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L’esercito italiano sul fronte dell’Isonzo e del Carso

L’esercito italiano era comandato da Luigi Cadorna .Pur con ingenti perdite, l’esercito italiano giunse altre il confine austriaco, fino a Gorizia, dove fu fermato dalla resistenza austriaca. Tra il giugno e il dicembre 1915 furono combattute le quattro battaglie dell’Isonzo , che si risolsero con perdite ingentissime e risultati molto modesti anche perché i soldati italiani erano mal equipaggiati adottavano strategie militari ottocentesche.

Morte di Francesco Giuseppe (1916) e fallimento delle proposte di pace

Morto il vecchio imperatore salì al potere il nipote Carlo I (1887-1922) che prese l’iniziativa di far giungere Ai Paesi dell’intesa alcune proposte di accordo, attraverso Papa Benedetto XV (succeduto a Pio X a guerra appena iniziata ) ma il primo ministro inglese David Lloyd George (1863-1945 ) era convinto sostenitore della guerra ad oltranza, per cui fallirono i tentativi di riappacificazione.

L’opposizione socialista alla guerra

Il Partito socialista italiano ribadì la condanna al conflitto ipotizzando una pace senza né vinti né vincitori. Nell'ambito di questi fermenti si delineò una minoranza di estrema sinistra che manifestava la volontà di abbattere i regimi capitalistici per instaurare un’integrale forma di comunismo.su questa linea erano posizionati gli spartachisti tedeschi (i seguaci della LEGA DI SPARTACO) e i bolscevichi di Lenin che da lì a poco avrebbero dato origine alla rivoluzione in Russia.

Il fronte interno e l’economia di guerra: le esigenze di una guerra ad oltranza

Ormai era chiaro che non si trattava di una guerra lampo, ma di un lungo conflitto di cui non si riusciva a vedere la fine. Questa situazione necessitava di profonde trasformazioni anche nella vita della popolazione civile, perché si vennero a creare esigenze cui gli stati dovettero far fronte. L’attività economica era rivolta alle necessità militari e la popolazione civile giocava un ruolo sempre più determinante: era questo il “fronte interno”. Tutti i Paesi che presero parte alla guerra dovettero fronteggiare il problema della carenza di materiale bellico e viveri; d’altra parte c’erano difficoltà nell'approvvigionamento di materie prime, perché erano cessati gli scambi commerciali e i contadini avevano abbandonato i campi. L’unica soluzione era coordinare tutte le attività industriali convertendole verso la produzione bellica e pianificare la politica alimentare col razionamento dei consumi alimentari e il controllo dei prezzi. In tutti i Paesi furono istituiti degli organismi di stato che dirigevano l’economia di guerra, l’Italia si dotò di un ministero delle Armi e delle Munizioni. Gli stati per finanziare le proprie spese, istituirono i prestiti di guerra, cioè emissioni di buoni del tesoro da far sottoscrivere ai propri cittadini per finanziare il conflitto.

Le conseguenze sociali dell’economia di guerra

Con questa situazione i poteri si accentrarono nelle mani dello Stato. I partiti e le minoranze che si opponevano vennero relegati ai margini della vita politica, mentre le forze politiche favorevoli al conflitto si allearono. Tra questi vi erano i grandi gruppi industriali, che trassero enormi vantaggi ottenendo profitti dalle massicce commesse statali. Per far fronte al problema della manodopera, furono richiamati dal fronte molti operai specializzati, ma soprattutto le donne entrarono nel mondo del lavoro. Le donne ricoprirono ruoli fino ad allora impensabili, come guidare autobus e condurre metropolitane, come fare le operaie nei cantieri navale mandare avanti le campagne da sole. Sul piano sociale ciò rappresentò un grande sconvolgimento, visto che fino a quel momento le donne ricoprivano un ruolo margine e subordinato. Alla fine della guerra i tassi di occupazione femminile tornarono ad essere quelli del 1914.

Il ruolo della propaganda

Inizialmente la guerra la guerra fu accolta con entusiasmo, fu vista dagli intellettuali come occasione per modernizzare e rifare il mondo, ma ben presto si rivelò un’esperienza terribile. Era quindi importante mantenere il morale alto e la partecipazione dei civili attraverso il controllo dell’informazione e con una propaganda insistente. I governi insistevano sulle buone ragioni della guerra, cioè la difesa della patria, della civiltà e la conquista di maggiore benessere. I nemici invece, erano descritti come mostri. L’altra faccia della propaganda fu la creazioni di uffici di censura per soffocare e dissensi.

Fronte e “fronte interno” nel corso del 1917

Nel corso del 1917 la tenuta dell’organizzazione bellica fu messa a dura prova. La guerra stava ormai logorando gli animi dei soldati e dei Paesi in lotta e popolazione e truppe esprimevano il proprio disappunto in diversi modi: si moltiplicavano i casi di diserzione, autolesionismo e ammutinamento. La repressione non eliminò il malcontento per le enormi perdite di mezzi e vite, nonché la preoccupazione per dispersi e prigionieri. Nel 1917 ci furono problemi anche nel fronte interno. Infatti oltre al razionamento, la popolazione doveva far fronte ad un maggiore costo della vita : infatti l’inflazione era aumentata così come i prezzi dei beni di prima necessità. Il senso di stanchezza era ampiamente diffuso e in alcuni casi assunse le forme di una protesta. È il caso di Torino, dove il 22 agosto cominciò una manifestazione di protesta per la richiesta di distribuzione del pane, sedata nel sangue nella sera del 26 dai soldati, con un bilancio di una sessantina di morti.

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