Il consolidamento del principato

La dinastia giulio-claudia
Alla morte di Augusto nel 14 d.C., il principato era ormai diventato una forma di governo accettata da tutti e il principe, simbolo di stabilità e pace. Non essendo una monarchia però, il principe doveva fare i conti con forza che miravano a condizionarlo: l’aristocrazia senatoria che era intenta ad acquisire più potere e le forze militari che già nella crisi della repubblica avevano giocato un ruolo fondamentale.
Un altro punto debole del principato era la successione: poiché Augusto non aveva figli e né un potere da trasmettere ma un insieme di cariche a lui assegnate, non poteva nominare successori in quanto le cariche venivano elette. Augusto aveva prevenuto questo inconveniente: nel 4 d.C. aveva adottato Tiberio, lo costrinse a sposare la figlia, e gli fece acquisire la potestà tribunizia e il comando proconsolare. Dato che Tiberio apparteneva poi ad una delle più potenti gentes senatorie, il senato non fece nessuna fatica a nominarlo come successore di Augusto alla sua morte, seppure riconoscendo anche l’idea della successione dinastica non prevista.

Tiberio aveva l’intenzione di muoversi seguendo le orme di augusto: promosse l’agricoltura, attuò alleggerimenti fiscali alle province favorendo la ripresa dell’economia. In politica estera si lanciò in una politica di consolidamento, mettendo fine alle incursioni dei barbari a nord e stipulando nuovi armistizi con i parti. Ricercò la collaborazione del senato anche se quest’ultimo gli si dimostrò ostile. A causa delle paranoie di presunte congiure instillate dal prefetto el pretorio Seiano, Tiberio lanciò numerosissime accuse e condanne per lesa maestà e arrivò a ritirarsi nella sua villa di Capri nel 26. Data la lontananza dell’imperatore, Seiano poteva più facilmente controllare i pretoriani e godere quindi di un grande potere ma nel 31 fu condannato a morte da Tiberio, che morì nel 37 senza alcuna concessione di apoteosi.
Tiberio aveva designato come eredi Tiberio gemello e Caligola, il quale fu acclamato principe dai pretoriani e dal senato. Durante il suo principato (37-41) egli abbandonò l’idea augustea e trasformò il governo in una forma di monarchia assoluta di tipo orientale: sperperò il patrimonio ereditato da Tiberio in donazioni e aumentò le tasse per ripagare le spese, instaurò un regime tirannico e sanguinario a tal punto che venne ucciso dai pretoriani i quali acclamarono Claudio come principe.
Il senato appoggiò i pretoriani poiché data la fama di inetto di Claudio, pareva un principe facilmente malleabile. Si dimostrò tutt’altro che tale, anzi portò ad un decisivo consolidamento del principato. Riorganizzò l’apparato statale, istituendo degli uffici che affidò ad un gruppo di liberti a lui fedeli e fece costruire grandiose opere pubbliche tra cui il porto di Ostia e l’acquedotto. In politica estera portò alla conquista di molte regioni tra le quali la Britannia Meridionale che conferiva risorse minerarie fondamentali. Ebbe due mogli: Messalina che fu condannata a morte e Agrippina la quale lo uccise per favore la successione del figlio Nerone.
La dinastia giulio-claudia si estinse con Nerone il quale si ispirò al predecessore Caligola: costruì la Domus Aurea, la sfarzosa villa che doveva testimoniare la sua grandezza, svalutò la moneta per ridurre il debito pubblico dello stato, favorì la diffusione dei grandi giochi circensi e dei raffinati costumi ellenistici. Sotto Nerone, nel 64 d.C. Scoppiò a Roma un grande incendio, di cui fu attribuita la colpa ai cristiani, che subirono una prima persecuzione.

Luci e ombre nel governo dei Flavi
Con la scomparsa di Nerone si succedono ben quattro imperatori nello stesso anno. La dinastia giulio-claudia si era estinta cosi il senato acclamò Galba che era considerato degno della carica di principe. Quest’ultimo fu ucciso dai pretoriani poiché non voleva assegnare loro un donativo. Così fu nominato Otone, al quale tuttavia le legioni romane della Germania contrapposero il loro generale Vitellio. Le legioni orientali si schierarono con Galba mentre quelle occidentali con Vitellio. Nel 69 quest’ultimo riuscì a sconfiggere l’esercito del rivale ma pochi mesi dopo le legioni orientali acclamarono il loro nuovo genere Tito Flavio Vespasiano che riuscì a sconfiggere Vitellio e fu acclamato come nuovo imperatore.

Questo periodo chiamato “anno dei quattro imperatori” portò ad una serie di cambiamenti irreversibili. In primo luogo, anche non essendoci un potere dinastico, non ci fu nessun tentativo di ritorno alla repubblica segno che il principato si era ormai consolidato. In secondo luogo, il senato non aveva altra autorità che quella di riconoscere formalmente imperatori imposti dagli eserciti anche fuori Roma. Infine, l’ascesa al potere di Vespasiano, proveniente da una modesta famiglia di ceto equestre, è un chiaro segno di mutamento sociale non era infatti più necessario appartenere ad un elevato ceto aristocratico per salire al potere.
Pur mostrando rispetto verso il senato, con un’apposita legge (lex de impero Vespasiani), Vespasiano si fece assegnare in blocco tutti i poteri di cui avevano goduto i suoi predecessori e dichiarò che gli sarebbero succeduti i figli Tito e Domiziano. In questo modo mise fine all’idea di principe come “primo fra pari” a quella della repubblica. Fu con lui che il principato cominciò a chiamarsi impero. Dato che vespasiano era consapevole che occorreva ristabilire consenso intorno alla figura del principe, adottò una politica di pace e stabilizzazione. Riassestò le finanze stando attento che ogni nuova spesa dovesse avere una copertura nel bilancio, risparmiò denaro per quanto riguarda le spese di corte ma non per le opere pubbliche tra cui il famoso anfiteatro Flavio, detto Colosseo. In politica provinciale allargò la cittadinanza ad alcune province, facendo rientrare elementi provinciali tra i funzionari e i senatori. In politica estera, rinforzò il confine con il Danubio mentre il figlio Tito si occupò della repressione della rivolta di Gerusalemme che fu distrutta nel 70 d.C.
Alla morte di vespasiano nel 79, gli successe il figlio Tito. Raffinato e generoso, ebbe modo di dimostrare le sue qualità, donando ricchezze proprie alle popolazioni colpite dal Vesuvio che distrusse Pompei, Ercolano e Stabia. Tito fu un imperatore talmente pacifico e generoso che venne soprannominato “delizia del genere umano”. Il suo principato durò solo tre anni, morì infatti di malattia nell’81.
Assai diverso fu il principato del fratello di Tito, Domiziano, il quale governò lasciando il senato il più possibile ai margini delle questioni politiche. Domiziano ottenne i suoi migliori risultati in politica estera, nella zona tra il Reno e il Danubio, che diventò una zona cuscinetto contro le pressioni barbariche. Qui il terreno fu diviso in appezzamenti che vennero dati ai soldati (agri decumates) che per averli dovevano contraccambiare versando una decima (la decima parte del raccolto annuale). Lungo il confine (limes) fu poi edificata una linea fortificata. Preso dai suoi eccessi di assolutismo, cominciò una violenta attività di repressione contro quelli sfavorevoli al suo regime. Ancora una volta, venne attuata una congiura: nel 96 Domiziano fu assassinato e con lui terminava la dinastia Flavia.

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