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Roma - Riforma agraria di Caio Gracco


Nel 123 a.C. il fratello di Tiberio, Caio Gracco, che era già inserito nella commissione dei tresviri, fu eletto al tribunato della plebe e, rendendosi conto di alcuni punti deboli nell’operato del fratello e capendo che non era sufficiente appoggiarsi soltanto sui contadini poveri, bensì era necessario creare intorno alla proposta una più ampia coalizione di interessi, preparò un “pacchetto legislativo”, cioè un insieme di leggi che si sostenevano a vicenda; il progetto comprendeva una nuova legge agraria praticamente identica a quella del fratello, una legge frumentaria (novità assoluta, ma che da adesso in poi diviene uno dei mezzi più utilizzati dai vari capi romani, tra cui Augusto, per legare a sé la plebe urbana) che consiste nella distribuzione a prezzo ribassato (che poi diventerà gratuita) di frumento alla plebe urbana (nel tempo, dal frumento passerà a riguardare il pane di vario genere: da Augusto in poi queste frumentationes diventeranno una delle componenti più amante e significative della evergesia, della beneficenza imperiale; progressivamente, gli imperatori distribuiranno a prezzo ridotto vino, olio, carne di maiale. Dunque, la plebe urbana non solo divenne privilegiata, ma alimentata: essa poteva infatti sussistere anche senza lavorare. Tuttavia, al momento in cui Caio Gracco sperimentò queste distribuzioni, lo fece con un intento antispeculativo, intendeva cioè ostacolare le speculazioni che i più ricchi facevano sui beni di prima necessità), la fondazione di tre nuove colonie romane a Cartagine, Squillace e Taranto (l’intento, abbastanza rivoluzionario soprattutto per quanto riguardava Cartagine, doveva utilizzare un mezzo tradizionale di sfogo per la popolazione più povera, quale la fondazione di nuove colonie, per ricreare piccoli proprietari terrieri e per riattivare importanti centri commerciali, come Squillace e Taranto, che erano state gravemente punite dopo la defezione commessa durante la Seconda Guerra Punica e che ancora pativano le confische inferte dai Romani), una legge sulla cittadinanza (ideata dopo il problema, posto da Tiberio, di distribuire ai soli cittadini romani il residuo degli espropri di ager publicus: vedendo il fallimento di Fulvio Flacco, Caio Gracco ideò una proposta meno radicale che prevedeva la concessione della cittadinanza romana ai soli latini, di quella latina anche agli italici, dunque una sorta di ingresso graduato alla cittadinanza) ed infine una legge giudiziaria che riguardava i processi nei confronti dei governatori accusati di malversazione nelle provinciae (questa è la legge che più di altre causò uno scollamento, una cesura, una frizione all’interno della classe dirigente: nel 149 a.C. era stato istituito un tribunale permanente per giudicare le malversazioni dei governatori, la legge istitutiva di questa quaestio perpetua de repetundis [il tribunale permanente sulle malversazioni] era la lex Calpurnia, appunto del 149. Tuttavia, i seggi di questo tribunale erano composti da senatori, cioè da fratelli, padri, amici e patroni degli stessi governatori che andavano nelle provinciae: era dunque evidente, dopo una ventina d’anni dall’istituzione di questo tribunale permanente, che i governatori uscivano sempre illesi dalle cause intentate loro dai provinciali; tutto ciò provocava un grande malcontento in tutto il sistema provinciale che Roma aveva istituito. I governatori erano spesso complici dei pubblicani, gli appaltatori delle imposte che spremevano spesso ingiustamente i contribuenti. Caio Gracco, rendendosi conto non solo delle ingiustizie che venivano perpetrate dai governatori provinciali, ma in qualche modo percependo anche la potenzialità di appoggio politico che avrebbe ricevuto dal nuovo ordo equester, propose nella sua legge giudiziaria di assegnare i seggi della quaestio perpetua non più ai senatori ma ai cavalieri, che erano i primi ad essere interessati allo sfruttamento provinciale e quelli che avevano tutti gli interessi commerciali ed economici più elaborati nelle provinciae, ma erano anche quelli che in una situazione di causa penale si vedevano condannati perché il governatore di rango senatorio ne uscisse illeso. Nel sistema provinciale il governatore aveva tutti i poteri: egli era il capo militare, perché guidava l’esercito, giudiziario, perché celebrava i processi, legislativo, perché applicava le leggi e finanziario-economico perché controllava gli introiti tributari; se un provinciale denunciava la malversazione di un governatore, perché era lui il maggiore responsabile, questa arrivava a Roma e dal 149 era affidata al tribunale permanente; siccome i seggi di questo tribunale erano occupati da membri dell’ordo senatorio accadeva che, se anche i responsabili fossero stati altre figure, o lo stesso governatore, egli ne usciva illeso e ad essere accusati erano i membri dell’ordo equestre. Così Caio Gaio, per avere l’appoggio del ceto equestre al resto delle leggi presentate, propose che i seggi di questo tribunale fossero occupati da membri dell’ordine equestre; mentre i due ordines, secondo il plebiscito Claudio, dovevano spartirsi le attività dello Stato romano [uno in campo politico e l’altro in quello commerciale-economico], affidando i seggi di un tribunale giudiziario agli equites Caio Gracco minava fortemente le basi di questa cooperazione e creava forti attriti tra i due ordines [ma di fatto già c’erano, in quanto gli equites erano fortemente scontenti]: egli intendeva servirsi strumentalmente dell’appoggio degli equites attraverso verso questa proposta giudiziaria). Tuttavia il disegno non riuscì: la legge sulla cittadinanza incontrò ancora una volta forti resistenze nella grandissima maggioranza dei Romani, che non volevano condividere con nessuno i loro privilegi ed essa non fu approvata; oscure manovre riuscirono ad isolare il tribuno della plebe: in questo caso fu Marco Livio Druso, collegato a potenti gruppi senatori ed egli stesso tribuno della plebe, ad approfittare dell’assenza di Caio Gracco (che si era recato in Africa insieme a Fulvio Flacco per procedere alla fondazione della colonia di Cartagine) per isolarlo, perché avanzò alcune proposte demagogiche (che intendevano e riuscivano a sollevare la fiducia del popolo, demos e ago, “trascino”, perché sono talmente belle che inevitabilmente il popolo ci casca; tuttavia chi le propone lo fa solo strumentalmente, perché sa che non potranno mai essere approvate dalla maggioranza, dunque hanno la funzione di specchietto per le allodole), come ad esempio la fondazione di 12 colonie (rispetto alle sole 3 proposte da Caio). Inoltre, cominciarono a diffondersi le voci che Caio, una volta fondata la colonia a Cartagine, avrebbe suscitato l’ira degli dèi, perché il terreno (su cui Scipione Emiliano aveva sparso il sale dopo l’incendio) era consacrato agli dèi inferi (proprio in seguito alla maledizione che l’incendio e lo spargimento delle ceneri sul terreno provocava); dunque, l’insieme delle manovre contro Caio ebbe successo e lui, che nel frattempo aveva proposto la sua ricandidatura, non fu rieletto per il 121 a.C. Alla fine del 122 a.C. scoppiarono a Roma una serie di disordini e, per l’occasione, il Senato emanò una deliberazione (anche in questo inedita), cioè un senatus consultum (un decreto senatorio) ultimum (estremo), con cui il Senato ordinava ai magistrati di compiere tutti gli atti necessari (anche prescindendo dalla legge) per ristabilire l’ordine: fu il console Lucio Opimio (uno dei membri più intransigente della fazione conservatrice di Roma) ad avere il compito di “difendere” la Repubblica, che significava reprimere nel sangue qualunque espressione del movimento graccano; infatti, il console mise in campo persino gli arcieri cretesi (un gruppo abilissimo nello scagliare le frecce a distanza) perché ne venisse un massacro: molti perirono in battaglia (fra cui Fulvio Flacco), tra forze senatorie e forze graccane. Caio, per non cadere vivo in mano ai nemici, si fece uccidere dallo schiavo. Alcune leggi erano state approvate, altre no, la commissione istituita da Tiberio aveva operato parzialmente e tra molte difficoltà, bloccata dalla mancanza di un catasto, dalla necessità di creare infrastrutture più efficienti per la registrazione dell’ager publicus posseduto illegalmente, non più di 1.000/1.500 nuovi proprietari furono creati e di fatto, dopo la morte di Caio Gracco, il Senato procedette ad uno smantellamento legislativo delle leggi già approvate (in particolare si stabilì che i lotti di terra assegnati ai nullatenenti fossero alienabili e perciò vennero immediatamente venduti, ceduti, perché rimanevano comunque proprietà dello Stato); i ricchi riuscirono, pagando una buona uscita ed esercitando pressioni spesso violente, a recuperare le terre che avevano perduto o, addirittura, ad acquisirne di nuove. Il recupero dell’ager publicus illegalmente occupato e la sua ridistribuzione furono interrotti, la commissione agraria fu abolita nel giro di 10 anni e i problemi lasciati irrisolti dalla non approvazione della riforma sono alla base della riforma dell’esercito, ideata da Mario per necessità (non c’erano più cittadini dell’ultima classe di censo arruolabili, essendo tutti passati fra i proletari) e il bellum sociale, in cui i socii italici, scontenti del modo in cui erano state trattate le loro esigenze, finirono per ribellarsi nel 90, quando nello scenario romano la cosiddetta “paura del nemico” (rappresentato da Giugurta, dai Cimbri e dai Tetoni), come la chiama Sallustio, fu risolta da Mario.
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