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La rivoluzione agricola medievale

Il mondo economico e sociale dell’Alto Medioevo fu dominato dal sistema produttivo agrario della cosiddetta curtis. Si trattava di una ripartizione dei territori in una serie di porzioni, ognuna delle quali era sottoposta al dominio e alla giurisdizione di un signore o padrone. Ogni singola parte veniva a sua volta suddivisa in una parte sottoposta a coltivazione dai servi e in un’altra affidata ad usufrutto a un massaro, che aveva il compito di coltivarla per conto del padrone. La porzione della curtis affidata al massaro era solitamente sottoripartita in ulteriori appezzamenti di terreni coltivabili detti mansi, che venivano ceduti in affitto a coloni per la coltivazione. Questi erano tenuti a corrispondere in natura al massaro una quota dei prodotti ricavati dalla terra. La preoccupazione fondamentale del contadino era quella di assicurare alla propria famiglia e agli eventuali aventi diritto sulla terra da lui coltivata, la produzione cerealicola, che costituiva l’ ingrediente primario dell’ alimentazione umana, particolarmente per i ceti più poveri. La civiltà curtense era caratterizzata da un’economia di mera sussistenza. La scarsità della produzione agroalimentare del sistema curtense era da ascriversi alla diffusa arretratezza dei sistemi di coltivazione e alla rudimentalità delle tecnologie impiegate nell’aratura della terra. I terreni utilizzati per le coltivazioni erano molto pochi e gli animali venivano allevati allo stato brado. La quantità di terreni ridotti a coltura era molto esigua, il paesaggio era maggiormente costituito da enormi estensioni boschive e da altrettanti grandi terreni paludosi e insalubri. In mezzo a questo paesaggio desolato, sorgevano le rocche e i castelli dei signori feudali che dominavano il territorio. Per tradizione, inoltre, l’ economia dei popoli germanici dell’ Europa settentrionale poneva al proprio centro la foresta, ed era in gran parte fondata sulla caccia della selvaggina, la raccolta di frutti che crescevano spontanei e la legna veniva impiegata per le costruzioni e il riscaldamento. A partire dall’ epoca di Carlo Magno vennero introdotte alcune importanti innovazioni nell’ambito delle tecniche di coltivazione e degli strumenti agricoli in esse impiegati. Nei territori dell’Europa nord-orientale si diffuse la prassi della rotazione triennale delle colture. L’ antico sistema di rotazione biennale comportava la suddivisione del campo in due parti: una adibita alla semina, l’ altra lasciata a riposo ( maggese ). Ci si rese conto che una parte del campo poteva essere destinata alle semine invernali, un’altra a quelle primaverili e una terza parte lasciata a riposo. Riducendo il maggese ad un terzo del campo, fu possibile ampliare l’ area dedicata alla coltivazione. Un altro fattore determinante per lo sviluppo fu la progressiva introduzione di strumenti agricoli tecnologicamente perfezionati. Agli antichi attrezzi in legno si sostituirono quelli in ferro. In particolare, fu l’ aratro pesante a ruote l’ innovazione tecnologica che diede la spinta decisiva alla produzione agricola dell’Occidente medievale. Anche in questo caso, la nuova tecnologia tardò ad affermarsi in paesi come l’ Italia centro - meridionale, la Spagna e la Provenza, in cui rimase in uso l’aratro leggero in legno, privo di ruote, formato da una semplice lama metallica che gettava la terra ai due lati, senza riuscire a rovesciare le zolle, né a tracciare solchi profondi. Con il coltro, una lama che tagliava la terra in senso verticale, il vomere, altra lama collocata in senso ortogonale al coltro, che tagliava le radici delle piante, e il versoio che rovesciava le zolle, era invece possibile dissodare in modo più efficace il terreno, aumentandone al tempo stesso la fertilità. A causa delle maggiori dimensioni rispetto agli aratri precedenti, l’aratro pesante richiedeva un numero superiore di animali domestici per il suo traino, nonché l’aggiunta di ruote. L’ utilizzo dell’ aratro pesante portò dunque ulteriori elementi di innovazione tecnologica. Dai due buoi sufficienti per l’ aratro leggero, si passò in un primo momento a quattro o sei animali, poi sostituiti dai cavalli che potevano raggiungere una maggiore velocità. Questa sostituzione richiese un incremento europeo dell’allevamento equino. A completare il miglioramento vi fu la sostituzione della cinghia di cuoio legata al collo dei buoi, con la bardatura rigida legata alle spalle dei cavalli, che evitava il rischio di soffocamento dell’animale durante il traino. Lo sforzo procurato ai cavalli richiese necessario ricorrere alla ferratura degli zoccoli, che in caso contrario si sarebbero in breve consumati al ripetuto passaggio sul terreno. Per la macinatura del grano, fino al I secolo d.C., i romani avevano introdotto l’ uso del mulino ad acqua. Nel periodo immediatamente successivo al crollo dell’ impero romano d’ Occidente, la civiltà dell’Alto Medioevo iniziò sempre più a servirsi di macchine che sfruttavano le forze prodotte dai fenomeni naturali, trasformandole in lavoro. Fu questa l’ epoca in cui, nei territori europei, cominciò a diffondersi l’ utilizzo del mulino ad acqua. Furono due le tipologie principali di questa macchina: quella a pale orizzontali e quella a pale verticali. Il mulino si diffuse soprattutto in paesi dotati di un’ampia rete fluviale. Un mulino ad acqua era in grado di sostituire, all’ incirca il lavoro di 40 uomini che non essendo più impegnati nella macinatura a mano, potevano dedicarsi al diboscamento e alla bonifica di nuovi terreni. Con l’ invenzione dell’albero a camme, fu possibile trasformare il moto circolare uniforme impresso dall’ acqua alle pale, in movimento alternato. In questo modo si ampliarono ulteriormente le possibilità di impiego del mulino. A poco a poco, le stesse componenti in legno del mulino ad acqua, vennero sostituite da elementi in ferro. Bisogna osservare che furono quasi sempre i membri dell’aristocrazia feudale laica ed ecclesiastica i soli in grado di sostenere gli alti costi per realizzare i mulini. Fu così che i proprietari dei mulini imposero tasse sempre più gravose ai contadini che dovevano servirsene per la macinazione dei prodotti agricoli. Intorno al XII secolo si avvertì diffusamente in Europa l’ esigenza di un affrancamento delle condizioni feudali che vincolavano l’ utilizzo dei mulini ad acqua. Un grande vantaggio si ebbe dai mulini a vento, che rispetto ai mulini ad acqua richiedevano di essere orientati a seconda della direzione del vento. A questo scopo, il cosiddetto corpo del mulino veniva montato su un perno installato su una base fissa. Facendo ricorso ad una lunga barra di legno detta timone, era possibile orientare il corpo del mulino nella direzione in cui, di volta in volta, soffiava il vento. Rispetto al mulino ad acqua, inoltre, era necessario munire il mulino a vento di pale molto più grandi, che consentissero di sfruttare al massimo la forza dei venti. Come quello ad acqua quindi, anche il mulino a vento non poteva essere costruito in posti qualsiasi, ma questo tipo di macchina si affermò soprattutto in quelle zone e in quei paesi come l’Olanda e la Spagna, che dal punto di vista climatico, erano esposti per tutto l’ anno alla forza costante dei venti. La sempre più massiccia diffusione dei mulini a vento rappresentò una testimonianza del lento ma deciso affermarsi delle strutture politiche comunali e dell’economia borghese e urbana sullo sfondo della vecchia civiltà feudale europea. Concludendo, una serie di innovazioni nelle tecnologie agrarie si diffuse, anche se non omogeneamente, sui territori dell’ Europa occidentale, a partire dall’ XI secolo. In una prima fase, furono soprattutto le grandi pianure alluvionali al nord delle Alpi, con clima prevalentemente piovoso, ad avvalersi del miglioramento delle procedure di lavorazione della terra, che continuò ad essere la principale risorsa economica europea, almeno fino alla metà del XIX secolo. Si verificò di conseguenza un incremento della produzione alimentare che contribuì alla grande crescita demografica dell’ Europa dall’ XI al XIII secolo. Nuovi terreni coperti da foreste o invasi da paludi vennero messi a coltura da parte sia dei laici sia dei monaci. Come accadde da parte del vescovo di Amburgo, che concesse un terreno, fino ad allora paludoso e lasciato incolto, ai contadini provenienti dall’Olanda. Essi dovevano dare la decima parte del raccolto dei campi al signore, la decima parte degli agnelli, dei maiali, delle capre e delle oche.

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