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PERSIO
Persio fu uno scrittore di satira, diversa da quella di Lucilio e Orazio. Lucilio prendeva di mira i vizi degli uomini e gli uomini stessi. Orazio non attacca l’uomo, la sua è una conversazione benevola.
In Persio la satira diventa uno strumento potente per attaccare i vizi e gli uomini.
Persio non nasce a Roma, ma in Etruria nel 34 d.C. Era orfano di padre e quando la madre si risposa anche il patrigno muore. Per questo un ruolo fondamentale nella sua vita lo ebbero la madre, la sorella, la cugina, la figlia della cugina e la zia. Persio poi va a Roma e inizia gli studi, aderendo allo stoicismo con la cerchia di Anneo Cornuto. La vita di Persio fu molto appartata. Egli non ebbe molti amici, solo Anneo Cornuto e Cesio Basso.
Persio scrisse diverse opere ma noi oggi abbiamo solo un libro di 6 satire in esametri. Le altre opere non le abbiamo perchè quando Persio muore di morte naturale, Anneo Cornuto distrugge la sua produzione tranne le 6 satire.

La satira di Persio ebbe molto successo. Fu molto letto dai contemporanei e dai posteri, perchè si apprezzava il suo rigorismo morale.
Fu denigrato invece da Alfieri, che non tollera il fatto che lo stile era troppo complesso e oscuro.
Critica Negativa per il suo stile oscuro e per il fatto che la sua satira nasce sui libri, non da esperienze personali. Il critico Lana invece lo apprezza proprio per questo motivo. La critica oggi è molto meno negativa per il fatto che Persio usò l’esametro nelle sue satire, creando una lingua nuova.
Alle 6 satire sono premessi 14 coliambi. Secondo alcuni questi coliambi erano dei prologhi, per altri degli epiloghi, anche se la tesi più accreditata è la prima. Sono importanti perchè Persio si definisce un semi-paganus, dal latino pagus, cioè la sua non è una poesia altisonante, ma serve a dare un messaggio.
1 satira: Attacco contro i contemporanei, che scrivono solo per la fama e per la ricchezza. Persio si augura anche di avere pochi lettori, purchè li ascoltino.
2 satira: Contro uomini che pregano e sembra che chiedano la virtù ma ihvece chiedono di essere ricchi.
3 satira: Si rivolge ad un giovane ozioso, che spreca il suo tempo. Il poeta lo esorta a studiare la filosofia. Il giovane trova scuse per non farlo.
4 satira: Contro le persone che fanno politica ma che non conoscono se stessi. Ritorna il motivo socratico del conosci te stesso.
5 satira: Ad Anneo Cornuto. Persio lo ammira, gli parla dell’importanza della filosofia, che nella sua vita è stata fondamentale.
6 satira: Si rivolge a Cesio Basso, nella parte finale attacca gli avari, solo il saggio stoico sa usare bene i suoi beni.
QUINTILIANO
Quintiliano fu il retore più importante della sua epoca e contribuì a riportare in auge un gusto classicheggiante vicino ai modelli del principato, contrapponendosi al gusto barocco predominante nella prima età imperiale con Seneca. Forte della sua esperienza di insegnamento compose in tarda età l’Istitutio oratoria nella quale si propose di educare il perfetto oratore dalla gioventù all’applicazione alla retorica.
Le notizie che abbiamo su Quintiliano provengono da lui stesso onda San Girolamo. Nacque in Spagna intorno al 35, figlio di un maestro di retorica.si trasferì a Roma e poi torno in Spagna per essere nuovamente chiamato a Roma da Galba per insegnare retorica, praticando sempre l’avvocatura. Fu il primo insegnante statale. Tra le opere perdute il trattato De corruptae eloquentiae e due libri De arte rhetorica. Sotto il nome di Quintilaiano ci sono tramandate due raccolte di declamazioni, declamationes maiores e declamationes minores. La critica considera le declamazioni spurie.
Nell'epoca di Quintiliano fu molto avvertita una generale corruzione dell’eloquenza. Questa decadenza riguardava sia la morale, i cui segni erano visibili nel diffuso malcostume della delazione e nelle figure di insegnanti corrotti, sia nel gusto letterario perché nelle virtù e nei vizi dello stile alcuni vedevano l'espressione del carattere. Dal punto di vista del gusto letterario Quintiliano fu sostenitore dello stile classicista contro lo stile corrotto e degenerato di cui massimo esponente era stato Seneca. Gli antichi non trovarono una causa a quella che fu una semplice degradazione del gusto dovuto alla perdita di valori morali. Per quanto riguarda la corruzione dell’oratoria la causa viene individuata da Tacito nel Dialogus de Oratoribus dove afferma che erano le condizioni politiche ad aver posto fine alla grande oratoria, in quanto con le censure si era chiuso ogni possibile dibattito. L'unico teatro in cui era possibile svolgere un dibattito era la scuola con gli esercizi declamatori.
Quintiliano, non diversamente da altri autori antichi, individua le cause della corruzione dell’eloquenza alla degradazione dei costumi, ma crede molto nell’efficienza dell'educazione scolastica e affida il compito di ovviare al problema proprio all'istruzione.
L’istitutio oratoria è dedicata a Vittorio Marcello, un oratore, ed è composta da 12 libri.
Lo scopo dichiarato è il ritorno allo stile ciceroniano, con l'ideale della concinnitas, dell'armonia e dell'equilibrio sia nella nello stile sia in politica.
I primi due libri sono didattici, i 3-4 si concentrano sulle diverse sezioni della retorica (inventio, dispositio, elocutio, memoria, actio); il libro 10 insegna i modi di acquistare la facilitas, la disinvoltura nell’espressione, prendendo in esame autori da leggere e imitare:; inserisce un excursus sugli scrittori greci e latini a confronto; il libro 11 si occupa delle tecniche di memorizzazione e dell'arte del porgere; il 12 affronta tematiche inerenti ai requisiti del buon oratore e accenna al rapporto tra quest'ultimo e il principe. (Retorica-->Dionigi di Alicarnasso, anonimo del sublime).
Lo stile
Quintiliano si mostra avverso sia all’arcaismo sia all’asianesimo, ciò nonostante lo stile non è ampio e simmetrico come quello di Cicerone, ma sembra anzi condizionato dalla prosa di Seneca.
PETRONIO
Visse alla corte di Nerone. Alcuni critici lo collocano nel I secolo a.C. altri nel III. Tacito nei suoi Annales parla di un certe Caius Petronius, mentre altre fonti dicono che si parla di P. Petronius. Forse il Caius Petronius di cui ci parla è effettivamente il Petronio che visse alla corte di Nerone. Tacito descrive questo personaggio ma non parla della sua opera, il Satyricon. I critici dicono che non è una sorpresa, perché in genere Tacito non parla delle opere. Di Petronio non ci parlano nemmeno Marziale e Quintiliano, il che è sospetto, perché Marziale scrive delle Satire e il Satyricon di Petronio è un’opera sia romanzo sia satira. Marziale attinge da Petronio, ma non ce ne parla, si pensa perché Il Satyricon è dissacratorio verso i valori della società Romana. Forse anche per questo non ce ne parla Quintiliano.
Tacito parla di Caius Petronius come uomo colto, raffinato, ricco, dal buon gusto. Era un esteta, si circondava di cose belle. Fu proconsole della Bitigna. Dopo ritorna a Roma, ed entra a far parte della cerchia di amici stretti di Nerone. Tra l’imperatore e il poeta nasce una grande amicizia e Nerone lo nomina Maestro del buon gusto, tenendolo molto in considerazione e seguendo i suoi consigli. Questa amicizia suscita l’invidia di Tigellino, prefetto del pretorio. Per sbarazzarsi di Petronio denuncia la sua amicizia con Scevino, che partecipa alla congiura dei Pisoni. Petronio così si uccide, anticipando l’imperatore o forse per dimostrare la sua libertà. Si taglia le vene ma la sua morte fu molto diversa da quella di Seneca. Seneca muore da stoico, discutendo con i suoi amici. Petronio si fa tagliare le vene, poi fa bloccare l’emorragia, si siede a tavola e discute, poi fa continuare l’emoraggia e muove. Era usanza scrivere un elogio all’imperatore prima del suicidio ma Petronio ne parla male, svelando i suoi misfatti, poi distrugge il suo sigillo in modo che la colpa venisse data solo a lui e a nessun altro.
Di Petronio ci restano i libri 15 e 16 del Satyricon.
Il Satyricon è un’opera nuova, per contenuto, forma e stile. Petronio attinge a generi già esistenti e li modifica. I protagonisti sono una coppia di amanti omosessuali, due giovani dissoluti che attraversano una serie di avventure. Vediamo quindi la presenza dell’elemento amoroso e avventuroso. Questa coppia viaggia da Marsiglia a una greca urbs (forse Napoli, Cuma o Pozzuoli, però siccome l’opera è del I secolo si pensa che parlasse della città di Pozzuoli, perché Napoli nel I secolo era tranquilla, Cuma era in declino). Da Pozzuoli poi verso altre avventure fino a Crotone, dove incontrano altri personaggi. Il fine dei protagonisti è avere una vita piacevole, avventurosa, ricca. Appare la nuova classe dei neoricchi, ex schiavi arricchiti. Un episodio importante è quello della cena di Trimarchione, un liberto arricchito che ha tanto di quel denaro che lo sperpera. I protagonisti si trovano a questa cena. Un critico colloca il Satyricon nel 3 secolo prendendo come riferimento questa cena, in cui Trimarchione invita i servi a cenare con loro. Nel I secolo non si usava fare così, ma in realtà essendo Trimarchione una personaggio nuovo, ha regole tutte sue.
La lingua è particolare: abbiamo un sermo rustico, uno familiare e uno aulico, quando si parla della decadenza della retorica e della arti. L’abilità di Petronio sta nel fondere questi motivi diversi. Il fatto che ci siano espressioni del sermo plebeius ha fatto si che i critici la collocavano nel 3 secolo dicessero che lo stile ne è una dimostrazione. Ma è pur vero che Petronio rappresenta una lingua parlata da classi medio-basse, lingua che cambia molto velocemente.
Petronio passa con naturalezza da uno stile all’altro: riesce a ricreare il classicismo di Virgilio e la prosa Ciceroniana. Però le innovazioni sono anche a livello contenutistico. L’opera è una sorta di romanzo-satirico d’amore. Il romanzo era nato nel mondo greco. Rappresentava una storia d’amore tra uomo e donna, la fedeltà del loto amore, l’avventura, l’amore puro, il lieto fine.
Petronio trasforma queste caratteristiche del romanzo. Usa una coppia omosessuale, non fedele, manca il ricongiungimento degli amanti, manca l’amore puro.
L’opera deriva dalla Fabula Milesia (racconto lungo in prima persona, di argomento erotico e licenzioso) e dalla satira menippea (misto di prosa e versi).
GIOVENALE
Nasce tra il 50 e il 60 e muore nel 130 d.C. Non è di Roma, ma della provincia. Va a Roma per studiare retorica e grammatica. Fu un avvocato. Non sappiamo molto visto che le sue opere non sono autobiografiche, quindi ciò che sappiamo di lui lo sappiamo grazie a Marziale, che ci parla della sua vita sofferta. Sappiamo che fu allontanato da Roma e che iniziò a scrivere satire molto tardi, dopo la morte di Domiziano, si pensa per evitare la censura.
Con Giovenale ci si discosta dalle satire tradizionali. La satira ha una nuova valenza. Giovenale ha uno sguardo disincantato della società. Vede che la società e gli uomini sono corrotti, è molto pessimista. La satira ha funzione di denuncia, non è fatta per cambiare l’uomo. Non parla degli uomini del suo tempo, ma di personaggi già morti.
Scrive 15 satire in 6 libri, in esametri. Il linguaggio è aulico. Alcuni critici vedono in lui un declamatore. E’ difficile individuarlo come poeta o come declamatore, perché forte è l’influsso delle scuole che ha frequentato.
Il tono nelle sue satire cambia perché per lui la satira si avvicina alla tragedia, perché ciò che prima era mito ora è realtà: ogni giorno ci sono notizie terribili. Es. madri che uccidono i figli.
Gli argomenti che tratta sono disparati: corruzione, arrivismo, vizi, virtù non più presenti nella società.
La 6 satira è importante. E’ diretta contro le matrone romane, che nella società romana erano fondamentali. Ma le matrone di una volta non ci sono più. Non è una satira contro le donne ma contro le donne senza morale. Cita Messalina, moglie di Claudio, che di notte usciva dalla reggia per andare nei postriboli.
MARZIALE
Ci sono pervenute poche notizie, le uniche che abbiamo ci pervengono da una lettera di Plinio il Giovane e da quello che ci dice lo stesso Marziale. Nasce tra il 38 e il 41 in Spagna a Bilbilis, dove studiò grammatica e retorica.
Molto giovane si reca a Roma ed entra nella corte di Nerone aiutato da Seneca e dai suoi familiari, ma nel 65 si ha la Congiura dei Pisoni (muore Seneca). Marziale a Roma ha amici influenti che cercano di introdurlo all’avvocatura, ma non si sentiva protetto. Così sceglie la condizione di Cliente (si appoggia a famiglie aristocratiche per avere il necessario per vivere).
Egli non divenne mai ricco ma ottenne da Tito lo Ius Trium Liberum (Diritto dei 3 figli) che era un’agevolazione concessa a chi era sposato e aveva figli, ma Marziale non era sposato e non aveva figli, ecco in cosa consisteva il privilegio. Ottiene anche una villetta poco lontana da Roma. Viene anche nominato tribuno militare.
Per quanto riguarda le sue opere, non c’erano i diritti d’autore, guadagnavano solo i librai che vendevano libri, gli autori non avevano alcun compenso.
Dopo la morte di Tito gli succede Domiziano e Marziale continua a scrivere epigrammi per elogiarlo.
Sotto Nerva e Traiano vede crescere il suo prestigio, dedicando lodi agli imperatori, ma non ottenne favori, perché si era sbilanciato con Domiziano. Si allontana da Roma, va ad Imola ma deluso ritorna in Spagna ma trova una situazione diversa da quella che si aspettava, infatti si era abituato alla vita a Roma. Muore a Bilbilis, nella sua patria.
Raggiunge la notorietà con il Liber de Spectaculis: 33 epigrammi con i quali elogia l’imperatore e i giochi che si svolgevano nell’arena.
Xenia: Libro di epigrammi. Durante le feste dei Saturnali a Roma venivano preparati banchetti da ricci. A quelli che non potevano partecipare venivano mandati dei doni accompagnati da biglietti e questi erano gli Xenia. Erano dei versi brevissimi.
Apoforeta: Letteralmente “Ciò che viene portato via”, sono dei doni estratti a sorte e dati agli invitati dei ricchi che organizzavano i banchetti, sempre accompagnati dai bigliettini.
Raggiunge la fama con 12 libri di epigrammi: in tutto abbiamo 1500 epigrammi di lunghezza variabile. L’epigramma aveva avuto la sua massima fioritura nell’età ellenistica, con Marziale assume una nuova caratteristica: cambia la sua connotazione, si avvicina di più alla concezione moderna di satira, dunque è presente l’elemento grottesco. Parla di personaggi come medici disonesti, avari, prodighi, persone con difetti fisici evidenti. Marziale prende in giro i difetti, li ridicolizza, esaspera determinati aspetti, non lo fa con cattiveria, ma con un sorriso bonario. Dunque non ha funzione educativa, vuole solo far sorridere.
Gli epigrammi avevano argomenti di vario tipo: alcuni sono di carattere letterario, infatti la polemica letteraria era diffusa; altri sono satire di lode al regime imperiale, soprattutto verso Domiziano.
La caratteristica principale degli epigrammi è la chiusa, infatti con la chiusa dei suoi epigrammi coglie il lettore di sorpresa (fulmen in clausula). Con la sua rapidità spiazza e colpisce il lettore, mentre la battuta di inizio crea un senso di attesa.
La critica dà due chiavi di lettura: alcuni avevano visto in lui colui che voleva colpire con i suoi versi, che voleva fare del virtuosismo. Altri sostenevano che la sua era un’osservazione della realtà. Paratore si pone in mezzo a queste due critiche, sostenendo che in Marziale è presente la cura dello stile, ma è anche evidente il bisogno di analizzare alcuni aspetti della realtà.
Per quanto riguarda lo stile, alcuni epigrammi presentano uno stile più elevato (quelli letterari), mentre in altri usa un linguaggio osceno. Giustifica questo linguaggio dicendo che un conto è come si scrive, uno è come si vive.

PLINIO IL GIOVANE Plinio fu un intellettuale integrato nella vita politica del suo tempo. Nato verso il 61, studiò retorica a Roma e poi intraprese il Cursus honorum. Fu legato di Traiano in Bitinia e morì nel 113. Nonostante sia stato un autore prolifero non ci resta nulla della sua produzione tranne un ricco epistolario e un panegirico rivolto all'imperatore Traiano. La raccolta delle Epistulae è divisa in dieci libri: i primi nove conengono lettere comode tra 97 e il 108, mentre il decimo contiene etere ufficiali e private di Plinio a Traiano. Il Panegyricus consiste in una versione ampliata del discorso di ringraziamento a Traiano che Plinio tenne quando venne nominato console. I primi nove libri delle epistole furono pubblicati da Plinio senza alcun criterio preciso, a suo dire, ma in realtà sono ordinate per tematica. Le lettere sono bei brevi saggi di cronaca della vita mondana e intellettuale, un atematica che sta molto a cuore è la natura, la campagna, che il poeta ama molto. Plinio inoltre registra molti eventi contemporanei, fai più importanti ai pettegolezzi. L’epistolario di Plinio fornisce molte informazioni sulle perla alita illustri dell'epoca ed è propio a queste personalità, come quella di Traiano o di Tacito, che Plinio indirizza le proprie lettere. Lo stile dell’epistolario ricerca la grazia e la raffinatezza, predilige il modello ciceroniano da cui Plinio deduce il fraseggio limpido, i periodi sono brevi e le figure retoriche ricorrenti sono gli asindeti e le anafore. Nonostante Plinio mostri di avere un rapporto confidenziale con l’imperatore Traiano, in realtà Plinio si comporta come un funzionario meticoloso e pignolo e spesso Traniano ne sembra infastidito. Uno dei temi più significativi del carteggio con l'imperatore riguarda la questione dei cristiani, per la quale Traiano mostra sobria tolleranza. Il panegirico consiste in un discorso di ringraziamento che via via si trasforma in un vero e proprio encomio dell’imperatore: Plinio ne esalta le virtù di optimus princeps e auspica un periodo di collaborazione tra questo e il senato. Plinio cerca anche di delineare un modello comportamentale per i principi futuri. Nonostante il tono positivo nel panegirico emerge di tanto in tanto la paura che possano salire al potere dei principi malvagi, così Plinio sembra rivendicare una funzione pedagogica alla figura dell’imperatore, motivo per cui viene accostato all’orazione ciceroniana Pro Marcello.
TACITO Fu uno dei più importanti storici dell’antichita. Fu genero di Agricola, un comandante militare, grazie al quale iniziò la propria artista politica. Le opere conosciute sono: De vita Iulii Agricolae, De origine et situ Germanorum, Dialogus de Oratoribus, le Historiae in 12 o 14 libri, e gli Annales in 16 o 18 libri. Delle Hostoriae ci sono pervenuti sono i primi quattro libri e parte del quinto, degli Annales i primi due libri e parte del quinto, del settimo e dell’undicesimo. Il problem dei numeri è molto discusso per Historiae e Annales: c'è chi pensa che fossero 12 e 18, chi 14 e 16.
Dialogus de Oratoribus Sappiamo che il dialogo è ambientato nel 75 o 77. Tacito riferisce una conversazione che si immagina avvenuta in casa di Curiazio Materno,alla quale egli stesso dice di aver assistito, tra retori e filosofi. In un primo momento si contrappongono i discorsi di Marco Apro e Materno, in difesa rispettivamente dell’eloquenza e della poesia. Con Messala la conversazione di sposta sulla decadenza dell’oratoria, la cui causa è individuata da Messalla nel deterioramento dell’educazione del futuro oratore; il dialogo si conclude con il discorso di Materno, portavoce di Tacito, il quale sostiene che una grande oratoria era possibile solo con la libertà della Repubblica, mentre il clima di pace dell’impero deve essere accettato nonostante il passato fornisse un terreno più fertile alla nascita delle lettere e delle grandi personalità. Alla base dell'opera sta il fatto che l'impero è l'unica forza in grado di salvare lo stato dalle guerre. La datazione dell'opera è dubbia così come la sua autenticità: varie caratteristiche fanno dell'opera un caso isolato. Il periodare dell'opera richiama il modello neociceroniano, forbito ma non prolisso, non presenta la tipica inconcinnitas di Tacito.
Agricola L'opera è un opuscolo storico che tramanda la memoria del suocero: si ispira in parte alle laudatio funebri; dopo un rapido riepilogo della carriera del protagonista prima dell'incarico in Britannia, l'opera si incentra sul tema della conquista dell'isola, lasciando spazio a digressioni geografiche ed etnografiche che derivano da appunti di Agricola ma per la maggior parte dai Commentari di Cesare. La Britannia è soprattutto il campo in cui si dispiega la virtus di Agricola. Elogiando il carattere del suocero Tacito mette in rilievo come avesse saputo servire lo stato con fedeltà onestà e competenza anche sotto un pessimo regime come quello di Domiziano. Anche Agricola però era caduto in disgrazia presso Domiziano. Attraversando incorrotto la corruzione altrui, Agricola sa morire silenziosamente senza andare in cerca della gloria di un martirio ostentato, la ambitiosa mors che Tacito condanna. L’esempio di Agricola indica con me anche sotto una tirannide sia possibile seguire la via mediana. L’Agricola si situa al punto di intersezione tra diversi generi letterari: si tratta di un panegirico, di una laudatio funebris, di una etnografia e storiografia. L’opuscolo risente quindi di modi stilistici diversi: nei discorsi è notevole l’influenza di Cicerone;nelle parti narrative ed etnografiche è invece presente l’impronta sallustiana e liviana.
La Germania Gli Interessi etnografici già presenti nell’Agricola sono al centro della Germania, un’opera dedicata alla descrizione del territorio della Germania e dei suoi abitanti che rappresentavano una costante minaccia per l’impero romano. Quest’opera costituisce per noi l’unica testimonianza di una letteratura etnografica che a Roma dovette godere di grande fortuna: sappiamo di monografie di Seneca su India ed Egitto.Le notizie etnografiche contenute nella Germania non derivano da osservazione diretta ma quasi esclusivamente da fonti scritte: per quanto Tacito mostri di avere conoscenze diverse, ha tratto la maggior parte della documentazione dai Bella Germaniae di Plinio il vecchio. Gli intenti di tacito nella Germania sono stati allungo oggetto di discussione: gli intenti di Tacito nella Germania sono stati a lungo oggetto di discussione: alcuni vedono nell’opuscolo l’esaltazione di una civiltà ingenua e primordiale. Tacito ha piuttosto posto l'accento sulla forza e sul valore dei Germani per sottolineare il livello di pericolosità che questi rappresentavano per l'impero romano. Tacito inoltre si dilunga su una serie di difetti di un popolo che appare barbarico: tendenza all’ubriachezza, passione per il gioco, innata crudeltà, esaltando al contempo le virtù romane. Pur essendo un trattato etnografico-geografico il riferimento all’attualità è forte: in quel tempo infatti Traiano si trovava sul Reno pronto alla guerra.
Le Historiae Si dividono in 5 libri che trattano dal 69, regno di Galba, e avrebbero dovuto concludersi nel 96. Il 69 fu l'anno dei 4 imperatori Galba, Otone, Vitellio e Vespasiano, tutti comandanti eletti ikperatori dai propri eserciti. Viene evidenziata una cerca analogia con l'attualità in quanto il predecessore di Traiano, Nerva, si era trovato come Gakba ad affrontare una rivolta di pretoriani e a designare per adozione un successore. Però Nerva ha scelto un successore degno del suo titolo, Traiano, abile e autorevole comandante. Galba invece adottò Pisone. In occasione del discorso di adozione di Galba Tacito mostra la crisi del mos maiorum che affliggeva la società di allora. Seguirono con Pisone una serie di sanguinosi conflitti. L'adozione di Traiano invece placò i tumulti e l'imperatore si rivelò capace di mantenere l'unità di eserciti. Tacito sostiene che solo il principato sia in grado di garantire la pace, la fedeltà degli eserciti e la stabilità. Il buon principe non dovrà essere uno scellerato come Domiziano ma assommare in sé le qualità necessarie per reggere l'impero: Tacito individua la soluzione idea nel principato degli imperatori d'adozione. Tacito risente molto dell’influenza della cosiddetta storiografia tragica dove la narrazione viene drammatizzata, ai personaggi protagonisti vengono dedicati ritratti che ne sottolineano gli aspetti psicologici più profondi. La tecnica del ritratto è affine a Sallustio: Tacito usa l’inconcinnitas e una sintassi disarticolata il tutto arricchito dalla drammaticità di ispirazione sallustiana.
Gli Annales Nell’opera Tacito intraprende il racconto della più antica storia del principato, dalla morte di Augusto a quella di Nerone. La data scelta per iniziare la narrazione fa supporre che l'opera fosse un continuo all'opera di Tito Livio Ab urbe condita. Degli Annales sono rimasti i libri 1-4, e parti del 5 e 6, comprendenti i racconti delle morti di Augusto e Tiberio; i libri 11-16 col racconto dei regni di Claudio e Nerone.
Nei primi quattro libri si sviluppa il parallelo tra le vicende interne ed esterne a Roma con Tiberio e Germanico: il regno di Tiberio, la sua morte, l'ascesa e la caduta di Seiano da un parte, i successi di Germanico e i contrasti con Pisone, la morte in oriente dall'altra.
Nei libri 11-12 sono narrati gli eventi della seconda metà del principato di Claudio, con il matrimonio con Messalina e la morte cospirato da questa per far salire il t proprio figlio Nerone al potere.
Nei libri 13-16 è narrato il regno di Nerone, dagli indizi in cui egli si trovava sotto gli influssi di Seneca, di Afranio Burro e della madre, nel cosiddetto quinquennio felice; Nerone instaura un regime da monarca ellenista dedicandosi a giochi e spettacoli, arrivando all’eccesso quando ucciderà la madre: Tigellini sostituisce Burro e Seneca si ritira; infine la congiura dei Pisoni in cui moriranno Senaca, Lucano e Petronio. Negli Annales Tacito mantiene la tesi della necessità del principato, ma la sua visione è nettamente più pessimista. La storia del principato è anche la storia del tramonto della libertà politica dell’aristocrazia senatoria. Tacito mostra antipatia anche nei confronti di coloro che scelgono l'opposta via del martirio. Risentendo della storiografia tragica Tacito tende a portare in luce gli aspetti più profondi delle personalità dei personaggi, le loro passioni e ambizioni.Negli Annales perfeziona l'arte del ritratto dove il vertice è il ritratto indiretto di Tiberio che si delinea andando avanti nella narrazione . Tacito preferisce il ritratto morale più che quello fisico.Per quanto riguarda lo stile è presente l’inconcinnitas, ottenuta attraverso variatio. È frequente la coloritura poetica. A partire dal libro 13 sembra registrarsi una involuzione di stile, che si fa più ricco.
SVETONIO Di Gaio Svetonio non conosciamo molto. La sua produzione fu copiosa e abbiamo notizie grazie alla Suda, un lessico bizantino. Il De viris illustribus è una raccolta di biografie giunta in parte e suddivisa per generi; a noi ne resta solo una parte, De grammaticis et rhetoribus: ai grammatici sono dedicati i primi 24 libri, ai retori gli altri 6. Delle altre sezioni abbiamo frammenti: dal De poetis derivano le Vitae di alcuni autori. Il De vita Caesarum è una raccolta in 8 libri di 12 biografie. Il genere biografico fu coltivato da Varrone e Cornelio Nepote. I ritratti sono strutturati in brevi informazioni sulle origini, sugli insegnamenti, U interessi e opere composte, sui tratti del carattere. Uno schema simile si trova anche alla base delle vite dei Cesari: esse iniziano infatti iniziano con notizie relative a famiglia e nascita, proseguendo poi per adolescenza e ascesa al potere. Poi la narrazione si interrompe per far spazio alla descrizione degli aspetti della personalità dell'imperatore suddivisi in rubriche. Si ritorna all'ordine cronologico per il resoconto su morte e funerale. L'aspetto più rilevante è quindi la rinuncia a una disposizione cronologica che accompagni lo sviluppo della personalità analizzata. Invece di illustrare le vicende nella completa degli elementi il biografo preferisce comporre per frammenti episodici. Svetonio è consapevole del fatto che il genere biografico sia la forma più adatta a dar forma al nuovo volto che il potere ha assunto. Nella rinuncia allo schema annalistico si rende evidente solo la durata del regno di ogni singolo principe può scandire il succedersi dei periodi e non grazie al succedersi delle magistrature. È evidente anche il carattere ‘romano’ dell'opera di Svetonio. Inoltre c'è la tendenza a insistere sulla vita privata degli imperatori, soffermandosi su pettegolezzi e particolari futili. Ne risulta una storiografia minore che attinge a forme più varie e delinea i tratti del suo destinatario, lo stesso ordine equestre a cui Svetonio appartiene. Il linguaggio è sobrio e asciutto, questo è un documento importante per la ricostruzione storica del primo periodo imperiale.

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