pexolo di pexolo
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Alfabetismo e cultura scritta


Il processo di analfabetizzazione, cominciato dal IV secolo e intensificato con la fine dell’impero, mutò l’idea di libro come trasmettitore di cultura in un prezioso scrigno di misteri, talvolta venerando oggetto di culto; a questo processo, collegato con la limitazione della produzione letteraria ai soli ecclesiastici, contribuirono sia la mancanza di un sistema scolastico in età tardo-antica, sia la scomparsa della classe urbana di funzionari da formare, a causa del ridimensionamento del ruolo della città. In età carolingia, sebbene il fenomeno aumentò, ai livelli sociali più alti si registra la rinascita culturale del classicismo, grazie al moltiplicarsi dei centri di copiatura dei codici, che anticipa la nuova fioritura di produzioni culturali laiche del XII secolo.

Pochi scrittori, pochissimi lettori

Il merito della diffusa alfabetizzazione che caratterizza il mondo romano imperiale può essere attribuito al sistema scolastico sovvenzionato dall’impero, sviluppatosi fra II e III secolo d.C., incrinato nel V secolo e scomparso nel VII. Il processo di analfabetizzazione, calcolato dagli storici attraverso lo studio delle sottoscrizioni autografe e il calcolo di quanti sapevano scrivere il proprio nome, coprì il 40% della popolazione laica nella Francia e nelle città italiche di tradizione romana (Roma e Ravenna) del VII secolo, mentre all’epoca nessun sottoscrittore ecclesiastico era analfabeta, e il 70% dei laici nell’Italia longobarda, dove le donne non appartenevano più al gruppo dei letterati e nelle campagne il fenomeno raggiungeva cifre ancora più drammatiche. Ma il divario tra coloro che sapevano scrivere e gli altri si allarga se si tiene in considerazione che pochi alfabetizzati usavano una scrittura veloce e disinvolta (notai), mentre l’altra parte delle sottoscrizioni, caratterizzate da lettere ben separate, indicavano un tipo di scrittura stentata e tracciata faticosamente. Tra VI e VII secolo, a causa della differenziazione culturale dei diversi regni romano-barbarici, si ampliò l’isolamento dei gruppi di alfabetizzati e perciò aumentarono le differenze tra le scritture utilizzate. Alla officine librarie si sostituirono piccoli centri scrittori situati dapprima nelle chiese cattedrali cittadine e poi solo presso i monasteri. Questo permette di comprendere anche il fenomeno di «chiusura del libro», a partire dall’assenza di un pubblico esterno ai centri ecclesiastici, testimoniato dalla differenze nei modi di rappresentare il libro nei mosaici ravennati di V secolo (in cui i libri appaiono come oggetti d’uso, aperti e riempiti di parole) e in quelli romani di VII secolo (appaiono chiusi, preziosi e ricoperti di gemme). Come la scrittura, anche la domanda di lettura subì evidentemente un arresto: a sostegno di questa tesi, apparentemente indimostrabile, si può portare l’assenza, nei codici anteriori al secolo XII, di segni a rendere la lettura più agevole (spaziatura, punteggiatura, uso logico di maiuscole).
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