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Concetti Chiave

  • Il concetto di giustizia seicentesca è centrale nei Promessi Sposi, con Manzoni che critica un sistema giudiziario arbitrario e iniquo.
  • La società del Seicento è divisa in oppressori e oppressi, dove i nobili abusano della loro posizione per perpetuare ingiustizie a danno dei più deboli.
  • Manzoni usa protagonisti umili, come contadini, per evidenziare le sofferenze e le angherie subite dai deboli sotto il dominio spagnolo.
  • Il personaggio dell'avvocato Azzeccagarbugli rappresenta la corruzione del sistema legale, servendo gli interessi dei potenti piuttosto che quelli della giustizia.
  • Manzoni esprime un pessimismo giuridico, auspicando un ideale stato di diritto fondato su uguaglianza, libertà e valori cristiani, ritenendo difficile una vera giustizia tra gli uomini.

In questo appunto viene preso in esame il concetto di giustizia nell'ambito della grande opera letteraria di Alessandro Manzoni che sono i Promessi Sposi. Si descrive proprio che cosa intende lo stesso Alessandro Manzoni per "giustizia seicentesca". Si prendono anche in esame le figure degli oppressi e degli oppressori, categorie sociali in cui veniva classificata la società del Seicento.
Giustizia nei Promessi Sposi articolo

Indice

  1. Il tema della giustizia nei Promessi Sposi
  2. Gli oppressi e gli oppressori

Il tema della giustizia nei Promessi Sposi

Nei primi sei capitoli dei Promessi Sposi, Manzoni pone particolare attenzione al tema della giustizia; evidenziando e, per meglio dire, criticando la “giustizia” seicentesca.
Nell’Italia del 600, sotto il dominio spagnolo, la giustizia nei comuni era piuttosto arbitraria e, come ci sottolinea l’autore, nelle mani dei più potenti. Succedeva, infatti, che gli unici ad essere vittime del sistema giudiziario fossero proprio i più bisognosi: gli umili e indifesi.
È evidente il desiderio dell’autore di denunciare e criticare la giustizia dell’epoca dal fatto che abbia scelto (per primo fra tutti) come protagonisti del suo romanzo proprio due semplici e umili contadini, che ci rappresentano e manifestano le angherie delle quali erano vittime i deboli dell’Italia secentesca.
Le istituzioni, certo, non negavano leggi e punizioni per angherie o soprusi commessi, anzi, queste erano parecchie, ma , molto spesso, venivano gestite e amministrate da giudici in modo piuttosto arbitrario; di fatto la giustizia nell’epoca secentesca era uno strumento, in più, al servizio dei potenti che consentiva loro di commettere ingiustizie essendo, spesso, coperti dalla legge e che condannava i più deboli e indifesi a subire. La critica, del Manzoni, a riguardo si fa sentire con piccole sfumature in ogni capitolo.
per ulteriori approfondimenti sul tema della giustizia nei Promessi Sposi vedi anche qua

Gli oppressi e gli oppressori

A partire dal primo capitolo, quando l’autore traccia un generale quadro della situazione sotto il dominio straniero, e, tramite l’incontro di don Abbondio con i bravi, evidenzia la popolazione per lo più divisa tra oppressi e oppressori, e la condizione nella quale si trovavano i meno pavidi e coraggiosi che, per non essere vittime di tali angherie, erano costrette a raggrupparsi in corporazioni o a rifugiarsi sotto la protezione di una delle due più potenti classi sociali: la chiesa. Il piccolo clero locale era, tuttavia, impotente di fronte a tale prepotenza e presa di potere da parte dei nobili, ricchi e potenti, e viveva, quindi, in un continuo clima di terrore, spesso costretto ad atteggiamenti di servilismo.
La giustizia, all’epoca dei Promessi Sposi, era gestita dai potenti, i signorotti dei paesi che, tramite un considerevole numero di bravi (rifugiatisi sotto la loro protezione dopo aver commesso reati) al loro servizio, commettevano soprusi e angherie ed, inoltre, grazie il loro potere, corrompevano altri rappresentanti della giustizia o si facevano amici di altri potenti. I nobili molto spesso pretendevano di sostituirsi alla legge, di far coincidere le loro volontà con essa.
La dimostrazione lampante del sistema giudiziario secentesco l’abbiamo nel terzo capitolo, quando Renzo, consigliato da Agnese si reca dall‘avvocato soprannominato Azzeccagarbugli, nella speranza che questo possa perorare la sua causa. L’avvocato inizialmente, quando ancora crede che Renzo sia un bravo, gli espone tutte le strategie giuridiche per risolvere il problema, ma quando infine scopre che egli è la vittima e non il malfattore, e pertanto non un bravo, lo caccia con sgarbate parole. Azzeccagarbugli ha una professionalità distorta, è un servo del potere, un servo dell’amico e protettore don Rodrigo, del quale è solito difendere i bravi. In mano sua la legge è uno strumento ed è spregiudicato e abile nel manovrarla con artifizi verbali. L’avvocato è, in realtà, una figura piuttosto drammatica perché, attraverso lui, è rappresentata tutta la società corrotta del ‘600.
Nel quinto capitolo, invece, viene illustrato un banchetto fra nobili che ha luogo a casa di don Rodrigo, durante il quale vengono discusse, dai convitati (il cugino Attilio, l’avvocato Azzeccagarbugli, il podestà di Lecco e due sconosciuti), le tematiche più svariate. Durante il convito viene affrontata una discussione riguardo se fosse giusto o meno bastonare un portatore di una sfida. Sull’argomento si dimostrano piuttosto contrari il potestà, sfavorevole, e il conte Attilio, favorevole, che proseguono discutendo riguardo le regole della cavalleria.
La giustizia viene menzionata un’ultima volta nel sesto capitolo quando fra Cristoforo si reca a casa di don Rodrigo per chiedere un atto di giustizia, che viene prontamente rifiutato dal nobile, troppo orgoglioso, testardo e capriccioso.
In questi primi sei capitoli si può ben dedurre il pessimismo giuridico dell’autore e la sua scontentezza, delusione e critica riguardo la giustizia.
Manzoni, infatti, non crede che la giustizia possa attuarsi tra gli uomini, mentre egli sogna uno stato di diritto, dove tutti, compresi gli stessi governatori, siano tenuti a rispettare le stesse leggi, una società basata sui principi della rivoluzione francese, dell’illuminismo e sui valori cristiani.
Giustizia nei Promessi Sposi articolo
A distanza di qualche secolo la giustizia nel mondo, o per lo meno in Italia, secondo me, non è poi molto cambiata. Esistono ancora giudici e avvocati corrotti da coloro che detengono maggiore potere e quindi più denaro, ed esistono ancora situazioni nelle quali, come nell’ambito della polizia, molte persone si proteggono vicendevolmente.
Credo che, comunque sia, certi fenomeni di corruzione o insufficienza della giustizia sia impossibile impedirli e, pertanto, condivido il pessimismo giuridico dell’autore, e anch’io continuo a pensare allo stato ideale come a uno stato di diritto, basato su principi di uguaglianza, fraternità e libertà.
Studia con la mappa concettuale

Domande da interrogazione

  1. Qual è la visione di Manzoni sulla giustizia seicentesca?
  2. Manzoni critica la giustizia seicentesca, evidenziando come fosse arbitraria e nelle mani dei potenti, lasciando gli umili e indifesi come vittime del sistema giudiziario (testo).

  3. Come vengono rappresentate le figure degli oppressi e degli oppressori nei Promessi Sposi?
  4. Manzoni delinea una società divisa tra oppressi e oppressori, con i nobili che esercitano il potere e i contadini che subiscono angherie, evidenziando la condizione di terrore e servilismo del piccolo clero (testo).

  5. Qual è il ruolo dell'avvocato Azzeccagarbugli nella critica manzoniana alla giustizia?
  6. Azzeccagarbugli rappresenta la corruzione del sistema legale, mostrando come la legge possa essere manovrata a favore dei potenti, rifiutando di aiutare le vittime e servendo gli interessi di don Rodrigo (testo).

  7. In che modo Manzoni esprime il suo pessimismo giuridico nei primi sei capitoli?
  8. Manzoni manifesta il suo pessimismo giuridico attraverso la narrazione delle ingiustizie subite dai protagonisti e la critica alla gestione arbitraria della giustizia, sognando un ideale di stato di diritto (testo).

  9. Quali sono le aspirazioni di Manzoni riguardo alla giustizia e alla società?
  10. Manzoni aspira a una società basata su principi di uguaglianza, fraternità e libertà, dove tutti, compresi i governatori, siano soggetti alle stesse leggi, in contrasto con la realtà della giustizia del suo tempo (testo).

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