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Nelle città più ricche e popolose i mercanti e gli artigiani si riunirono spontaneamente in libere associazioni che avevano lo scopo di difendere l’interesse dei soci, sottraendoli alle prepotenze e agli arbitri dei signori. Poco alla volta i nuovi organismi cittadini si trasformarono in organi di governo di piccoli Stati con poteri sovrani come fare le leggi, coniare le proprie monete, amministrare le giustizia, armare un esercito e dichiarare guerra. Nella principali città sorse il Comune (associazione volontaria di cittadini di classi sociali diverse) che agiva come ente pubblico. Il movimento comunale fu particolarmente forte nell’Italia centro-settentrionale, dove riuscì a imporsi sulle campagne circostanti la città, eliminando i poteri feudali e diventando un piccolo Stato indipendente. Per tutelare ed espandere ancora i propri interessi, nel Trecento i mercanti tedeschi riuscirono a promuovere un’alleanza tra città che prese il nome di Lega anseatica (Hansa). Questa specie di confederazione aveva il suo centro principale a Lubecca. L’Hansa contò fino a 200 membri e per un certo periodo riuscì ad agire come un soggetto politico autonomo. Ma a partire dal Quattrocento la maggior parte delle città autonome tedesche furono riassorbite negli Stati regionali di origine feudale.

L’organizzazione socio-economica delle città
La città diventò un moltiplicatore della crescita economica avviata nelle campagne e favorì la nascita di nuove figure sociali, in particolare il mercante, che fondava la sua ricchezza sulla trasformazione di materie prime, sullo scambio di merci e sul denaro. Le principali attività economiche erano organizzate secondo il sistema delle Corporazioni (in Italia dette anche Arti o Mestieri, in Germania Gilde), associazioni che ne regolamentavano le condizioni di esercizio e produzione, la quantità e il prezzo dei prodotti, le ore di lavoro e di riposo e l’apprendistato. Quest’ultimo è il periodo, di circa 3 anni, in cui un giovane lavorava per imparare il mestiere dal padrone di bottega, il quale in cambio gli dava vitto e alloggio e NON un salario. A partire dal Duecento, tutte queste norme furono raccolte in forma scritta negli statuti delle corporazioni. Nessuno poteva praticare un determinato mestiere se non era iscritto alla relativa Arte. Questo permetteva all’Arte di controllare i singoli prodotti di ogni bottega, punendo i responsabili di eventuali frodi e contraffazioni. Ecco perché il bollo dell’Arte (posto sulle pezze di lana o di seta o su qualsiasi altra merce) costituiva un’assoluta garanzia. Non tutti erano ammessi all’Arte, né tutti i membri avevano la stessa importanza. Per ottenere l’iscrizione a un Arte era necessario possedere determinati requisiti; a seconda dei casi, poteva essere richiesto di essere nativo del Comune o di essere cristiano praticante (non erano ammessi gli ebrei). Inoltre alcune corporazioni escludevano le donne e infine bisognava aver superato certi esami o aver compiuto un periodo di apprendistato. Apprendisti e salariati (cioè i lavoratori occasionali e stagionali) non avevano un peso nell’organizzazione dell’Arte a cui facevano riferimento, ma erano i maestri (i padroni delle botteghe) a dominare la vita associativa. Le Arti erano organizzate secondo una rigida gerarchia, al vertice della quale c’erano i padroni delle botteghe. In seguito si stabilì anche una gerarchia tra i mestieri: cominciarono a distinguersi Arti “maggiori” (tra cui quelle delle lana e i banchieri) e “minori” (fornai e macellai). Godevano di grande considerazione anche giudici, notai e soprattutto banchieri.

Il comune in Italia


In Italia i Comuni si affermarono soprattutto nell’area centro-settentrionale (Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Toscana), liberandosi dal controllo del conte o del vescovo. In generale, ebbero un carattere aristocratico: la direzione della vita pubblica era nelle mani di un gruppo dirigente formato da una nobiltà di origine feudale, da funzionari laici ed ecclesiastici e da pochi borghesi. Il governo era esercitato da consoli scelti a rotazione (la durata della carica era di massimo 1 anno) tra i cittadini più importanti i “maggiori” o i “magnati”. Tra i loro compiti più delicati c’erano quelli militari. L’esercito comunale consisteva originariamente in una milizia cittadina, era cioè composto dai cittadini, tutti obbligati a prestare servizio in guerra e a sostenere le spese dell’armamento. Con il tempo, i Comuni fecero ricorso sempre più spesso ai soldati mercenari (stranieri pagati), con gravi conseguenze per le finanze cittadine. I consoli erano aiutati, negli affari più delicati, da un consiglio o senato, formato dai rappresentanti di tutte le più importanti famiglie. A trattare gli affari generali provvedeva un consiglio maggiore, composto da alcune centinaia di cittadini autorevoli. Esisteva infine una vera e propria assemblea di tutti i cittadini nobili e borghesi, detta parlamento o concione o arengo, che aveva il compito di decidere sulle questioni di maggiore rilievo, di approvare le leggi e di eleggere i consoli.
Mentre il Comune si liberava dai vincoli feudali, al suo interno la società cittadina viveva in continua tensione. La lotta tra le varie fazioni (cioè gruppi di interessi) per il controllo del governo divenne sempre più aspra rendendo pericolosamente instabile il Comune. Per porre un freno a questa situazione si tentò di ricorrere a un nuovo magistrato: un podestà, un uomo non residente nei territori del Comune, esperto di legge e abile nel comando militare. Lo scopo era quello di ottenere un governo imparziale, in grado di mantenere ordine e tranquillità. Ma in un contesto di profondi cambiamenti economici e sociali nemmeno il potestà riuscì a pacificare i Comuni. Nel Duecento, il ceto borghese (legato alla produzione manifatturiera) si arricchì ulteriormente e riuscì a imporre la nomina di un capitano del popolo incaricato di tutelare appunto gli interessi “popolari” contro ogni prepotenza dei nobili. Approfondimento significato popolo: nei Comuni medievali italiani, quando si parla di popolo e di popolani, si intende l’insieme di coloro che risultavano iscritti alle Arti e che, grazie alla loro potenza economica, avevano conquistato un ruolo politico.
A partire dal XIII secolo i ceti borghesi non aristocratici, il cosiddetto popolo grasso, riuscirono a imporre la loro presenza o addirittura il loro predominio sulle istituzioni del Comune, facendo eleggere un capitano del popolo. Continuavano comunque a essere esclusi da ogni potere politico gli strati più umili della popolazione (artigiani non organizzati in corporazioni, lavoratori salariati e plebe) che formavano il popolo minuto.
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