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Tiberio e Caio Gracco: una riforma agraria mancata


Le guerre di conquista avevano creato una diversa distribuzione delle terre, la creazione del latifondo, la scomparsa della piccola proprietà e il conseguente aumento del proletariato urbano senza occupazione che conduceva una vita miserabile e a cui il Governo si limitava a fare delle elargizioni di grano. Questa massa di nullatenenti rischiava prima o poi di far scoppiare delle pericolose tensioni sociali.
Il problema fu preso a cuore da due tribuni della plebe: Tiberio e Caio Gracco.
Essi erano due fratelli di origine aristocratica, figli di Cornelia a sua volta figlia di Scipione l’Africano. Pur essendo nobili, erano stati educati al rispetto di certi valori fondamentali come la giustizia e la libertà ed è per questo che si fecero promotori di iniziative a favore delle classi sociali più deboli e diseredate.
Per due motivi, Tiberio Gracco era convinto della necessità di ricostituire la piccola proprietà terriera: 1) la presenza di una plebe urbana dalla vita miserabile sarebbe diventata presto causa di turbolenze e di rivolte 2) poiché la creazione del latifondo aveva diminuito il n° degli effettivi all’interno dell’esercito in cui si entrava solo a condizione di essere contadini proprietari, la ricostituzione della piccola proprietà sarebbe stato un mezzo atto a rinvigorire l’esercito.
Per raggiungere questo obiettivo, nel 133 a.C., Tiberio si fece eleggere tribuno della plebe: in questo modo, pensava di far approvare dall’assemblea plebea una riforma che avrebbe vincolato anche i patrizi. Questi i capo saldi della sua riforma agraria:
1) nessuno poteva essere proprietario di più di 500 iugeri o di 1000 nel caso in cui il proprietario avesse più di un figlio. Uno iugero corrispondeva alla quarta parte di un ettaro odierno, cioè a circa 2.500 m2. La parte eccedente doveva essere restituita allo Stato. Da notare, tuttavia, che non si trattava di un attentato alla proprietà privata, bensì di sottrarre ai latifondisti quei terreni di cui essi sui erano col tempo appropriati ingiustamente, soprattutto nel periodo successivo alle guerre di conquista.
2) i terreni restituiti sarebbero stati dati in affitto ai contadini impoveriti (30 jugeri ciascuno =75.000 m2 ciascuno).
Ovviamente, i senatori di origine aristocratica erano contrari ad una simile riforma ed accusarono Tiberio di volersi impadronire del potere. Essi fomentarono dei tumulti durante i quali Tiberio fu ucciso ed il suo corpo fu gettato nel Tevere.
Nel 123 a.C, fu eletto tribuno della plebe Caio Gracco, fratello di Tiberio.
Egli capì che per far approvare la riforma agraria occorreva l’appoggio dei cavalieri. Per questo motivo fece approvare una legge in base alla quale i governatori delle varie provincie che avevano commesso reati a danno dello Stato, sarebbero stati giudicati dai cavalieri e non da giudici appartenenti alla loro stessa classe sociale. Inoltre si attirò il consenso della plebe con abbondanti distribuzione di grano e permise che anche i nullatenenti potessero arruolarsi.
Nel 122 a.C. Caio fu eletto una seconda volta tribuno della plebe ed egli, pensava che fosse giunto il momento di far approvare la riforma agraria, elaborata da Tiberio. Per perfezionarla, propose l’estensione della cittadinanza romana agli alleati italiani che fino ad allora erano stati esclusi dalla riforma perché non erano cittadini romani: diventando cittadini romani, essi avrebbero potuto partecipare alla distribuzione delle terre. In questo modo, secondo Caio, la piccola proprietà si sarebbe maggiormente diffusa, allontanando così anche il rischio di tensioni sociali. Tuttavia la plebe romana, appoggiata dagli aristocratici, non voleva dividere i propri privilegi con altri; Caio tentò la soluzione dell’insurrezione armata che però fu repressa violentemente. Per non cadere in mano ai nemici, egli si fece uccidere da uno schiavo. Il partito degli aristocratici riprese allora il potere, ma il problema della proprietà e della cittadinanza agli alleati non aveva trovato alcuna soluzione.
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