Quintiliano


(35 d.C. - 96 d.C.)

••• La vita e l’opera
•• È nato nella Spagna nord-orientale. Studia a Roma e svolge poi anche l’attività di avvocato. È insegnante di retorica per venti anni (dal 70 al 90 d.C.) ottenendo un grande riconoscimento pubblico (è tra i primi professori a essere finanziati dallo Stato per iniziativa di Vespasiano che gli assegna uno stupendo annuo di centomila sesterzi, come quello di un alto funzionario imperiale).
•• Nel 94 d.C. si ritira dall’insegnamento. Domiziano lo rende maestro dei suoi due pronipoti che avrebbe voluto che diventassero imperatori. Sempre nel 94 Quintiliano ottiene le insegne consolari, una specie di decorazione che comportava onori e privilegi. Dopo l’insegnamento scrive un trattato che non ci è arrivato, De causis corruptae eloquentiae (“Le cause della decadenza dell’oratoria”). Scrive poi l’Institutio oratoria, l’opera maggiore (composta in sei anni tra il 90 e il 96, conclusa prima della tragica fine di Domiziano, elogiato nel Quarto e nel Decimo libro).

•• La data della morte è ignora, anche se non deve essere molto dopo la fine della dinastia flavia (96). Uno degli allievi di Quintiliano, Plinio il Giovane, sotto Traiano (98 - 117 d.C.), parla di Quintiliano come di uno che non è più in vita.

••• Le finalità e i contenuti dell’Institutio oratoria
•• L’Institutio oratoria (“La formazione dell’oratore”) è un trattato in dodici libri dedicato a Marcello (personaggio importante nella corte di Domiziano). Nell’Institutio oratoria Quintiliano redige tutta la sua grande cultura e i frutti della sua esperienza ventennale di insegnante. Preannuncia subito di voler scrivere un’opera completa e sistematica in cui si parli della formazione dell’oratore sin dall’infanzia in cui ci si sofferma su tutti i problemi e gli argomenti riguardanti la retorica e l’oratoria. Si rifà ovviamente spesso a Cicerone (per lui maestro di eloquenza), ma Quintiliano non scrive un dialogo come il De oratore, ma un trattato didascalico, molto simile a un’Ars, cioè a un manuale scolastico, perché è organico, organizzato e schematico nell’impostazione.
•• Anche se è molto vicino a Cicerone e alla sua concezione di vedere la retorica come una scienza che non fornisce solo competenze tecniche, ma serve anche a formare sia il perfetto oratore, sia il cittadino e l’uomo moralmente esemplare.
•• Quintiliano affronta anche il problema del rapporto tra retorica e filosofia, molto discusso nella cultura greca (dai sofisti a Platone a Isocrate) e latina (da Cicerone a Seneca). Dunque pare che retori e filosofi siano rivali e concorrenti nella formazione intellettuale dei giovani destinati alla vita politica (diventando cittadini). Seguendo la linea isocrateo-ciceroniana, critica i filosofi che credono che soltanto loro debbano educare i giovani affermando che la filosofia è una delle scienze che contribuiscono alla cultura enciclopedica dell’oratore (Aristotele). Quindi la filosofia è una delle scienze necessarie alla formazione del cittadino: le sue posizioni coincidono con quelle di Cicerone nel De oratore, infatti la filosofia fa parte dell’oratoria. Poco ciceroniana è invece la critica ai filosofi contemporanei, che definisce portatori di vizio (“ai miei tempi sotto il nome della filosofia si sono celati i vizi più gravi”). Questa citazione è una critica a quei filosofi incoerenti con le loro idee che si macchiano con e per il potere, che quindi appoggiano gli orientamenti degli imperatori flavi, specialmente di Domiziano che espelle ben due filosofi da Roma (sono i porci di cui ci parla Trilussa). Di seguito i contenuti dei dodici libri dell’Institutio oratoria:

•• Di seguito i contenuti dei dodici libri dell’Institutio oratoria:
Libro 1: I primi tre capitoli trattano di pedagogia e fanno di Quintiliano un saggio ed esperto educatore. Afferma che si devono assecondare le inclinazioni individuali dei fanciulli e critica aspramente le punizioni corporali, usuali nella scuola antica. Poi arriva a discutere di grammatica, materia che si studiava a scuola nei primi anni.
Libro 2: Il ragazzo è accompagnato nel percorso dalla scuola di grammatica a quella di retorica, delineando la figura del rètore ideale e definisce le caratteristiche dell’arte retorica, fornendo alcuni esercizi utili ad apprenderla.
Libro 3: Si delineano le parti fondamentali della retorica; cinque parti della teoria, cioè inventio, dispositio, elocutio, memoria e actio; tre generi di discorsi, cioè deliberativo, epidittico, giudiziario; tre compiti dell’orrore, cioè docère, movère e delectàre. Comincia la trattazione dell’inventio.
Libri 4 - 6: Continua la trattazione dell’inventio.
Libro 7: Si parla della dispositio, cioè l’ordine da dare agli argomenti nel discorso.
Libri 8 - 9: Si parla dell’elocutio, cioè dello stile oratorio e si parla delle figure retoriche con cui “ornare” il discorso.
Libro 10: Si parla della facilitas, cioè della fluidità espressiva e si elencano i principali poeti classici facendo su ognuno di loro dei brevi e acuti giudizi secondo l’utilità di lettura di quegli autori per la formazione dell’oratore. Seneca viene giudicato severamente, come tipico esempio di “gusto corrotto”. Si espone poi la teoria dell’imitazione e si parla della capacità di improvvisare.
Libro 11: Si parla dell’aptum, cioè la necessità di adattare il discorso alle circostanze, della memoria, cioè le tecniche per memorizzare il discorso, e dell’actio (o pronuntiatio), cioè di voce, dizione e gesti.
Libro 12: Si delinea la figura del perfetto oratore citando Catone il Censore (vir bonus dicendo peritus, uomo di valore esperto nel dire) e stabilisce i mores e gli officia.

••• La decadenza dell’oratoria secondo Quintiliano
•• L’Institutio oratioria è considerata la summa della teoria retorica antica, anche per le numerose e varie citazioni greche e latine, che poi vengono messe in discussione con grande equilibrio e pacatezza di giudizio. In più, Quintiliano sa impostare i problemi con grande chiarezza e scrive in tono molto discorsivo. La sua opera è quindi un grande contenitore delle migliori citazioni dei più grandi autori a proposito di comunicazione e persuasione, proprie della retorica.

•• In realtà l’opera affronta anche il problema della mutata funzione dell’oratore nella società civile e quello delle nuove tendenze stilistiche della prima età imperiale. Quintiliano semplifica i problemi parlando di “corruzione” e indica le cause della decadenza dell’eloquenza (in ordine: pochi buoni insegnanti, troppo spazio dato nella scuola ad argomenti teorici e fittizi e lontani dalla vita reale; degenerazione dei costumi che comporta uno scadimento di gusto e di stile). Individua in Cicerone l’apice dell’oratoria romana e il modello insuperato, infatti si deve tornare a lui per risolvere la situazione presente.
•• Stupisce l’assoluta mancanza di prospettiva storica, infatti ripropone modelli di eloquenza nell’età repubblicana, quando ancora aveva una funzione politica, ignorando l’attuale forma di governo, il principato (adesso la retorica è stata privata quasi completamente della sua fondamentale funzione politica). Nel libro 12 delinea la figura dell’oratore perfetto e Quintiliano parla come se non fosse cambiato niente dai tempi di Cicerone, infatti spera che il Senato riconduca sulla retta strada il popolo, ignorando che Senato e popolo non hanno più alcuna importanza decisionale (tutto il potere è nelle mani del princeps). Quintiliano riprende poi la frase “vir bonus dicendi peritus” di Catone, intendendo come vie bonus il cittadino che sa anteporre il bene pubblico a quello privato, preoccupandosi prima della communis utilitas (utilità pubblica).
•• Ma adesso lo stato si identifica con l’imperatore, il solo a decidere che cosa è utile per la comunità. Quintiliano infatti non smette di consigliare e di raccomandare all’oratore moderazione, disciplina e senso della misura portando come esempi di oratori eccellenti alcuni personaggi che erano strettissimi collaboratori dei principi. Quintiliano però non rivela esplicitamente il radicale cambiamento della situazione politica rispetto all’età repubblicana (questo è ambiguo), anche se in realtà sembra teorizzare la collaborazione dell’oratore (uomo politico, ormai solo esecutore degli ordini imperiali) con il regime assoluto. Più un oratore ha a cuore gli interessi dello Stato, più è un buon oratore. Però dire Stato è dire imperatore. Quintiliano crede che l’unica soluzione sia pensare la sua dottrina e le norme di comportamento nello Stato e non ipotizza alcuna via d’uscita nell’eventualità che non sia possibile la collaborazione con lo Stato.
•• Circa lo stile, Quintiliano è equilibrato: critica l’atticismo per la semplicità troppo spoglia e le tendenze arcaizzanti, combattendo soprattutto lo stile modernizzante e concettoso, con molte sententiae teorizzato di Seneca Padre e praticato da Seneca Filosofo. Questo stile è definito vitiosum e corruptum (vizioso e corrotto) perché non ha il senso della misura nell’uso dei procedimenti retorici finalizzato solo a ricercare il consenso del pubblico: i nuovi oratori scambiano il delectare (cioè divertire il pubblico) come fine primario, che dovrebbe essere la persuasione. Anche in questo caso sembra che Quintiliano non si accorga che la situazione è cambiata, che lo stile oratorio in alcuni casi è diventato davvero fine a se stesso, che adesso la forma conta davvero più del contenuto, che lo scopo primario non è più la persuasione ma il diletto del pubblico.
•• Quintiliano evita però di trasmettere aridamente nozioni dando alla sua esposizione “una certa eleganza” (aliquid nutoris), rendendola piacevole e attraente, usando molte figure retoriche (soprattutto similitudini e metafore), che risente infatti delle preferenze dei suoi contemporanei che preferivano un modo di esprimersi “ornato e poetico”. Infatti si notano anche grandi differenze con lo stile di Cicerone, perché Quintiliano ha una sintassi meno ampia e distesa, più mossa e variata e preferisce concentrare il pensiero in poche parole, fornendo una maggiore rapidità alla lettura. Seneca infatti rimproverava a Cicerone monotonia, lentezza e prolissità, anche se Quintiliano riteneva Cicerone un modello insuperato, ma non insuperabile.

••• Quintiliano nel tempo
•• Era amatissimo dai contemporanei: aveva una cattedra di retorica ed era stipendiato dallo Stato. Marziale vede in lui un grande educatore e un eccezionale avvocato. Quintiliano era un nome così noto da essere usato come nome per antonomasia per definire l’educatore di figli di nobili (= precettore, praeceptor).
•• Nel Medioevo l’Institutio oratoria era conosciuta non per intero.
•• Nel Rinascimento Bracciolini (1416) riscopre il testo integrale dell’Institutio oratoria nel monastero di San Gallo in Svizzera. L’Institutio oratoria diventa un importante testo per la formazione dei giovani e Veronese dà vita a una scuola a tre livelli (elementare, grammaticale e retorico) e nell’ultimo si studiava in maniera completa Cicerone, Quintiliano e la filosofia di Platone e di Aristotele.
•• Quintiliano ha fortuna anche nell’età moderna e nei secoli successivi, venendo considerato il padre della pedagogia moderna. Soprattutto durante l’Illuminismo, con l’Émile di Rousseau in cui si ribadisce (come aveva già detto Quintiliano) l’importanza di un metodo educativo che valorizzi le qualità naturali del discepolo che devono essere assecondate e non forzate. Nelle epoche successive di Quintiliano vengono valutati solo gli aspetti più pedagogici dell’opera, anche se dal Novecento si ha un rinnovato interesse per la teorica e l’Institutio oratoria si studia anche per l’ars dicendi.

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