Età Flavia

Non è un'epoca di espansione, ma di mantenimento dei confini. Gli imperatori devono occuparsi soprattutto di politica interna.
Vespasiano è il primo imperatore di origine plebea che modera il dispotismo precedente. Sostiene che l’imperatore deve avere gli stessi poteri che aveva Augusto. Rapporto critico con gli intellettuali: a volte deve intervenire con la censura. Gli succede Tito, definito “l’amore e la delizia del genere umano”: regna solo 2 anni perché viene stroncato da una malattia. Distrugge il tempio della Palestina. Gli succede Domiziano che riprende le caratteristiche del principato dispotico: pretende che gli si riconoscano delle caratteristiche divine. Perseguiterà ebrei e cristiani. I nobili lo eliminano.
Letteratura di tipo cortigiano: può dedicarsi alla letteratura solo chi si adegua alle richieste dell’imperatore.

Stazio, Valerio Flacco e Silio Italico scelgono l’epica sulla scorta dell’Eneide, ma non essendoci libertà non possono permettersi di operare come Virglio o Lucano, quindi, si rifugiano nel mito greco.

Profilo storico

La dinastia dei flavi: Dopo la morte di Nerone(68), il conflitto fra senato ed esercito produsse tensioni e rivolgimenti che si concretizzarono nel cosiddetto “anno dei 4 imperatori”(69). A Nerone successe Galba, governatore della Spagna Tarragonese. Per aver liquidato troppo energicamente l’eredità di Nerone, Galba si attirò l’ostilità dei pretoriani, nonché quella di Otone che non aveva voluto designare come proprio successore. Otone si unì ai pretoriani che lo acclamarono imperatore e si scontrò con Galba che rimase ucciso. Dopodiché, Otone trovò sulla sua strada Vitellio Germanico, proclamato imperatore dalle legioni del Reno, e fu sconfitto dai generali schierati con Vitellio. Otone si suicida. Successivamente insorsero le legioni d’oriente proclamando imperatore il 1/07/69 Vespasiano.

Vespasiano: 69-79. primo imperatore di origine plebea. Sua principale preoccupazione fu di mettere freno ai rischi d’instabilità determinati dallo strapotere dell’esercito. La misura da lui assunta di escludere gli Italici dalle legioni ebbe, poi, un valore determinante nello spostare gli equilibri dell’impero a favore delle province, soprattutto, della Spagna. Provvide, inoltre, ad abrogare la legislazione di Nerone, favorevole alla Grecia, e annesse all’impero gli Stati vassalli di Commagene e dell’Armenia. Cercò l’accordo con il senato, a cui non era molto gradito, promulgando una legge che stabiliva un limite ai propri poteri, facendoli coincidere con quelli esercitati da Augusto(Lex de imperio Vespasiani). Fu difficile risanare il bilancio delle spese scriteriate di Nerone e i costi della guerra civile: ci riuscì con nuove imposizioni fiscali e con una gestione razionale delle risorse e delle economie. Affermò la volontà di voler tornare al criterio ereditario associando al trono il figlio Tito che nel 70 aveva conquistato Gerusalemme, distruggendo il tempio di Salomone.

Tito: 79-81. Caratterizzato dalle doti di mitezza e umanità del principe e dal clima di conciliazione che seppe instaurare con il senato, tanto da essere definito amor et deliciae humani generis. Nell’80 inaugura il Colosseo(iniziato nel 72). Muore improvvisamente per malattia e gli succede il fratello.
Domiziano: 81-96. Vuole affermare la sua autorità assoluta e, quindi, esposto alle congiure dell’opposizione aristocratica, di cui cadde vittima nel 96. Si fece chiamare dominus et deus, perseguitò gli ebrei. Fece passi enormi nel controllo della Britannia. La regione della Germania e quella contigua del Danubio furono fortificate con l’opera del cosiddetto limes Romanus, una linea di difesa contro i barbari.

Profilo letterario

Vespasiano e la cultura: nei primi anni del suo regno anche i filosofi avevano accordato una certa fiducia al nuovo principe che aveva, peraltro, consentito il rientro a Roma di numerosi oppositori di Nerone. Molto presto, però, emanò un provvedimento di espulsione contro i filosofi oppositori.

Domiziano e la cultura: aveva in comune con Nerone l’amore per la poesia in cui anch’egli si cimentava e non disdegnava di esibirsi in pubblico. Protesse o perseguitò i letterati, indisse vari concorsi di poesia ed elevò il retore Quintiliano a quella che si potrebbe definire una pubblica cattedra di retorica.

Il difficile rapporto con il potere: l’epica romana antica vive un’ultima stagione. Il rapporto con il potere è soffocante.

Il rapporto con Lucano: Lucano era entrato in contrasto aperto con il potere. Per questo aspetto i poeti epici flavi, Stazio, Valerio Flacco e Silio Italico, ebbero una distinzione netta con Lucano. Tuttavia, soprattutto Stazio e Silio non disdegnarono di introdurre nei loro poemi anche alcune personificazioni simili a quelle introdotte da Lucano.

Il nuovo stile: tutti e tre i poeti recepiscono in parte le immagini violente presenti nella poesia di Lucano o Seneca. Tuttavia, il compiacimento per l’orrore o lo strazio dei corpi feriti è limitato a episodi singoli. A tal proposito qualche critico ha parlato di un ritorno al classicismo, ma la definizione pare impropria perché questi poeti ricercano la sperimentazione di soluzioni nuove per dar forma a una poetica originale.

Plinio il Vecchio

La vita

La nascita a Como: è detto il “Vecchio” per distinguerlo dall’omonimo nipote e figlio adottivo, Plinio il Giovane. Nacque nel 23 o 24 d.C da una famiglia appartenente al ceto dei cavalieri, nella colonia di Novocomum (Como). Alcuni hanno indicato Verona come sua città natale ma hanno mal interpretato un passo del proemio della Naturalis Historia.

Le spedizioni militari: fra il 47 e il 58 trascorse, quale comandante di cavalleria, lunghi periodi in Germania, intervallati da soggiorni in Italia; partecipò alla guerra contro i Cauci, contro i Catti. Fra il 59 e il 69, nell’ultima fase del regno di Nerone, si ritirò dalla vita pubblica, dedicandosi agli studi di grammatica e di retorica e all’attività forense.

Gli incarichi amministrativi: se ne occupa dal 69 sotto Vespasiano, di cui divenne anche diretto collaboratore; fu procuratore nella Gallia Narbonese, nella Spagna Tarragonese, nella Gallia Belgica e in Africa. Morì a causa delle esalazioni del Vesuvio.

Le opere

Naturalis Historia
La raccolta del materiale: 37 libri, pubblicata nel 77-78. Racconta di aver utilizzato, per descriverla, 2000 opere, 100 autori principali e 20.000 excerpta, raccolti in anni di letture e di schedatura. È dedicata a Tito, in occasione del suo sesto consolato.

Il primo libro: comprende la prefazione. Elenca, poi, gli autori da lui utilizzati nei diversi libri, distinguendo fra greci e romani: sono utilizzati 473 autori.

Le sezioni dell’opera: La materia è distribuita in grandi sezioni tematico-disciplinari: geografia, antropologia, zoologia, botanica, rimedi e farmaci vegetali e animali, mineralogia, metallurgia e storia dell’arte. In questa disposizione è stata riconosciuta una struttura ad anelli concentrici, per cui la materia inanimata è collocata agli estremi, il mondo vegetale occupa i 16 libri centrali, mentre i residui 2 gruppi di 5 libri riguardano la vita animale. Presenza dell’ampia sezione relativa alle arti figurative.

La concezione provvidenziale della natura: La natura è intesa non quale oggetto della scienza sperimentale, ma in un’accezione di tipo stoico, per la quale essa è orientata finalisticamente in funzione dell’uomo.
Natura madre e matrigna: La sua idea del rapporto uomo/natura non è del tutto ottimistica. Fra i mali naturali di cui l’uomo soffre ci sono non solo le numerose e sempre nuove malattie, ma anche la fine stessa dell’umanità.

Incertezze teologiche: scarta il tradizionale politeismo a favore della concezione stoica della divinità e crede in un dio immanente al mondo e alla natura. Arriva a definire dio come il “mutuo soccorso” che lega gli uomini. Meno sicuro appare nel definire il rapporto esistente fra questa divinità e gli uomini.

Contro lo sfruttamento della natura: se da una parte enfatizza il sostegno che la natura assicura, fornendo all’uomo innumerevoli rimedi, dall’altra egli è molto deciso nel porre limiti al suo sfruttamento. Queste riserve portano Plinio a guardare con sospetto al progresso e ad adottare un atteggiamento moralistico nostalgico per i valori e per la società tradizionali romani. Plinio risente della vulgata cinico-stoica che denunciava il lusso e la corruzione dei costumi, ma anche della tradizione moralistica romana.

Il meraviglioso: la concezione che egli riprende dallo stoicismo è quella di una natura governata da principi finalistici, non da leggi costanti e uniformi. In assenza di leggi costanti, è la natura stessa a manifestarsi in forme imprevedibili e straordinarie, a dar vita, cioè, ai mirabilia. Il genere nel quale rientravano opere di questo tipo era quello “paradossografico”(dal greco "paradoxos" = contro l’opinione comune).

Quintiliano

La vita

Nasce attorno al 30-35 d.C. in Spagna. Studiò a Roma e poi tornò in Spagna dove probabilmente svolse attività forense. Nel 68 si stabilì definitivamente a Roma. Affermatosi quale oratore, assunse un ruolo di primo piano nella cultura dell’epoca: Vespasiano gli affidò il primo insegnamento pubblico di retorica e nel 94 Domiziano lo nominò precettore dei propri nipoti. Si ritirò dall’insegnamento nell’88. Morì nel 96.

Le opere

De causis corruptae eloquentiae: affronta il problema della decadenza dell’oratoria (tema trattato anche da Seneca il Vecchio e, poi, da Tacito). Seneca aveva posto l’accento sul contesto storico-politico della decadenza. Quintiliano non si sofferma su questo aspetto e non condivide il giudizio di Seneca. Come cause della decadenza indicava l’evoluzione che aveva caratterizzato la retorica; criticava la pratica delle declamazioni, prevalsa nell’ambito delle scuole; criticava anche lo stile asianeggiante che era prevalso nell’età giulio-claudia. L’eloquenza di Seneca è definita “pervertita e rotta a tutti i vizi”. Quintiliano rimproverava alla prosa di Seneca la "kakozelia" (affettazione) che comprende l’improprietà, l’oscurità e la ricerca puerile di sinonimi e di termini ambigui. Contro questo prevalere di una delle funzioni tradizionali dell’oratore, il movere (impressionare), Quintiliano rilanciava l’altra funzione, quella del docere e prescriveva, quindi, una prosa più adeguata alla persuasione razionale.

Institutio oratoria: compone in positivo il proprio ideale di oratoria e di oratore; tema dell’opera è la formazione dell’oratore; si tratta di un trattato di pedagogia e un manuale di retorica. Opera dedicata a Marcello Vittorio, funzionario della corte di Domiziano. Il libro I è dedicato all’istruzione elementare e alla base di essa pone le arti liberali, cioè, le discipline che nella tradizione greca erano raggruppate nella "enkyklion paideia" (completa educazione). Prevede un’educazione bilingue, greca e latina. Libro II: insegnamento agli adolescenti, basato sulla retorica. Per l’età in cui questo passaggio deve avvenire bisogna basarsi sul grado di maturazione del singolo. Libro III: breve storia della retorica in cui illustra i diversi generi di orazione; c'è, poi, la trattazione delle 5 parti in cui è divisa: inventio (individuazione temi), dispositio (distribuzione del materiale nell’orazione), elocutio (stile), memoria, actio (declamazione). Libro XII: figura dell’oratore ripresa del De oratore di Cicerone. Deve avere un’educazione globale.

Il modello ciceroniano non era recuperabile né sul piano stilistico né su quello letterario né su quello ideologico: l’oratore ciceroniano non era riproponibile nelle condizioni politiche mutate dell’età imperiale. L’oratore che Quintiliano si proponeva di formare era un onesto funzionario dell’amministrazione imperiale, in grado di svolgere compiti complessi e di garantire il controllo delle province. Quintiliano è avverso alla filosofia. Si afferma in lui un orientamento classicistico che soppiantò quello asianeggiante e modernistico dell’età giulio-claudia. Nella sua prosa impose uno stile diverso da quello senecano a causa del ricorso eccessivo alle sententiae, per la sua predilezione dei periodi spezzati, per l’abuso delle clausole. La prosa quintilianea ha un periodare meno simmetrico di quello di Cicerone e sul piano sintattico appare più libero di Cicerone.

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