••• Tito Livio (59 a.C., Padova - 17 d.C., Padova) - il cognomen non è noto
1. Di lui sappiamo poco, forse perché la sua vita non “contiene” eventi degni di nota.
•• Nasce a Padova nel 59 a.C., centro severo nei confronti del dovere e molto conservatore. Quintiliano ci dice che Asinio Pollione vedeva in Livio una certa “patavinitas” (“padovanità”), ma non sappiamo se si riferiva all’accento (dialetto) o al carattere severo e conservatore tipico di Padova.
Essendo agiato economicamente, si è concentrato sin da subito sulla sua vocazione letteraria, senza dover dipendere dagli illustri protettori del tempo.
•• Livio viene a Roma per fare ricerche prima di scrivere la sua grande opera storica. Quando è stato pubblicato il I libro (27 o 25 a.C.), Augusto si è subito interessato all’opera e diventa amico di Livio. Di questa amicizia ne abbiamo conferma da Tacito che riporta le parole di Cordo che Livio esaltava così tanto Pompeo che Augusto lo definiva “pompeiano”, ma questo non guastava la loro amicizia. Dunque, Livio esaltava Pompeo, ma pensava che se Cesare non fosse nato sarebbe stato meglio per la res publica.

•• Livio però non è un oppositore del principato, al contrario: è positivo il fatto che Augusto non effettui un controllo oppressivo sui letterati, e a Livio piaceva la politica di Augusto di restaurazione degli antiqui mores della res publica. Ma non sappiamo come lui giudichi davvero il principato augusteo, perché la sua opera si ferma al 167 a.C., però nel proemio si parla di pessimismo storico (visione della storia come progressiva decadenza, e si idealizza il passato. La perfezione per Livio è la prima età repubblicana). Per lui il periodo contemporaneo non era certo felice, quindi non è giusto vedere in lui il portavoce dell’ideologia dell’età augustea. In sintesi: il suo giudizio sul principato è di “odi et amo”.
•• Frequenta a lungo gli ambienti di corte, perché Augusto sceglie Livio come maestro storico del futuro imperatore Claudio, incoraggiato da Livio a scrivere di storia.
Livio muore a Padova nel 17 d.C., ma non sappiamo se stesse solo soggiornando o se si fosse trasferito nella sua città di origine.
•• Gli antichi ricordano anche un Livio filosofo, tanto che Seneca gli attribuisce dei dialoghi, e retorico, ma nessuna di queste opere filosofiche/retoriche sono giunte sino a noi.

La struttura e i contenuti degli Ab urbe condita libri
Livio intraprende la grandissima impresa di narrare tutta la storia di Roma sin dalle origini (da qui il titolo “Ab urbe condita”, “Dalla fondazione della città”), per intero, senza riallacciarsi a nessun’altra opera precedente, avendo come modello gli annalisti precedenti. Lavora a quest’opera per tutta la vita, leggendo e pubblicando in frammenti a mano a mano che scriveva.

•• L’opera è di 142, ma a noi ne restano solo 35: i primi dieci (che ispirano poi Machiavelli) e il blocco dal 21 al 45. Ma essendo diviso in decadi, noi possediamo la prima, la terza, la quarta e metà della quinta decade.
Il motivo della perdita di gran parte dell’opera è la lunghezza, tanto che sin dall’antichità i libri originali vengono sostituiti da brevi riassunti, chiamati Perìochae.
•• L’impianto dell’opera è rigorosamente annalistico: infatti, tantissime volte le vicende di più anni sono spezzate per non abbandonare la cronologia del racconto. E infatti lui spezza la narrazione anno per anno e la pubblica in gruppi di libri (cinque, dieci o quindici). Ogni sezione dell’opera però doveva anche essere autonoma. Per esempio, la terza decade racconta solo la guerra annibalica. Infatti nel primo libro della decade (il 21) c’è anche una piccola prefazione (proemio). Il racconto poi si amplia anno per anno (perché si sanno sempre più dettagli) e, come gli altri annalistici, lui non ha un punto di arrivo prefissato, ma si limita a seguire l’ordine cronologico dei fatti.
•• I contenuti: nel Libro I si parla delle origini mitiche e leggendarie di Roma. I sette re però non sono i protagonisti del racconto, quanto piuttosto Roma, che getta le basi della sua futura grandezza. Si parla della monarchia mostrando gli effetti negativi del regnum, fino alla degenerazione in tirannide, che è la fine della monarchia.
•• I Libri II-X (2-10), che contengono due sezioni distinte (il 5 ha una prefazione) sono i più belli dell’intera opera: c’è soggettività perché l’autore è partecipe e ammira la graduale crescita di Roma. Diventava più forte perché riusciva a sistemare le difficoltà che un’entità superiore inviava di proposito per fortificare Roma, che finalmente era in grado di guidare (anche moralmente) il mondo. Qui sono descritti i mos maiorum come la Fede, la moderazione, il senso del dovere, la lealtà, personificati in personaggi mitici che però hanno una credibilità umana.
•• La terza decade (21-30) è dedicata alla seconda guerra punica e comincia con una prefazione. I fatti sono narrati secondo l’usuale schema annalistico. Anche se la storia è unitaria, la decade è divisa in due sezioni: i primi cinque libri sono dedicati alla parte negativa (per i Romani) del conflitto, mentre gli ultimi cinque narrano la lenta ma sicura ripresa romana fino alla vittoria finale di Scipione (a Zava, suolo nemico). Ovviamente la prima e la seconda parte sono unite (vi è la sola prefazione iniziale), però dal 26 in poi compare la figura di Scipione. Mentre nei primi cinque il protagonista è Annibale (cartaginese). Di Annibale abbiamo anche un ritratto di tipo sallustiano dove sono elencati i suoi vizi e virtù. Non abbiamo un ritratto di Scipione anche se viene fuori gradualmente nel corso dei libri ed è l’esatto opposto di Annibale. Entrambi hanno in comune le qualità militari. Ma Scipione ha: clemenza, fedeltà, religiosità e rispetto per gli accordi o impegni presi. Annibale non ha queste virtù. Opposta è la concezione della Fortuna: Scipione non si affida mai al caso e crede nella fortuna populi Romani (un destino che protegge solo chi, grazie alla sua virtus, lo merita), mentre Annibale non crede in nulla del genere.
•• Nella quarta decade (31-40) la politica estera diventa imperialistica. Quindi la tensione si allenta e la narrazione è fiacca. Non vi sono eroi esemplari o virtù personificate. Il comportamento degli eroi è meno impeccabile. Si fanno commenti moralistici di tipo sallustiano e anche secondo Livio la grande ricchezza e il benessere ha influito sui costumi. Le guerre che si muovono non sono più necessarie come quella contro Cartagine, ma Roma giustifica le conquiste con il fatto che ha clementia verso i nemici e aiuta coloro che chiedono di essere aiutati, e lei ne approfitta per espandersi. Queste giustificazioni sono dette dai personaggi indirettamente e mai da Livio stesso: Roma “faceva la guerra per la libertà altrui”, però nel frattempo si espande.

Le fonti dell’opera e il metodo di Livio
•• Il Libro VI (prima decade) comincia dicendo che non si hanno fonti a sufficienza per ricostruire i fatti più antichi, per via dell’incendio di Roma da parte dei Galli che distrusse tutti i documenti. Lui però garantisce che dal IV secolo a.C. la narrazione sarà più accurata. In effetti, Livio non si è mai rifatto a documenti originali, quanto piuttosto a opere storiche dei suoi predecessori. Gli autori e le opere a cui si rifà mutano continuamente in base al periodo o all’argomento trattato: gli annalisti romani per la prima decade, la monografia (che racconta un solo periodo storico) di Celio Antìpatro per la seconda e il greco Polibio per la terza. Poi ancora Polibio, gli annalisti e Catone per la quarta e la quinta.
•• Il metodo è semplice, ma criticabile: lui tiene in considerazione più testi (come fonti), ma ne usa solo uno davvero e gli altri come riscontro e li menziona solo quando ci sono più versioni di un fatto. Lui infatti non è uno storico: cerca di rielaborare letterariamente il materiale, cercando di avere un’impostazione didascalica (insegna) e moralistica. Tanto è vero che Livio non accetta senza criticare ciò che trova nelle fonti: alcune volte critica i dati come fantasiosi oppure esprime l’apprezzamento e alcune volte usa delle frasi per indicare il fatto che non assicura che ciò che sia riportato sia vero.

••• In sintesi: il metodo è semplice, le fonti sono molteplici e l’estensione cronologica è ampia. L’opera è pubblicata in sezioni staccate.
•• Tutto questo porta a errori e contraddizioni. Alcune volte per esempio passando da una fonte all’altra scrive due volte lo stesso evento, raddoppiando la descrizione. Oppure in libri diversi dà versioni diverse dello stesso fatto.

Le finalità e i caratteri ideologici dell’opera
Dalla prefazione generale dell’opera si conoscono subito le finalità di Livio: infatti è convinto, come altri storici, che il racconto oggettivo deve sempre avere un fine didascalico (di insegnamento). E Livio vuole insegnare la morale con la sua opera.
•• Crede che la grandezza di Roma sia legata al possesso e alle virtù degli uomini al comando, che nel presente di Livio sono trascurate. Livio ha infatti un carattere patriottico e celebrativo nei confronti della Roma idealizzata del passato (alcune volte i fatti sono distorti). L’insegnamento scaturisce poi proprio dall’impostazione e dal tono del racconto e dalle conseguenze di non rispettare quei valori antichi e sacri: discordie tra reggenti e non rispetto dei riti religiosi hanno come conseguenza disastri e sconfitte. In questi casi Livio raramente aggiunge un suo commento moraleggiante.
•• Livio è vittima di un pregiudizio patriottico. Infatti nel passato assegna ai Romani costumi virtuosi, che giustificano il fatto che le loro imprese erano “ben viste” anche dalle divinità. Le virtù dei Romani erano i mos maiorum, come la pietas (rispetto per i riti e devozione agli dèi), la fides (rispetto della parola data e la condotta leale in guerra), l’amore, la concordia (collaborazione armoniosa a costo di rinunce personali, per il bene della patria) la difesa della libertas, la iustitia (in politica estera), la clementia (verso i vinti in guerra), la disciplina (da parte dei soldati), la prudentia (dei comandanti che non devono lasciare nulla al caso). Nel privato si cita la frugalitas (vita povera e lontana dal lusso che corrompe) e la pudicitia per le donne (come nelle mitologiche Lucrezia e Virginia). Si deve anche avere un atteggiamento di gravitas, cioè serio e dignitoso.

Le qualità letterarie e lo stile
•• Il talento di Livio non è scientifico (storico), ma letterario, con il quale costruisce un racconto vario, avvincente e drammatico (nonostante la materia sia già nota e rigida per l’impostazione annalistica, che è sempre e solo lineare e non permette di evitare eventi poco interessanti o ripetitivi). Sa padroneggiare uno stile espressivo a una storiografia tragica di età ellenistica (che racconta la storia secondo lo stile del teatro tragico, con discorsi diretti, suspense, indugio su situazioni che colpisconoil lettore), che predilige la teatralità per impressionare il lettore.
•• L’organizzazione della materia è accurata e gli episodi narrati sono unitari, che hanno inizio, svolgimento, spannung e scioglimento. Vi sono brani ricchi di pàthos e drammaticità e altri solo descrittivi, così da non rendere mai sazio il lettore. Vi è dunque alternanza nel flusso narrativo, che si ha selezionando il materiale storico: si dà notizia di tutti i fatti, con particolare elaborazione artistica per quelli più rilevanti, drammatici o patetici, oppure che servono per la sua finalità moralistica.
•• La difficoltà maggiore che scoraggiava Livio era sicuramente la monotonia di eventi simili, come le battaglie. Ogni volta Livio si impegna per descrivere e introdurre elementi nuovi nella vicenda. Ci sono spesso situazioni stereotipate, come duelli, nebbia, un prodigio che interrompe la battaglia. Alcune descrizioni che originalmente sono dettagliate (per esempio di Polibio), che descrivono tattiche impiegate in guerra e il terreno che ospita lo scontro, vengono semplificate da Livio e lui si concentra sulle emozioni dei combattenti.
•• Per variare il flusso narrativo si usano soprattutto i discorsi. Secondo Quintiliano hanno duplice funzione: illustrano la situazione e ci danno un’idea del personaggio che parla. Molti di essi sono dei comandanti che danno ordini, essendo in momento di guerra. Il carattere dei discorsi è però artificioso: spesso ci sono coppie di discorsi che sviluppano le stesse argomentazioni in direzioni opposte, che guarda caso sono identici per lunghezza, e i due oratori non si sentono tra loro.
Spesso si scrive in discorso indiretto, che serve sempre per illustrare una situazione e dare un’idea di un personaggio, ma non interrompe il flusso narrativo. A volte riporta pensieri, reazioni e commenti del popolo a un fatto narrato.
•• Lo stile non è uniforme ma vario: tra discorsi ed episodi e racconti si notano frammentazioni di stile. Questo cambia anche tra i libri (molto tra i primi e gli ultimi).
Secondo Quintiliano Livio non usa la brevitas di Sallustio, ma uno stile abbondante e dolce (lactea ubertas) che a volte decenera nella makrologhìa (“prolissità”). Nelle parti più elaborate artisticamente vi è uno stile ciceroniano, con periodi ampi, che spesso racchiudono un intero episodio, con moltissime subordinate e con tanti participi. In altre parti lo stile è semplice, con frasi brevi e concise, con ellissi delle voci di sum nelle forme composte.
•• Tra i primi libri e gli ultimi ci sono oggettive differenze di stile e di lessico. I primi hanno uno stile arcaico e poetico, che a mano a mano si spegne nei successivi e scompare negli ultimi. Per esempio: (1) per il 70% nella prima decade sono usate desinenze arcaiche (-ēre invece che -erunt per la 3^ persona plurale del perfetto indicativo). Nelle ultime decadi il rapporto è inverso. (2) I verbi frequentativi vengono abbandonati progressivamente. (3) Nella primi cinque libri della prima decade ci sono molti vocaboli poetici.
Infatti si crede che Livio abbia voluto nobilitare le origini di Roma con la poesia. E lo stile può essere forse stato influenzato dalle fonti del periodo usate (come Ennio e gli annalisti).

Livio nel tempo
•• Gli Ab urbe condita hanno subito un grandissimo successo tra i contemporanei, grazie all’impostazione moralistica e patriottica e all’attendibilità della ricostruzione storica.
Livio si ama soprattutto per le qualità letterarie. Amato soprattutto da Quintiliano.
•• Nel Medioevo vengono perdute parti dell’opera e cominciano a girare i riassunti dei libri. Dante lo menziona nella Commedia (Inferno, 18). Molto amato da Petrarca che lo ringrazia per aver custodito la memoria del passato di Roma.
•• Nell’Umanesimo e nel Rinascimento è amatissimo (Machiavelli scrive “I discorsi sopra la prima deca di Tito Livio”). Anche Shakespeare e Alfieri sono ispirati dalla patina tragica dell’opera.
•• Nella Controriforma e nel Barocco Livio ha una concorrenza, ed è lo storico Tacito. Ma nell’Illuminismo Livio torna unico sulla scena.
•• Nell’Ottocento si cominciano a scoprire gli errori e le contraddizioni, ma la fortuna di Livio non cessa. Gli studi nel Novecento ne riducono l’attendibilità, soprattutto per le distorsioni che l’impronta moralistica comporta, ma è in ogni caso un’opera molto apprezzata.

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