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Crepuscolari e futuristi

Il termine crepuscolare fu utilizzato per la prima volta dal critico Borgese, il quale, nelle recensioni delle poesie del poeta Marino Moretti, di Fausto Maria Martini e di Carlo Chiaves, volendo dare loro una collocazione storica, dopo aver analizzato e rilevato al meglio tutte le condizioni e gli elementi che li caratterizzavano ma allo stesso tempo li accomunava, diede loro la definizione di crepuscolari. Ai suoi occhi essi gli apparvero infatti come l'estremo momento (il crepuscolo appunto) della poesia moderna italiana la quale nei tempi precedenti fioriva, iniziata nel 1700 con poeti come Parini e protrattasi nella prima metà dell'800 con la triade composta da Ugo Foscolo, Alessandro Manzoni e Giacoomo Leopardi e poi, nella seconda metà del secolo stesso dalla nuova triade composta da Giosuè Carducci, Giovanni Pascoli, e Gabriele D'Annunzio mentre in questo periodo (inizi del 1900) sembrava spegnersi in un mite e lunghissimo crepuscolo. Il termine crepuscolp fu utilizzato successivamente per descrivere i poeti del primo quindicennio del 1900, i quali crearono una particolare poesia dai colori spenti avente stato d'animo umbratile ed estenuante da una tematica modesta e uno stile volutamente trasandato e prosastico. Secondo Cesare Angelini invece il crepuscolo poteva essere visto come al crepuscolo del mattino quando sorge il sole che annuncia timidamente un nuovo giorno. A tal punto i crepuscolari si pongono un piena rottura con la tradizione e investiti dalla complessa spiritualità del decadentismo operano un profondo cambiamento di contenuti e forme.

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