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Storia della società del XX secolo

Il termine storia deriva dal greco e significa "racconto del passato", e nasce dall'interesse per le cose del passato e dal piacere di scoprire i nessi che riguardano l'umanità tutta ed anche il presente. Questo per dire che la storia ed il passato non sono slegati dal presente, ma vi è uno stretto collegamento tra ciò che siamo e ciò le generazioni precedenti sono state ed hanno vissuto, così come vi è un collegamento con il futuro per quanto questo non renda gli storici degli indovini. Ecco perché lo studio del passato al di là della competenza che dà dovrebbe aiutarci ad essere cittadini più consapevoli e disincantati.

Studiare storia significa studiare il passato per porre ad esso degli interrogativi che riguardano anche la contemporaneità; per questo, Benedetto Croce ha affermato che "ogni storia è contemporanea", per dire che anche gli eventi più lontani si attualizzano nel momento in cui vengono studiati, in quanto spesso chiediamo al passato cose che magari ci interessano alla luce dei nostri problemi attuali; la lettura del passato è diversa da epoca ad epoca perché le lenti con le quali lo osserviamo sono sempre attuali, sono sempre quelle che il presente ci induce a fare.

La storia è fatta di tempo, ed è il tempo passato in cui gli eventi hanno una loro scansione ed un collegamento logico. Dunque, studiare il passato significa ricostruire una determinata epoca ponendole delle domande che abbiano a che fare con il nostro presente. Lo storico non deve commettere l'errore di rivedere il passato in un'aura nostalgica e mitica, come se comunque il passato fosse sempre meglio del presente, ma dovrebbe vedere del passato luci, ombre, difficoltà, potenzialità, elementi positivi e negativi.

Un altro errore che oggi gli storici non devono commettere è la credenza che il passato insegni e eviti di commettere gli stessi errori, credendo che la storia sia magistra vitae. Non è sempre scontato che sia così in quanto gli eventi del '900 hanno dimostrato quanto sia sbagliata la fiducia ottimistica in questo senso (es. la seconda guerra mondiale, appena vent'anni dopo la prima). Lo storico quindi non può pretendere di salvare l'umanità, non può pretendere di fare previsioni, ancora non può pretendere che il suo insegnamento serva agli uomini per non incorrere più negli errori del passato; anche perché la storia è fatta di individui e di scelte non sempre razionali e spesso imprevedibili. Lo storico può mettere in guardia ma non impedire che l'umanità faccia il suo corso.

Come ci immaginiamo la storia?

Lineare. Nella nostra concezione del tempo, occidentale e biblica, nulla si ripete. Quest'idea è che il cammino dell'uomo vada verso il bene. Bene che per la religione è il ricongiungimento con Dio, mentre per la cultura laica è il progresso dell'umanità. Quest'idea futurologica del tempo, percorso lineare verso un fine, non appartiene a tutte le culture ma è il nostro modo di studiare la storia.

Quello che oggi non c'è più nell'idea della storia è che il cammino dell'uomo sia indirizzato al bene ed al progresso: gli eventi del '900 hanno smentito l'idea ottimistica valida sino a quel momento che l'uomo progredisca materialmente e moralmente. È stato infatti dimostrato che ci possa essere progresso materiale e regressione morale.

La storia sociale e la storia politica

La storia, come disciplina che racconta il passato, nasce all'alba dei tempi con Erodoto come storia politica: la tradizione storiografica è sempre stata basata sugli eventi politici, sui grandi personaggi ed i grandi eventi che hanno segnato la storia dei popoli o dei paesi. Quindi, elemento caratterizzante della storia in generale, per secoli era la storia politica della polis, dell'agire pubblico, delle comunità e dunque delle loro elites. Questo tipo di storiografia ha sempre svolto una grande funzione di legittimazione del potere costituito: tutti i grandi sovrani e politici, cioè, in qualunque età, si sono serviti degli storici per legittimare se stessi ed il proprio potere (storia alta).

La politica concerne qualsiasi manifestazione dell'agire pubblico, in senso ampio. Ma non è solo così, essa è tutto ciò che riguarda l'agire collettivo nella sfera pubblica. Ora la storia politica non è più solo storia del potere, storia alta, perché è stata in parte cambiata dallo sviluppo di un altro filone di storia molto più giovane, cioè la Storia Sociale. La storia sociale è una corrente molto più giovane rispetto a quella politica; nasce nel 1929 in Francia insieme ad una rivista, "Annales", per iniziativa di Block e Fevbre. Questi due storici introducono un nuovo approccio agli studi storici, usufruendo anche di altre discipline quali la geografia, la sociologia, il diritto, basandosi sulle trasformazioni sociali ed economiche e non solamente al susseguirsi degli eventi. Colui che più degli altri ha parlato della necessità di non guardare solo agli eventi è stato Braudeille. Questi parla per la prima volta di storia non degli eventi, ma di storia delle strutture e della "lunga durata", relativa non all'evento singolo ma alle strutture di lungo periodo.

Quindi la storia sociale nasce in Francia con un cambiamento metodologico, con l'utilizzo delle scienze sociali nello studio del passato. I primi temi che gli storici sociali affrontano sono state le strutture economiche, allargando lo sguardo anche verso la storia culturale in senso ampio. Gli storici sociali, ancora, contestano alla storia politica di fare solo storia delle elites, contrapponendo dunque a questa la cosiddetta storia dal basso della gente comune e della vita quotidiana. Questo tipo di storia utilizza fonti diverse rispetto a quella politica, che si serviva di archivi istituzionali, facendo invece riferimento all'economia, alla statistica, all'economia e alla letteratura.

Dagli anni '90 in poi, c'è stata una pacificazione tra gli storici politici e gli storici sociali: gli storici in generale sono tornati a mostrare attenzione per i fenomeni politici, soprattutto dopo la fine della Guerra Fredda. La storia politica ha inoltre utilizzato sempre più le contaminazioni delle altre discipline della storia sociale. Dunque la storia politica ha allargato i propri orizzonti tanto che oggi si può dire che tutto sia politica. Quindi, oggi, la storia politica studia lo stare insieme di una comunità, in tutte le sue manifestazioni e in tutte le sue complesse sfaccettature.

Le periodizzazioni e l'età contemporanea

Periodizzare significa collocare gli eventi del passato entro delle coordinate cronologiche. Ciò serve per aiutare la comprensione degli eventi, ma è un'operazione arbitraria nella misura in cui ogni storico può individuare delle proprie periodizzazioni ed è per questo che non ne esistono di universali, perché occorre considerare la prospettiva dalla quale noi guardiamo i vari eventi.

L'inizio dell'età contemporanea ha suscitato maggiori conflitti tra gli storici, proprio a causa del margine di arbitrio nel stabilire una periodizzazione. Per essa, infatti, non abbiamo una cesura netta come potevamo trovarla all'interno della scoperta delle Americhe o la nascita di Cristo.

Secondo la periodizzazione classica, l'età contemporanea si fa normalmente iniziare nello spazio temporale compreso tra la duplice rivoluzione francese ed industriale, dunque alla fine del '700, e la "primavera dei popoli" del 1948, dopo la quale ci si rende conto che non si possa più tornare indietro agli stati assoluti, grazie alla nascita dei diritti civili (sovranità popolare). A livello geografico, invece, essa comprende le zone dell'Europa e del Nord America. Insieme ai diritti civili, ricordiamo il diritto alla vita, quello di parola e di espressione, ma anche quello alla libera associazione, oltre alla divisione dei poteri e al pluralismo politico.

Ci sono però anche altre periodizzazioni circa l'età contemporanea, che pongono lo spartiacque a cavallo della prima guerra mondiale:

  • Mayer, guardando meno agli aspetti politico – istituzionali e più al costume e agli assetti economici, considera come vera cesura la prima guerra mondiale, dal momento che i valori dell'Ancien Regime sopravvivono sino al 1914.
  • Hobsbawm, invece, distingue tra un lungo '800 ed un breve '900, facendo coincidere il primo con il periodo che va dalla rivoluzione francese alla prima guerra mondiale e considerandolo un secolo dell'ottimismo e della fiducia nel progresso. Esso è il secolo della borghesia, dell'avvio dello sviluppo industriale e lineare in quanto appunto dominato da fiducia e dalla ragione umana (l'uomo, guidato dalla ragione, non può che progredire). Il '900, invece, è un secolo breve, il secolo degli estremi, e coincide con la durata del potere sovietico, cioè dal 1917 (rivoluzione bolscevica) alla caduta del muro di Berlino e dell'Urss.
  • Un altro modo per periodizzare le epoche è quello di dividere le stesse in secoli e decenni: come abbiamo già detto, il 700 è il secolo della ragione e dell'illuminismo, l'800 è il secolo della borghesia, dello sviluppo industriale, del liberalismo e dell'ottimismo, il '900 è invece il secolo degli estremi e delle contraddizioni.

La divisione per decenni aiuta invece a trattenere gli elementi caratterizzanti: abbiamo "i ruggenti anni '20", "gli anni '30 della grande depressione economica", "gli anni '40 della seconda guerra mondiale", "gli anni '50 in cui si delinea lo scenario bipolare", "gli anni '60 del benessere, del consumismo di massa, dei giovani", "anni '70 nuovamente bui", "gli anni '80 del nuovo benessere e del secondo boom economico", "gli anni '90 della globalizzazione".

Il Novecento: caratteri peculiari ed interpretazioni

Abbiamo detto che questo è il secolo degli estremi, della violenza e del progresso, oltre che di storia universale (sono stati anticipati alcuni tratti che emergono poi negli anni '90), e il secolo in cui l'impatto dell'uomo sull'ambiente è stato maggiore che in ogni altra epoca. Per capire il senso di questi estremi che hanno contraddistinto il '900, analizziamo alcune frasi di importanti intellettuali circa il secolo: gli scienziati lo considerano in modo positivo, i filosofi in modo negativo.

  • Berlin, filosofo e politologo inglese, ha detto "Ricordo il XX secolo come quello più terribile della storia occidentale".
  • Golding, premio nobel per la letteratura, "Non posso fare a meno di pensare che questo sia stato il secolo più violento della storia dell'umanità".
  • Rita Levi Montalcini, premio nobel per la medicina, asserisce "Nel '900 ci sono state nonostante tutto rivoluzioni positive: penso all'emergere del quarto stato (classe operaia), penso alla donna che dopo secoli di repressione è riuscita a venire alla ribalta".
  • Choa, premio nobel per la fisica, "Considero fondamentale il progresso scientifico, guardo allo sviluppo della medicina e penso allo sviluppo degli antibiotici".

È stato il secolo in cui si sono manifestati nel modo più evidente e plateale il massimo del bene e del male che esistono nella natura umana. Qui si è rotta la sovrapposizione tra progresso materiale e morale, in quanto il progresso materiale è messo a servizio della distruzione e non più a servizio del progresso morale come si credeva nell'800.

Queste contraddizioni erano già state colte da molti intellettuali europei all'inizio del secolo, in quanto la fiducia del secolo precedente inizia a venire meno all'alba del nuovo. Siamo in presenza di speranze e paure insieme: da un lato si pensa che il progresso, la ragione, possano continuare a maturare nella scienza, nelle comunicazioni, nell'economia; al tempo stesso si inizia a pensare che i valori della ragione e del liberalismo stiano tramontando, a causa della decentralizzazione dell'Europa. Le preoccupazioni principali delle classi dirigenti europee sono ad esempio quella del declino dell'Europa per l'affacciarsi sulla scena mondiale non solo degli Stati Uniti, ma soprattutto del Giappone e della Cina, che mettono in crisi il primato storico dell'Europa nel mondo. Ancora, si ha paura dell'avanzata del socialismo, così come del nazionalismo, che stanno iniziando ad avanzare. Queste due tendenze hanno in comune la contestazione rispetto alla cultura liberale, proponendo prospettive alternative a quest'ultima.

Per fare un parallelismo tra la fine dell'800 e l'inizio del '900 e la fine del XX e l'inizio del XXI secolo, ricordiamo la "rivolta dei Boxer" da una parte e l'attentato alle Torri Gemelle dall'altra: la prima, nel 1900, è stata una rivolta di stampo xenofobo, in quanto si volevano cacciare gli stranieri che avessero un interesse economico in Cina, ma viene vissuta dagli europei come uno scontro di civiltà e la minaccia rappresentata da una civiltà che si riteneva portatrice di valori opposti rispetto alla modernità occidentale (antindividualismo, arretratezza). Essa venne soffocata da un intervento congiunto da un intervento militare fatto da una coalizione di stati occidentali. Possiamo trovare un'analogia con l'attentato alle Torri Gemelle rispetto a ciò che quest'avvenimento ha evocato, cioè la reazione: anche questo attacco è stato percepito come uno scontro di civiltà, come un colpo inferto al "mondo libero" da parte delle "forze dell'intolleranza, dell'oscurantismo, dell'arretratezza". Anche in questo caso, una coalizione di paesi si è alleata per combattere l'asse del male. Questo parallelismo ci fa capire come il senso dell'ambiguità, speranze e paure, hanno caratterizzato anche il passaggio tra 800 e 900.

Quali sono state le caratteristiche delle violenze e dell'odio che hanno segnato il '900?

Innanzitutto le due guerre mondiali, che qualche storico ha messo assieme parlando di "guerra civile europea che ha insanguinato l'Europa dal 1914 al 1945", l'imperialismo delle potenze europee, i sei genocidi (Rwanda, Shoà, Cambogia, Gulag, Armeni, Bosnia), regimi totalitari ed autoritari, pulizie etniche e stermini, armi atomiche. Perché parte tutto dalla prima guerra mondiale? Perché questa è stata la prima grande carneficina di massa, ma soprattutto perché cambia i connotati della politica da quel momento in avanti. Essa è stata una guerra democratica, vi hanno partecipato tutti senza distinzione di classe e di istruzione e questo apre la porta alla politica di massa (chi è andato in trincea a combattere non può più essere escluso dalle decisioni politiche, mettendo fine a quell'epoca in cui la politica era appannaggio dei ricchi e degli illuminati dalla cultura).

Così si allarga la sfera della politica: prima, nel corso dell'800, appannaggio di un'elite ristretta, la politica era la discussione ed il dibattito di persone che si ritrovavano nei salotti bene, omogenee sotto il profilo culturale e sociale, che pensavano di fare l'interesse collettivo senza avere troppi interessi personali perché erano già ricchi e che vedevano la politica come scelta razionale attraverso la discussione, il confronto, la mediazione, il dibattito, il compromesso. Essa era il luogo della ragione. Ora, invece, con l'entrata in gioco delle masse, la politica perde in parte i suoi connotati di razionalità e cambia anche il linguaggio: non più ragione, dibattito, confronto, mediazione, ma obbedienza, combattimento, lotta, identità, conflitto tra nemici.

I canali attraverso cui le masse sono inserite nel processo politico sono due: la classe (il socialismo) e la nazione (nascita dei movimenti nazionalisti). Queste due identità non sono elementi sbagliati, ma vengono veicolate in modo irrazionale, in quanto si formano contrapponendosi alla ragione liberale e come alternativa ad essa. Da queste due categorie possiamo far partire la storia del '900 ed in parte anche le violenze dello stesso secolo, perché la politica diventa guerra.

Il '900 è un secolo in cui predomina la volontà sulla razionalità: Hitler disse "non vi chiedo di credere, ma vi chiedo di volere e di combattere (un presunto nemico in politica, non una guerra)". Al posto della ragione e della discussione, il '900 è stato dunque caratterizzato dalle religioni della politica, cioè ideologie che diventano regimi, nuove religioni secolari che fanno appello ai meccanismi di obbedienza delle religioni tradizionali.

Quali sono le cause dell'odio e della violenza?

Sono tutte violenze moderne e non solo per il fatto che la tecnologia sia stata messa al servizio della violenza, ma anche perché tutte queste violenze sono riconducibili a due fattori della modernità politica, le ideologie e le identità. Abbiamo detto che la politica abbandona i principi del razionalismo, ma il '900 è stato anche caratterizzato da identità ed ideologie totalizzanti, che si sono presentate come esclusive ed escludenti, e che negavano a priori la possibilità del pluralismo e del fatto di confrontarsi con un avversario ritenuto legittimo. Le violenze del '900, per quanto molto diverse tra loro, possono però trovare un filo conduttore nell'esasperazione di identità che, nella pretesa di omogeneizzare la società, hanno individuato dei nemici presunti da combattere, visti come il male assoluto (es. gli ebrei per i nazisti). Di per sé queste categorie della modernità politica non sono negative: le ideologie nascono dalla rivoluzione francese.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher martolino.kokky di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della società nel XX secolo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Guazzaloca Giulia.
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