Il Cinquecento


La rivoluzione dei prezzi

Primo fenomeno, fondamentale per la comprensione di tutto il sedicesimo secolo, fu la rivoluzione dei prezzi e l’inflazione che si verificarono durante tutto il 1500. L’aumento del prezzo dei prodotti e la svalutazione della moneta furono, dagli storici successivi, spiegati con la cosiddetta “teoria monetaria”, secondo cui furono l’oro e l’argento importato dal Nuovo Mondo a far sì che l’inflazione crescesse. Nel sedicesimo secolo, infatti, le monete erano realizzate con questi due metalli, e il valore reale, vale a dire il peso, coincideva con il valore nominale. Dopo la scoperta delle Americhe e delle sue miniere, secondo la teoria, oro e argento furono portati in Europa in quantità enormi, e all’aumento della quantità, automaticamente il valore della materia prima, e quindi anche quello delle monete, diminuì, causando quindi la svalutazione monetaria. La teoria sarebbe attendibile, se non fosse stata smentita da alcuni storici francesi, verso la metà del ventesimo secolo, detto “les nouvelles histoires”, i nuovi storici. I suddetti, infatti, spiegarono che l’inflazione e l’aumento dei prezzi si stavano già verificando in Europa dalla seconda metà del quindicesimo secolo, quando l’America non era ancora stata scoperta. Inoltre, nonostante le continue importazioni di oro e argento, nel diciassettesimo secolo i prezzi erano incredibilmente crollati. L’unica spiegazione plausibile sta nel fatto che l’importo di questi metalli in Europa non fu la reale causa della rivoluzione dei prezzi, ma solo un fattore per favorirla. Il vero motivo della crisi economica del ‘500 si trova infatti nella demografia. Nell’Europa quattrocentesca, infatti, dopo un secolo terribile di guerre, pesti e carestie come quello scorso, gli europei avevano adottato migliori norme d’igiene, una nuova dieta, e vivevano in un clima migliore. Inevitabilmente, quindi, la natalità del continente era aumentata, aumentando anche il trend demografico. In pochi decenni, tuttavia, il problema della mancanza di risorse e delle troppe richieste si ripresentò: e allora ecco che il valore dei prodotti si alzò, insieme al loro prezzo, contrariamente a quello delle monete. Così viene spiegata oggi dunque la rivoluzione dei prezzi nel sedicesimo secolo.
Ora, a questo particolare fenomeno, le Nazioni europee si trovarono particolarmente impreparate, poiché basate, dopo tutto, ancora su un sistema ad impostazione feudale. Solo l’Inghilterra e l’Olanda riuscirono ad adattarsi al nuovo sistema economico, che sarebbe stato poi fondamentale nei secoli a venire. In Italia, per esempio, la situazione era pessima: i comuni, elemento di modernità nel Medioevo, rappresentavano ora un freno per la corsa alla nuova epoca. Inoltre, essi si combattevano fra di loro, senza sosta, e invece di allearsi fra loro per cacciare le Nazioni che continuamente occupavano la penisola, preferivano allearsi con quest’ultime per combattere la città rivale (fenomeno del campanilismo). In Inghilterra, invece, esisteva una classe aristocratica in grado di guardare all’età moderna, e adattarvisi. Gli aristocratici inglesi, cioè, capirono che l’unico modo per sopravvivere al cambiamento del sistema economico in corso era quello di modellarsi rispetto ad esso. Così, cambiarono metodo di guadagno: smisero di pretendere le rendite dai loro contadini, ma sequestrarono loro i campi, e li assunsero come operai agricoli, che avrebbero lavorato secondo orari da loro fissati, e sarebbero stati pagati non più in materia prima, ma in denaro. La legalizzazione dei recinti fece il resto: nacquero le prime aziende agricole europee, e con loro, il capitalismo. L’economia cambiò, insieme alla società: non si trattava più di feudalesimo, ma di imprenditoria e mercantilismo. In particolare, i nobili di sangue blu che si “convertivano” all’economia di mercato passando dalle rendite ai profitti venivano chiamati gentry, i borghesi che invece, di solito dopo aver acquistato i blasoni delle famiglie nobili andate in rovina, si davano all’investimento, erano detto yeowmen. Fu proprio questo cambiamento nel sistema di economia a dare all’Inghilterra le basi per essere il paese egemone dei secoli successivi.
Con l’Olanda successe pressappoco la stessa cosa: alcuni particolari mercanti, detti mercanti-imprenditori, fornivano lavoro extra, pagato in denaro, ai contadini che lavoravano per i nobili posseditori di terre, portandogli la materia prima a domicilio, e venendo a ritirarla, sempre a domicilio, per venderla nei mercati cittadini. In questo modo, anche nei Paesi Bassi si venne a formare un’economia sempre più di mercato (per i contadini, infatti, era addirittura più conveniente lavorare per i mercanti-imprenditori, che per i propri padroni).

I Tudor e l’Inghilterra

Ma la rivoluzione economica in Inghilterra non si sarebbe verificata senza una adeguata lungimiranza politica. Dopo la guerra delle due Rose, fra i casati di York e Lancaster, la famiglia dei Tudor era salita al trono inglese con Enrico VII. Sotto il suo regno, l’Inghilterra aveva acquistato potere e conquistato porti e rotte strategiche, diventando una potenza sempre di più marittima, e volta verso il mondo (e non più l’Europa). Egli aveva anche dato stabilità politica, oltre che economica, al Paese. E’ nota la vicenda di suo figlio, Enrico VIII. Dopo la morte del fratello Arturo, egli sposò la sua stessa moglie, Caterina d’Aragona, ma non riuscì ad avere un figlio maschio da lei. Desiderando il divorzio, mandò dei suoi servi a chiedere al papa la sua concessione (cosa non poi così eccezionale per l’epoca, all’interno delle grandi famiglie nobili). Il papa, non avendo il consenso della moglie, ed essendo questa nipote del sovrano Carlo V, che in quel periodo non aveva ottimi rapporti con Roma, negò al Re d’Inghilterra il consenso per il divorzio. Questo, adirato, con una serie di leggi separò sempre di più il Regno dalla dipendenza da Roma, rendendolo autonomo, e finendo col fondare una nuova Chiesa, detta Anglicana. Nella Chiesa Anglicana, il “capo” era il Re stesso, a cui erano affidate le investiture dei vescovi. Con la separazione dalla Chiesa Cattolica, ad Enrico VIII fu possibile sposare la sua amante, Anna Bolena, in cerca di un erede maschio. Anche questa volta, però, la fortuna non fu dalla sua. Come con Caterina, il matrimonio portò a un parto di femmina. Prima Maria, ora Elisabetta. Dopo sette matrimoni, Enrico riuscì infine a dare luce al figlio Edoardo, che dopo la sua morte, giovanissimo, divenne Re sotto il nome di Edoardo VI, e sposò Maria Stuarda, di religione cattolica. Nella famiglia Tudor, i membri erano radicalmente divisi, infatti, in cattolici e protestanti. Dopo la precoce morte di Edoardo, Maria I, radicale cattolica, salì al trono, e si sposò col Re di Spagna Filippo II con l’intento di riportare il papismo in Inghilterra. Trovò tuttavia l’avversione del popolo. Iniziò così un periodo di persecuzioni e massacri nei confronti dei protestanti, che terminò solo con la morte della Regina. Elisabetta I, secondo la successione, era l’erede. Essa era di religione protestante moderata. Temendo un complotto da parte di Maria Stuarda, la fece arrestare ed uccidere. Questo fece scattare violente rivolte da parte dei cattolici inglesi, e la scomunica papale, nonché la dichiarazione di guerra di Filippo II (che, a quanto pare, innamorato della Regina Elisabetta, era stato rifiutato). La flotta spagnola, forte di migliaia di uomini e navi robuste e pesanti, arrivata davanti alla Manica si trovò in cattive correnti e nel maltempo, così che fu possibile, per la ben più modesta flotta inglese, con una semplice guerriglia, devastarla, anche grazie al minor peso e alla maggiore agilità delle navi britanniche. Con la sconfitta navale di Filippo II davanti a Elisabetta I, l’Inghilterra affermò una volta per tutte la sua supremazia sui mari, e la definitiva decadenza spagnola. Elisabetta I fu però anche una sovrana lungimirante e strategicamente astuta: legalizzò infatti i mercati, e rese più facile l’accesso alle banche (avendo ormai compreso che la via del futuro era quella del capitalismo), legalizzò poi, oltre alle recinzioni, anche la pirateria, per ostacolare i traffici mercantili delle nazioni rivali. Sotto il suo regno, l’Inghilterra divenne la candidata ad essere la Nazione più potente del mondo.

Francesco I e la Francia

Un’altra figura fondamentale del sedicesimo secolo fu Francesco I di Valois, Re di Francia. Nato nel 1494, divenne Re nel 1515, anno della battaglia di Melegnano, che combatté contro Carlo V, per la Borgogna e il Ducato di Milano. Dopo essersi candidato per l’investitura imperiale della Confederazione Germanica, fu battuto da Carlo V, che divenne imperatore. La Francia, tuttavia, non lo riconobbe mai come tale. Nel 1521, Carlo V attaccò il Ducato di Milano e la Borgogna, dando il via alla guerra con la Francia. Nel 1525, dopo la sconfitta a Pavia, Francesco fu sconfitto dall’esercito imperiale in Italia, e venne imprigionato. Costretto a firmare il trattato di Madrid, che consegnava la Borgogna e Milano in mano agli Asburgo, tornò in Francia dopo un anno di prigionia, e rinnovò la guerra. Nel 1526 fondò la Lega di Cognac, di cui facevano parte la Francia, la Chiesa ed alcuni Stati italiani (fra cui Venezia e Genova). Carlo V, per punire il papa dell’alleanza coi francesi, inviò a Roma l’esercito dei Lanzichenecchi, che saccheggiarono la capitale cristiana nel 1527. Dopo il Sacco di Roma, Francesco strinse un’alleanza anche con l’Impero Ottomano e i principati protestanti tedeschi, pur essendo cattolico, per ostacolare ulteriormente l’imperatore Carlo. Nel 1529, però, i due firmarono la Pace di Cambrai, che stabiliva la rinuncia ai territori italiani da parte della Francia. La guerra, interrottasi così, fu poi ripresa dal figlio di Carlo, Filippo II di Spagna, che la concluse nel 1559 con la Pace di Cateau-Cambresis: la Francia rinunciava ai territori italiani, che appartenevano alla Spagna, ma rimaneva sostanzialmente inviolata dal punto di vista territoriale.
Oltre alla vicenda delle guerre fra Francia e Impero, un altro grande fardello per la Francia di quegli anni furono le guerre religiose fra Cattolici e Ugonotti (calvinisti). Scoppiate dopo la morte del Re Francesco I, nel 1547, si accesero perché usate come pretesto per una guerra di successione fra le famiglie aristocratiche francesi. In particolare, si contesero il trono le famiglie dei Guisa, cattolici, e dei Borboni, protestanti. Particolarmente amaro l’episodio della strage della notte di San Bartolomeo, il 24 agosto del 1572, quando, dopo un tentativo di conciliazione attuato da Caterina de’ Medici, reggente del Regno, moltissimi rappresentanti ugonotti furono brutalmente massacrati. Infine, divenne re Enrico IV di Borgogna, che emanò l’editto di Nantes (1598): ad eccezione di alcune città, come Parigi, in Francia poteva essere praticata la libertà di culto, sia cattolico che protestante. Fu in questi anni che nacque, fra l’altro, il concetto di Stato laico, teorizzato dal filosofo Jean Bodin come unica soluzione per la tragedia delle guerre civili francesi.

Carlo V e il sogno di un Sacro Romano Impero

Carlo V, nato nel 1500, di padre asburgico e madre spagnola, si ritrovò sovrano di un vastissimo territorio, che comprendeva quasi tutta l’Europa: la Spagna, l’Olanda, l’Austria, la Boemia, l’Ungheria, l’Italia meridionale. Il suo grande progetto politico fu quello di ricreare l’antico Sacro Romano Impero. Ben presto, tuttavia, si rese conto dell’impossibilità del suo piano. Desiderano il trono di imperatore di Germania, grazie ai soldi della grande banca tedesca Fugger, corruppe i principi tedeschi, convincendoli col denaro a votare lui invece che Francesco I. Dopo essere diventato imperatore truccando le elezioni, si rese conto di quanto fosse spigolosa la situazione in Germania. Là dove la riforma luterana più si era diffusa, delle cruente guerre di religione venivano combattute fra principati cattolici e luterani. Non potendo prendere posizione, poiché sovrano sia di popolazioni cattoliche come la Spagna, che di Nazioni protestanti come l’Olanda, Carlo V cercò di mantenere una posizione neutrale, risultando però così nemico ad entrambe le parti. La questione tedesca venne “risolta” con la Pace di Augusta (1555), che stipulava il principio di “cuius regio, eius religio”, secondo cui la religione del principe era la religione del principato, e le altre erano proibite ai sudditi. Disprezzato in Germania, si rese conto di non godere di miglior fama nel resto del suo vasto Regno. Nato nelle fiandre, non conosceva né lo spagnolo, né il tedesco, e non era accettato di conseguenza come sovrano né in Spagna, né in Austria (tantomeno nell’indipendentista Olanda). Nonostante le schiaccianti vittorie su Francesco I e la conquista dei territori italiani, si rese conto che l’abdicazione fosse la scelta migliore. E così, nel 1556, lasciò i suoi possedimenti a suo fratello Ferdinando (Austria, Boemia, Germania, Ungheria) e al figlio Filippo II (Spagna, Italia Meridionale, Colonie sudamericane).

Filippo II e la Spagna

Ultima figura storica del ‘500 fu il sovrano di Spagna Filippo II. Il suo grande errore politico e strategico fu quello di voler dare alla Spagna il ruolo di Nazione egemone in un’Europa che ormai non guardava più al Vecchio Continente, ma alle colonie affacciate sui due oceani. Re del Regno “forziere” d’Europa, sperperò tempo e denaro in guerre (prima fra tutte quella con l’Olanda, clamorosamente persa a causa della tecnica delle efficienti dighe olandesi: l’Olanda ottenne l’indipendenza nel 1648), invece di concentrarsi sullo stabilimento di una stabile economia di mercato. Filippo fu capace di portare in bancarotta il Paese per ben quattro volte, dopo aver combattuto innumerevoli e inutili guerre in Europa continentale, oppure contro l’Inghilterra di Elisabetta I (ma quella fu forse l’unica guerra di cui si può trovare un senso: la Britannia era il più grande rivale commerciale degli iberici), e aver progettato la sontuosa città di Madrid. Mentre Francia e Inghilterra sfruttavano gli schiavi neri in Africa, senza però farli morire di fatica, rendendoli così efficienti, gli spagnoli in Sudamerica decimarono le popolazioni Indios facendole morire di lavoro nelle miniere, e rimanendo quindi, infine, senza materia prima e senza schiavi. Lasciarono poi conquistare i porti più strategici all’Inghilterra e all’Olanda, limitandosi a occupare le aree interne e centrali delle colonie. Insomma, una serie di imperdonabili errori strategici, accompagnati da una cappa di intolleranza posata sulla Nazione (l’unica autorità giuridica era la Santa Inquisizione), che portò gli investitori stranieri a diffidare della Spagna, e quelli interni (come gli ebrei sefarditi) a fuggire impauriti dal Paese. Rimanendo ancorata a un’impostazione feudale della società, senza proiettarsi verso la modernità dell’economia di mercato e del capitalismo, e senza saper sfruttare in modo opportuno le proprie ricchezze e le proprie colonie, la Spagna venne relegata dopo le sconfitte in Olanda e sui mari a una posizione marginale, non solo nel mondo, ma anche nella stessa Europa.
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