pexolo di pexolo
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Ragioni della riforma agraria
La decisione di Tiberio Gracco di proporre una riforma agraria nasce dopo che la situazione dei piccoli contadini è degenerata: chi si immiserisce e non ha più denaro in casa propria tenta di inurbarsi, così, nel giro di un cinquantennio a Roma la situazione è diventata difficile a causa delle tensioni sociali che l’inurbamento di tanti contadini immiseriti provocava; una delle ultime colonie latine è Aquileia, l’ultima forse è Lucca nel 144 a.C. e non è un caso che intorno al 133 esploda il problema agrario: anche la fine della colonizzazione chiude quella possibilità di sfogo che le colonie latine offrivano, ricreando altrove grandi proprietà e proprietari, che potevano tornare a Roma essere reinseriti (riacquistando la cittadinanza romana) nelle liste di censo. Non c’è più terra da colonizzare in Italia e fare colonie all'estero è estremamente pericoloso, in quanto allargherebbe a mondi lontani una cittadinanza romano-latina che vota per una classe dirigente: il creare colonie all'esterno non è una soluzione praticabile in quanto estremamente pericolosa, sia per la classe dirigente che per la cittadinanza.

Vita dei fratelli Gracchi
Dal 133 a.C. al 123 a.C. Roma è dominata da numerosi tentativi di riforma, grazie all'opera dei due fratelli Gracchi (prima Tiberio e poi Caio); soprattutto la storiografia russa (dopo la Rivoluzione Russa), di questa proposta di riforma agraria ha dato un’interpretazione rivoluzionaria: nel ‘900 è passata l’idea che Tiberio fosse un rivoluzionario, anche basandosi su fonti autorevoli (Plutarco, sulla vita di Tiberio, sostiene che egli era stato allevato alle filosofie greche, come quelle di Blossio di Cuma, libertarie, che inneggiavano ad una democrazia radicale); i due fratelli Gracchi appartenevano ad una delle famiglie più importanti di Roma, plebea, ma di antichissime origini e nobiltà. Come gli altri nobili, essi esponevano negli atri della loro casa i ritratti degli illustri antenati (fra cui il padre, il nonno e il bisnonno erano stati consoli e pretori in moltissime occasioni, celebrando grandi trionfi); la madre, Cornelia (figlia di Scipione l’Africano, una specie di statua vivente), è ricordata perché una volta rimasta vedova non aveva voluto risposarsi. Tiberio e Caio appartenevano quindi alla nobiltà (questo è uno dei motivi per cui difficilmente potevano concepire idee rivoluzionarie), il primo era nato nel 162 a.C. e nel 147 a.C. era stato al seguito di Scipione Emiliano a Cartagine, dove si era distinto per il valore nell'assalto al quartiere settentrionale della città; tornato a Roma, era stato nominato augure ed aveva fatto un grande matrimonio, sposando appena ventenne la figlia di un patrizio di alto lignaggio, Claudia, figlia del console Appio Claudio Pulcro (anche Appio Claudio entrerà nella commissione triumvirale che sarà incaricata di attuare la riforma).

Tiberio: primo tentativo di riforma
Tiberio è fatto questore in Spagna nel 137 a.C. e, tornato a Roma, dopo quattro anni tribuno della plebe; il tentativo di riforma che egli propose in qualità di tribuno della plebe, nel 133, era risultato dal quadro terribile delle campagne etrusche e toscane visto tornando dalla Spagna: una regione un tempo coltivata da contadini liberi e fiorente, ora ridotta a una regione di animali da pascolo, con schiavi-pastori (accanto alle grandi coltivazioni della zona di Arezzo, buona parte della Toscana era ormai spopolata; schiavi incatenati sorvegliavano gli animali e questo bastava a Tiberio per comprendere la gravità della situazione). Eletto tribuno della plebe, egli propose all'assemblea un progetto di ampio respiro sociale per “alleviare la condizione dei contadini” (Plutarco); questa legge stabiliva che nessun proprietario potesse possedere più di 500 iugeri (125 ettari) di ager publicus, aumentabili fino a 1.000 se se avessero avuti due figli maschi: la parte di ager publicus recuperata a seguito di questa limitazione (chi ne possedeva più di 500 o 1.000 doveva restituirla allo Stato) sarebbe stata ridistribuita tra i cittadini più poveri in lotti di 30 iugeri (7,5 ettari), che tuttavia rimaneva proprietà dello Stato (venivano assegnati e i contadini potevano lavorarli, ma non erano in loro proprietà), una condizione mirata ad evitare che i poveri assegnatari di 30 iugeri di terreno, se ne fossero stati proprietari, li avessero rivenduti subito al grande proprietario terriero perché non avevano i soldi necessari per crearne un impianto. Per attuare questa riforma serviva una commissione che operasse verificando, in primo luogo, tutti coloro che avessero più ager publicus di quanto la riforma stabiliva, e poi per assegnare ai contadini poveri (inseriti in una lista di povertà che doveva essere creata) i 30 iugeri; infatti, Tiberio propose una commissione di tresviri agris dandis iudicandis adsignandis (tre uomini che dovevano calcolare le terre e assegnarle) autorizzati anche a risolvere tutte le controversie che sarebbero inevitabilmente sorte (non può essere considerata rivoluzionaria perché Tiberio non propone di espropriare i grandi proprietari terrieri della propria terra, ma di ager publicus abusivamente o rubato: ognuno non potrà occupare più di 500 iugeri di ager publicus, laddove quella che va rimessa in ballo è la terra di tutti, che servirà a ricreare la piccola proprietà terriera). Il fine vero di Tiberio è quello di restituire una piccola proprietà terriera, di riformarla attuando una profonda conservazione dell’organizzazione sociale di Roma: se un contadino perdeva la propria terra veniva abbassato di classe e automaticamente non poteva più militare nell'esercito, dunque il vero problema che animava Tiberio era quello di un’intera parte della classe dirigente, che si rendeva conto dei riflessi militari che il depauperamento dei contadini aveva; dunque se realizzata, la riforma di Tiberio (oltre a non era rivoluzionaria) tendeva a ricreare quella figura di cittadino-soldato che è alla base della struttura più antica di Roma, l’impianto censitario e organizzativo fondamentale nella Roma antica.

Conseguenze del fallimento
La mancata realizzazione di questa riforma è alla base di quella di Caio Mario che, di fronte alla difficoltà di arruolare nuove legioni per andare a combattere contro Giugurta, per la prima volta (in modo rivoluzionario) apre l’arruolamento ai volontari: la mancata riforma di Tiberio Gracco è alla base di un cambiamento totale nella faces dell’esercito romano, necessitato dal fatto che se si voleva continuare a fare guerra e si volevano avere legioni, ma non si volevano sacrificare gli interessi dei più ricchi nelle aziende latifondiste, si poteva soltanto aprire le legioni ai volontari (trasformazione che Cesare capirà così bene da diventare il modello di generale che combatte con soldati legati non alla patria, ma al proprio generale, perché pagati). Ma la mancata attuazione della riforma aprirà il campo ad un problema sociale; per attenuare il risentimento dei ricchi e far approvare la propria riforma Tiberio aveva deciso che i 30 iugeri sarebbero rimasti proprietà dello Stato, mentre i 500/1.000 iugeri che comunque sarebbero rimasti ai proprietari terrieri, sarebbero diventati della proprietà privata, non più ager publicus su cui pagare un affitto: il limite massimo concepibile ai grandi proprietari diventava proprietà privata.


Storia della riforma

Dal punto di vista giuridico questa è una riforma del tutto in linea con la concezione più tradizionale (sia politica che sociale), ma i membri della classe dirigente romana consideravano già una proprietà privata l’ager publicus che avevano occupato abusivamente; dunque, essi videro con estremo malocchio la riforma proposta: in molti casi non era soltanto dovuto all'avarizia, ma ad una visione pratica (sull'ager publicus occupato abusivamente erano spesso state impiantate ville estremamente produttrici, aziende estremamente ricche che davano altra ricchezza e, dunque, questo avrebbe significato smobilitare tutto ciò che era stato costruito). Dunque l’oligarchia decise di opporsi con tutti i mezzi a questa riforma e la prima sorpresa venne da un altro tribuno della plebe, Marco Ottavio che, al momento in cui Tiberio pose alla votazione la sua proposta, pose il veto e bloccò l’approvazione: Tiberio si trovò così bloccato da un collega che, evidentemente, era stato comprato dalla classe dirigente; allora egli convocò un’altra assemblea della plebe, allo scopo di dichiarare decaduto Ottavio, con la motivazione che un tribuno della plebe non poteva essere ostile agli interessi della plebe. Tale motivazione è riportata da Plutarco: “Il tribuno è sacro e inviolabile, in quanto a consacrarlo è il popolo ed egli protegge il popolo. Ma, se si rivolge contro il popolo, se lo danneggia e gli stronca la forza impedendogli di votare, allora si priva da sé della sua carica, poiché non la usa ai fini che l’ha ricevuta”. Di fronte a tale ragionamento l’assemblea depose Ottavio, lo destituì della propria carica e la lex Sempronia fu approvata; Tiberio è rivoluzionario per i suoi comportamenti del tutto inediti, per la forza di sconvolgere le istituzioni romane (in questo caso i rapporti all'interno del collegio tribunizio) che non per la riforma, che di rivoluzionario ha molto poco: essa poteva apparire infausta e fastidiosa all'oligarchia, ma non aveva intenti rivoluzionari. D’ora in poi, i nobili che si riconoscevano in questo nuovo stile usarono come strumento proprio il Tribunato della plebe, una carica usata come mezzo di opposizione, perché la carica di tribuno era inviolabile ed in consacrata, il che rendeva i tribuni intoccabili (potevano far approvare i plebisciti senza avere ripercussioni personali); tuttavia, di fronte alle rimostranze della classe dirigente (che sosteneva l’impossibilità per i contadini di creare impianti, in quanto non avevano un censo sufficiente), Tiberio propose di utilizzare l’eredità del Regno di Pergamo, che proprio pochi mesi prima era stata lasciata a Roma da Attalo III, per distribuirla tra i contadini che avessero ricevuto 30 iugeri l’uno.

Motivi del fallimento e dell'assassinio
L’unica pecca di questa proposta era l’ambito decisionale: la politica estera era ambito del Senato e per questo tutti i senatori, fortemente irritati da quest’ingerenza, cercarono il modo per colpire Tiberio ed eliminarlo; allo scadere del mandato, dopo un anno di tribunato, Tiberio fece un altro gesto rivoluzionario, cioè chiese di essere eletto di nuovo tribuno della plebe. Postosi su un terreno estremamente minato, i nemici del tribuno cominciarono a diffondere voci insidiose: alcuni fecero girare voce che Tiberio era violento, ambizioso e voleva diventare re (una voce che generalmente, una volta messa in giro, significava che si voleva morta la persona accusata); nel luglio 133, mentre i concili della plebe erano riuniti per eleggere i tribuni dell’anno seguente (presumibilmente di nuovo anche Tiberio), Tiberio fu assalito da un gruppo di senatori accompagnati dalla loro clientela e ucciso con trecento dei suoi seguaci. Negli anni seguenti furono messi a morte altri graccani, con l’accusa di cospirazione contro la Repubblica; il Senato riuscì quindi ad eliminare Tiberio, ma non ebbe il coraggio di abrogare la legge (perché non poteva raffrenare le aspirazioni di tanti contadini poveri, che comunque avevano sperato di poter avere di nuovo un piccolo lotto di terra ed i mezzi per coltivarlo). La commissione, sostituendo Tiberio, continuò i lavori: nel 135 a.C. i contadini registrati assommavano a 318.000 unità, mentre nel giro di 3 anni ne furono registrati 1.000 in più. Tuttavia, senza un catasto, stabilire chi possedeva più di 500 iugeri era molto difficile, se i nobili non andavano spontaneamente a dichiarare le loro occupazioni abusive; ma un nuovo ostacolo sorse dal malcontento degli italici: la maggior parte dell’ager publicus si era costituito nel corso delle conquiste, dunque era terra diventata del popolo romano, ma apparteneva agli italici (in massima parte, laddove non era stata colonizzata, era terra dei federali italici, che era diventata ager publicus). Il più delle volte, dopo che la situazione si era tranquillizzata, i vecchi proprietari si erano espansi sull’ager publicus (un tempo terra loro) e d’ora del popolo romano, ma che poteva essere occupata, con un piccolo versamento stabilito dal censore, anche dagli italici. Quindi la legge di Tiberio, che stabiliva un limite all’ager publicus, toglieva anche agli italici senza però che questi facessero parte della ridistribuzione di 30 iugeri, prevista solo per i cittadini romani; gli italici venivano privati dell’ager abusivamente occupato, ma siccome erano italici e non cittadini romani, non potevano far parte della ridistribuzione prevista per i soli cives. Il problema degli italici, non risolto, fece sentirli di nuovo privati di una terra che era la loro e che era diventata ager publicus, su cui si erano espansi, avevano impiantato aziende e che ora tornava ad essere tolta da loro con una legge di diritto; delle proteste degli italici si fece interprete Scipione Emiliano, imparentato con Tiberio ma suo accanito nemico. Egli morì misteriosamente nel 129 a.C., sembra avvelenato da un partigiano del movimento graccano, o addirittura avvelenato dalla moglie Sempronia (sorella dei Gracchi); per placare gli italici il console del 125 a.C. Fulvio Flacco, aderente al movimento graccano e membro del triumvirato dopo la morte di Tiberio (composta da suocero, Appio Claudio Pulcro, il fratello Caio Gracco e Fulvio Flacco), propose di offrire ai vari alleati la cittadinanza romana, in modo che anch'essi potessero prendere parte alla ridistribuzione. Sebbene lungimirante, la proposta risultò terribilmente impopolare, perché i senatori misero contro la plebe romana gli italici ì, dicendo che se anch'essi avessero preso parte alla ridistribuzione ci sarebbe stata una terra di cittadini romani, dunque la proposta non fu nemmeno messa in discussione, creando una forte impopolarità anche presso gli italici.

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