I Flavi

La morte di Nerone diede il via ad una crisi causata dal crescente peso dell’esercito e dall’incapacità degli imperatori di risolvere il conflitto con il Senato, e si scatenò così una lotta per la successione. All’inizio il senato sostenne Servio Sulpicio Galba, generale filo senatorio, ucciso dopo poco dalle truppe di Otone, che venne poi proclamato imperatore. Dopo pochi mesi anche Otone venne ucciso e fu proclamato imperatore Vitellio. Anche lui venne ucciso e sostituito da Tito Flavio Vespasiano, che diede origine alla nuova dinastia dei Flavi.

Vespasiano(69-79)

Vespasiano proveniva dal ceto equestre. Durante i dieci anni di principato si impegnò a recuperare l’autorità imperiale cercando di ritornare ai principi della politica augustea, riaffermando l’auctoritas del principe, recuperando il rapporto col senato e riordinando l’amministrazione. Promosse l'attività culturale, limitò la spesa pubblica, rafforzò la posizione romana in Britannia e in Giudea, sedando la ribellione degli Ebrei. Dal punto di vista culturale, decise di recuperare il rapporto con gli intellettuali per ottenere il consenso e potenziare il proprio potere. Infatti diede questo incarico a Quintiliano, che spostò la formazione culturale nelle scuole di retorica e produsse il consenso da parte degli intellettuali. Plinio il Vecchio, altra figura celebre dell'epoca, si pose neutrale, perché voleva un’autonomia culturale. Per la successione, scelse il metodo dinastico: lasciò il potere al figlio Tito. Promulgò una legge che definiva il ruolo del principe, soprattutto rispetto al senato (lex de imperio Vespasiani): il principe operava secondo la propria volontà, ed il principato non era una misura eccezionale, ma una magistratura superiore alle altre.

Tito (79-81)

Alla morte di Vespasiano successe il figlio Tito, che in precedenza si era dimostrato un generale abile soprattutto in occasione della prima guerra giudaica, e salito al potere si dimostrò un buon imperatore tanto da venir definito amor ac deliciae humani generis da Svetonio. Purtroppo il suo principato non fu fortunato, infatti, durò tre anni e fu caratterizzato da un incendio a Roma, una pestilenza e la famosa eruzione del Vesuvio che distrusse Pompei, Ercolano e Stabia. Alla sua morte per malattia lasciò il potere al fratello Domiziano.

Domiziano (81-96)

Domiziano regnò per 15 anni. Cercò di migliorare le condizioni economiche dei sudditi e istituì lavori pubblici. Non mirò all'espansione dell'Impero ma a difendere i confini. Durante il suo regno si appoggiò al ceto militare cercando di garantirsene il consenso, aumentando la paga, e dei ceti popolari, istituendo giochi e spettacoli secondo il principio panem et circenses. D’altra parte per sconfiggere l’opposizione filo senatoria si fece attribuire la carica di censor e pretese per sé l’epiteto di dominus et deus, che naturalmente non venne riconosciuto dai cristiani. I rapporti col senato e con gli intellettuali di stampo filo-senatorio divennero sempre più tesi finché non sfociò nel tentativo di insurrezione di Lucio Antonio Saturnino, che finì in una dura repressione. Il clima di terrore crebbe finché Domiziano non fu assassinato in un complotto.

La cultura nell’età dei Flavi

Mentre durante l’età dei Giulio-Claudi, il rapporto tra il potere e gli intellettuali non era dei migliori, nell’età augustea così come in quella dei Flavi, il potere cercò di stimolare le arti. In seguito al bagno di sangue del 69 a.C, Vespasiano cercò di migliorare il rapporto tra intellettuali e politica, e di consolidare il proprio potere attraverso il consenso che derivava dalla produzione culturale filo-imperiale. Quintiliano, un retore spagnolo di Calagurris, ebbe l’incarico di istituire cattedre di retorica eliminando la filosofia, in quanto poteva portare al dissenso, mentre la retorica era il perfetto strumento di formazione. Si tornò all’ideale catoniano del vir bonus dicendi peritus. I principi su cui si fondava l’insegnamento retorico erano contrari all’asianesimo e al modello retorico e stilistico di Seneca (contro la poca accuratezza del pensiero e dello stile corrotto che può nuocere), e sostenevano il canone dell’imitazione come emulazione, cioè ripresa e superamento del modello: in questo modo un oratore poteva giungere alla perfezione sommando alle proprie le qualità già presenti nei suoi predecessori. Il modello è Cicerone. Quintiliano critica Seneca e predilige Cicerone, ma utilizza lo stile di Seneca e non quello armonico e simmetrico ciceroniano. Individuò nel I sec. l’età dell’oro della letteratura latina.

Il modello di intellettuale nell’età dei Flavi

Dopo aver esposto i motivi per cui scrisse l’Institutio Oratoria, Quintiliano dedica l’opera a Vittorio Marcello, suo amico, che fu anche il dedicatario delle Silvae di Stazio. Nel proemio precisa che circolavano già due libri di Retorica sotto il suo nome, ma erano solo appunti elaborati dai suoi allievi. Inoltre chiarisce l’intento dell’opera, che è quello di formare l’oratore completo, uomo colto e onesto, che richiama l’idea del vir bonus dicendi peritus di Catone. L’oratore si deve formare con la retorica, ma c’è anche bisogno di un maestro esperto e dell’impegno costante combinato alle doti naturali. La formazione dei giovani si spostò nelle scuole di retorica, eliminando il rapporto cultura-vita. La cosa fu positiva, gli intellettuali si adeguarono alle direttive dell’imperatore, solo qualcuno, come Plinio il Vecchio rimase in posizione neutrale. Questa visione positiva svanì con l’ascesa di Domiziano, il quale distrusse il rapporto con gli intellettuali con la sua visione dispotica del potere. I due punti di riferimento divennero Virgilio per il poema epico (importante fu anche Lucano la cui potenza espressiva suggestionò gli autori dell’epoca), e Cicerone per la trattatistica e la ricerca di uno stile elevato, permettendo un ritorno al classicismo. Due autori si distinsero: Plinio con il trattato scientifico, e Marziale con gli epigrammi. L’epigramma di Marziale rappresenta una società in tutte le sue sfaccettature dove l’uomo è al centro di tutto. Predilige le oscenità trattate con effetto comico/ finale, il cosiddetto aprosdoketon.

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