoli e i coloni furono regolati tramite l’encomienda, cioè una forma di signoria temporanea: terre e popolazioni venivano spartite fra i conquistadores, e in cambio essi dovevano sistemare gli indios in villaggi stabili e convertirli al cristianesimo.
In realtà, gli amerindi furono ridotti a lavorare come schiavi, in molti morirono per la fatica e gli stenti. Gli europei giustificavano il loro governo brutale con la scusa che gli indios erano popoli inferiori, dei selvaggi. La Chiesa inviò in America dei missionari per convertire gli indios al cattolicesimo, utilizzando però metodi violenti e sbrigativi. Ma con il passare del tempo i missionari cominciarono a studiare le culture e le religioni locali. Quindi la Chiesa tentò di opporsi allo sfruttamento degli indios, prima con missionari domenicani guidati da Bartolomé de Las Casas, poi con i gesuiti.
Anche i sovrani spagnoli tentarono di fermare gli abusi dei conquistadores a danno degli indios, tanto che nel 1542 l’imperatore Carlo V promulgò le “Nuove Leggi” che vietavano la riduzione a schiavitù degli indios. Ma le Nuove leggi provocarono opposizione da parte dei coloni e il sovrano fu costretto a revocarle.
L’encomienda terminò quando ci fu un calo demografico delle popolazioni indie: i coloni allora importarono gli schiavi dall’Africa, ed ebbe quindi inizio la tratta dei neri.
Intanto, l’Estado de India, l’impero coloniale portoghese, consisteva in una lunga catena di scali commerciali e fortezze lungo le coste africane e asiatiche che servivano a difendere il monopolio della Corona portoghese. I portoghesi approdarono in Africa nel 1415 e si impadronirono di Ceuta, vicina allo stretto di Gibilterra. L’oro africano era molto ambito e impadronirsene era diventato vitale. Quindi, in Africa, i portoghesi inaugurarono la tratta atlantica degli schiavi, ma questo provocò un irreparabile danno economico, in quanto sottrassero gran parte della manodopera. I “negrieri”, cioè i mercanti di schiavi, giustificarono il loro gesto con le stesse motivazioni degli spagnoli nei confronti degli indios: fu così che nacque il razzismo nei confronti degli africani.
I portoghesi, inoltre, accortisi che anche il traffico nell’Oceano Indiano era controllato dagli arabi, cominciarono una battaglia contro di essi, impadronendosi delle maggiori basi musulmane: Goa, Hormuz e Malacca, e si spinsero fino in Cina dove fondarono la base di Macao. Il Portogallo costruì un impero commerciale e dominò per ottant’anni il traffico delle spezie asiatiche. In seguito, in Asia giunsero i gesuiti che evangelizzarono l’india guidati dai sacerdoti Francesco Saverio e Matteo Ricci.
Poi, nel 1550, il navigatore portoghese Pedro Alvares Cabral scoprì il Brasile, e il Portogallo intraprese la colonizzazione: fu diviso in quindici circoscrizioni, ciascuna assegnata ad un capitano che l’avrebbe colonizzata a proprie spese in cambio di tutti i diritti politici ed economici. Furono fondate molte città tra le quali Salvador che fu capitale, e Rio de Janeiro.
Nel regno delle Indie le attività economiche di base furono l’agricoltura e l’allevamento: agli indios fu riservata la coltivazione dei prodotti locali, mentre i coloni adattarono al nuovo territorio i vegetali e gli animali importati dall’Europa. Nell’America spagnola fu creata L’hacienda, cioè una grande tenuta autosufficiente dove si allevava il bestiame e si coltivava ogni genere di prodotto. Nel Brasile portoghese invece i coloni introdussero il sistema della piantagione, basata sul lavoro degli schiavi neri. Le piantagioni erano specializzate in prodotti come la canna da zucchero, il cacao, il caffè e il caucciù.
Le piante importate dall’Europa si acclimatarono, e insieme agli animali da allevamento arrivarono anche parassiti e insetti mai visti prima. Dall’America in Europa arrivarono piante di ogni tipo: alimentari, tessili, medicinali e anche droghe.
Dopo un’iniziale diffidenza, il tè, il caffè e il cacao divennero la passione degli aristocratici e borghesi. A Londra si cominciò a consumarli anche in luoghi pubblici, come le coffee houses, e modificarono le abitudini delle persone. Il tabacco fu accolto da violente polemiche: alcuni intuirono che facesse molto male alla salute e che fumare fosse scandaloso, ma prevalsero quelli convinti che mettesse a riparo dalle epidemie. Così il fumo divenne un’abitudine.
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