Video appunto: Età giolittiana fino al patto Gentiloni

Età giolittiana



La strategia politica di Giolitti e la collaborazione con i socialisti
In Italia, leader politico liberale fu Giovanni Giolitti. Egli capisce che era giunto il momento di “integrale le masse nello Stato liberale” e dare a esse ciò di cui hanno bisogno; inoltre, gli appare assurdo opporsi al fenomeno degli scioperi con la forza delle armi per reprimerli.
Giolitti dichiara così che gli scioperi non avevano nulla di pericoloso e, finché si mantenevano sul piano della rivendicazione economica, lo Stato non deve intervenire. Il solo compito dello Stato è garantire l’ordine e essere imparziale garante e tutore degli interessi di tutti i cittadini.
Gli scioperi si moltiplicarono (nel 1904 si arrivò al primo sciopero generale, in cui si distinse il rivoluzionario massimalista Arturo Labriola), portando così all’aumento dei salari (se gli operai scioperano e non lavoravano perché sono troppo poco retribuiti il capitalista non guadagna; se il capitalista aumenta i salari riottiene la forza lavoro). Nascono nel 1901 la “Fedel Terra” (unione delle leghe) e nel 1906 la “CGIL” (confederazione dei sindacati), sostenitrici della latta dei lavoratori. In risposta, nel 1910 nasce la confederazione delle industrie (per difendere gli interessi dei capitalisti).
Tra le riforme di Giolitti a favore dei lavoratori troviamo:
- limitazione a 12 ore di lavoro.
- limitazione dell’età minima di assunzione (i bambini non dovevano lavorare).
- assicurazione obbligatoria contro gli infortuni.
- nazionalizzazione delle ferrovie (prima erano private); i socialisti furono contrari a questa riforma, perché mentre prima i funzionari erano privati e quindi avevano diritto allo sciopero, ora essendo funzionari pubblici non hanno più questo diritto. L’obiettivo di Giolitti era però quello di rendere accessibile il treno a tutti i lavoratori.
- inserimento delle pensioni.
- potenziamento dell’istruzione pubblica.
- promozione delle municipalizzate: trasforma le aziende gestite da privati in pubbliche, così che tutti potevano permettersi di accedervi senza spendere troppo.
Per poter realizzare tutto ciò, Giolitti rende pubbliche le assicurazioni sulla vita (imposte sui redditi). Il progetto entrerà in vigore nel 1923.
Sotto una diversa luce, Giolitti può essere considerato un conservatore: egli riteneva che favorire le condizioni di vita dei lavoratori avrebbe spento il loro sogno di una società libera da ogni sfruttamento. Con i socialisti, comunque, Giolitti ebbe un rapporto positivo: uomini come Turati, infatti, non si lasciarono sfuggire l’opportunità di migliorare le condizioni di vita dei lavoratori (anche se gli obiettivi finali di Turati e Giolitti erano ben diversi). La collaborazione politica dei socialisti non si spinse mai alla assunzione di responsabilità governative: Turati non rivestì mai la carica di ministro, in quanto Partito (socialista) rifiutava ogni dialogo con lo Stato.

La crescita industriale



A partire dalla fine dell’Ottocento, l’industria italiana crebbe (meccanica, metallurgica, chimica, automobilistica in particolare la FIAT a Torino che grazie a Giovanni Agnelli lanciò vetture più economiche e accessibili). Tuttavia, molte non erano vere imprese moderne e lo sviluppo si ebbe principalmente solo al Nord. Inoltre, la struttura economica continuò a essere influenzata dal protezionismo (l’unica industria che ne beneficiò è quella dell’acciaio) e i cittadini del Sud ne erano fortemente penalizzati. Il divario tra Nord e Sud era molto evidente. Giolitti continuò anche a sostenere il dazio sul grano, che avvantaggiava solo i grandi proprietari terrieri latifondisti del Sud. Questa fu una scelta di ragione politica: egli poté acquistare il sostegno parlamentare dei deputati meridionali e costruire quella maggioranza che gli permetteva di stare al potere.
Problema significativo al Sud è quello della criminalità organizzata: la mala vita si metteva al servizio dei politici procurando loro voti, attraverso intimidazione, minacci e ricatti. Giolitti emana diversi provvedimenti per migliorare il Sud, ma lui stesso per farsi eleggere si serviva della mala vita.

La guerra in Libia



Giolitti vuole instituire una proporzionalità nella tassazione sul guadagno, ma non avendo il sostegno del Partito socialista non riesce a far approvare questa riforma. Per riuscirci, chiede allora l’appoggio dei nazionalisti (favorevoli a una politica di affermazione della potenza e propensi alla conquista coloniale; nemici dei socialisti); in cambio dell’appoggio, i nazionalisti nel 1911 ottennero una guerra per la conquista coloniale in Libia (appartenente all’impero ottomano, ma che è in crisi). Dopo aver concordato col la Francia (interessata al Marocco) (anche se l’Italia faceva parte della Triplice Alleanza) un’equilibrata spartizione dei territori, l’Italia riuscì a sconfiggere gli ottomani e a ottenere la Libia. In seguito, dovrà far fronte a una costante guerriglia antitaliana.
Questa guerra fu molto criticata e Salvemini definì la Libia uno “scatolone di sabbia”. Mentre Pascoli in un suo scritto, La grande Proletaria si è mossa, disprezza le popolazioni arabe e vede la Libia come una possibilità di lavoro per le migliaia di italiani costretti a emigrare; Pascoli ammette che l’Italia era una “nazione proletaria”, ma questa guerra poteva essere una possibilità di riscatto che le avrebbe permesso di tornare a essere uno Stato rispettato.
Nel frattempo, un’altra potenza voleva approfittarsi della crisi degli ottomani e conquistare i Balcani: la Russia.

La riforma elettorale e il Patto Gentiloni



Gli unici a opporsi alla conquista della Libia furono i socialisti, perché credevano che la guerra non avrebbe portato alcun vantaggio alle classi popolari, ma solo arricchito gli industriali.
Per recuperare credibilità agli occhi dei socialisti, Giolitti presentò una riforma elettorale che raccoglieva il loro desiderio di introdurre una maggiore democrazia. La nuova legge venne approvata il 25 maggio 1912 e concesse il diritto di voto a tutti i cittadini maggiorenni (21 anni) che sapessero leggere e scrivere, ma anche agli analfabeti a patto che avessero compiuto 30 anni o avessero svolto il servizio militare. La decisione presa da Giolitti era una questione di convenienza: per evitare una rivoluzione, dà il diritto di voto.
Ma Giolitti si mise in una situazione pericolosa: le prime elezioni con il nuovo sistema avrebbero potuto provocare un’affermazione socialista. Nel Parlamento, inoltre, la componente più radicale del Partito socialista era quella massimalista intransigente, secondo cui non doveva esserci altro che guerra aperta fino alla rivoluzione (non voleva collaborare con il Parlamento). L’unica via di fuga per Giolitti era quella di trovare un’intesa con le organizzazioni cattoliche (oppositrici ai rivoluzionari socialisti), capaci di indirizzare il voto delle masse. Viene stipulato un accordo, il “Patto Gentiloni”: ai cattolici (che però non si presentano come un Partito, ma sotto il nome dei liberali) venne concesso di votare per un candidato liberale, perché questi si fosse impegnato a sostenere leggi a favore dei principi cattolici (es no divorzio, ecc.).
Il Parlamento da questo momento risulterà molto frammentato (nazionalisti, socialisti, cattolici, liberali) e Giolitti, credendo di essere rieletto in quanto unico in grado di gestire tale confusione e tensione, nel 1914 si dimette. Ma in realtà venne eletto e rimarrà in carica il conservatore Antonio Salandra.
In seguito ci saranno enormi scioperi generali (quella che viene chiamata la “Settimana rossa”).