••• L’Età di Augusto (44 a.C. - 14 d.C.) è il periodo dopo la morte di Cesare, durante il quale Ottaviano, suo pronipote, entra in politica e arriva a governare: è la fine della repubblica e l’inizio del principato.
Con l’avvento di Ottaviano e, dunque, del principato, fiorisce la letteratura: questa è condizionata dal potere del principe. Ottaviano Augusto, infatti, ricerca e ottiene la collaborazione di scrittori di grandissimo livello, già da allora considerati i classici per eccellenza, come Virgilio e Orazio. Dopo la morte di Cesare, ucciso proprio dai repubblicani che volevano riaffermare il Senato (Bruto e Cassio), compaiono nuovi conflitti civili tra le due parti della popolazione, perché proprio il Senato stesso non sarebbe riuscito a calmare le acque.
Vi è il problema della successione: sale al potere Marco Antonio, molto favorito e virtuoso; ma quando si apre il testamento di Cesare, si scopre che egli voleva Ottaviano, allora diciottenne, come successore. Infatti, dal popolo e dalle truppe, egli fu visto come il vero successore. Ottaviano cerca subito di guadagnare un grande consenso tra il popolo: egli si presenta come difensore dell’aristocrazia moderata e cerca di mantenere viva la memoria di Cesare.

Alla fine del suo consolato, Marco Antonio pretende di governare nelle Gallie. Cicerone spinge il Senato a intervenire dichiarando Marco Antonio nemico pubblico. Ottaviano si schiera con Cicerone e il Senato e organizza le truppe contro Marco Antonio che aveva conquistato la Gallia Cisalpina e stava per assediare Modena. Marco Antonio viene sconfitto a Modena e fugge nella Gallia Narbonese dove unisce le foze con quelle di un altro cesariano, governatore del luogo. Dopo lo scontro a Modena, i consoli cadono e Ottaviano va a Roma imponendo con le armi la propria elezione al consolato: questo era incredibile per le leggi di Roma, poiché Ottaviano era più giovane di dieci anni rispetto all’età prevista per accedere alle magistrature più elevate.
Poco dopo, inaspettatamente, Ottaviano si riconcilia con Marco Antonio. I due, insieme con Lepido, formano il Secondo Triumvirato. L’intento principale era uccidere i cesaricidi e quello di limitare i tentativi dell’aristocrazia senatoria di riprendere il potere; a differenza del primo triumvirato (tra Cesare, Pompeo e Crasso), questo non è un patto segreto. Al contrario, si tratta di una vera magistratura che conferiva ai tre il titolo di triumviri. Questi triumviri avevano l’incarico di riformare lo Stato e lo fanno attraverso l’eliminazione di un gran numero di nemici politici scritti nelle liste di proscrizione. Tra questi vi era Cicerone, ucciso da Marco Antonio e Ottaviano, nonostante fosse stato appoggiato da Cicerone, non interviene in sua difesa. In più, i triumviri confiscarono i beni dei proscritti e si procurarono così il denaro per la guerra contro Bruto e Cassio (gli uccisori di Cesare, impadronitisi degli eserciti orientali).
I cesaricidi Bruto e Cassio vennero sconfitti a Filippi, in Macedonia. Marco Antonio e Ottaviano tornano vittoriosi e si dividono i compiti militari e politici. Marco Antonio organizza le province orientali e Ottaviano congeda i 150000 veterani di guerra e assegna loro terre che dovevano essere confiscate ai proprietari. In Italia, infatti, non vi erano più parti di terreno pubblico. Queste espropriazioni furono effettuate non all’aristocrazia o ai soldati, ma ai piccoli e medi proprietari terrieri italici, tra cui la famiglia di Virgilio: questo evento ebbe come conseguenza una dura e sanguinosa reazione contro Ottaviano. Vi furono dunque proteste e scontri tra proprietari e soldati incaricati di confiscare e si sfocia nella guerra civile. I ribelli si ritirano a Perugia e sono obbligati alla resa. Ottaviano si dimostra spietato perché presso un altare sacrifica trecento abitanti di Perugia, tra senatori e cavalieri. Li sacrifica presso l’altare in onore del Divo Cesare (Divus Iulius).
Nel 40 a.C. gli accordi di Brindisi vedono Lepido privato di ogni potere (questo qualche anno più tardi) e gli resta la carica di pontefice massimo. Comincia il vero scontro tra Marco Antonio e Ottaviano. Marco Antonio in Oriente si era legato alla regina d’Egitto Cleopatra, discendente dei Tolomei e si trasferisce proprio in Egitto, ad Alessandria, e aspira a formare un vero impero orientale. Poteva riuscirci grazie alle ricchezze di Cleopatra. Invade l’Armenia e celebra il trionfo ad Alessandria assegnando i territori a Cleopatria e ai loro figli. Marco Antonio agisce senza consultare il Senato, che crede che stia facendo il bene dell’Egitto e non di Roma. Ottaviano coglie l’occasione per presentare la guerra contro i pericoli dei costumi corrotti e il dispotismo orientale, rappresentati da Marco Antonio, descritto sempre, da Orazio e Properzio, ubriaco e pazzo d’amore per Cleopatra. Ottaviano ottiene pieni poteri contro Marco Antonio e il senato dichiara guerra all’Egitto, così da non apparire un altro scontro civile e allo stesso tempo da mostrare Marco Antonio alleato di Cleopatra, come traditore di Roma. L’esercito di Marco Antonio fu sconfitto ad Azio. Marco Antonio e Cleopatra si ritirano in Egitto, ma quando l’anno seguente vengono raggiunti da Ottaviano, preferiscono togliersi la vita per non farsi uccidere da lui.
In sintesi: i cesaricidi Bruto e Cassio vengono sconfitti a Filippi, mentre l’esercito di Marco Antonio ad Azio.
Una volta tornato a ROma, Ottaviano proclama la chiusura delle porte del tempio di Giano come segno della pace ristabilita e celebra un grande trionfo. Diventa imperator a vita.
Comincia graduale riassestamento dello stato. La repubblica è solo apparente perché tutti i poteri sono nelle sue mani.
Nelle res gestae, Ottaviano si presenta come colui che porta la libertà istituendo di nuovo la repubblica. Il Senato viene tutelato conservando le magistrature tradizionali, ma ogni anno, Ottaviano si fa eleggere console e questo assomiglia a una sorta di dittatura. Cambia il regime per Roma.
I titoli conferiti a Ottaviano in ordine temporale: 
Princeps senatus, Augustus (27), 
Imperium maius et infinitum, Tribunicia potestas (23), 
Pontifex maximus (12).
Questo principato si fonda solo per convenzione su antiche istituzioni; infatti, non vi era un’autentica res publica, quanto piuttosto una monarchia (potere assoluto di uno solo).
Dopo molti conflitti civili, Roma aspira alla pace e all’ordine: è dunque predisposta a una nuova impostazione dello Stato. Su questo clima di pace dopo le guerre civili si fonda il concetto di principato.
Gli antichi usi e costumi divennero i temi della propaganda di Augusto, che voleva rivitalizzare il sentimento patriottico della tradizione abbandonati con i conflitti civili. Augusto comincia una vera politica di risanamento morale e si arriva addirittura a modificare l’abbigliamento: si torna all’antico uso di vestirsi: la toga per gli uomini e la stola per le donne. C’è anche un rinnovamento degli antichi culti religiosi voluto da Augusto e permesso dal Senato: si restauravano gli antichi templi e si reintegrano le vecchie cariche sacerdotali. Si mostra in questo modo la determinazione del principe, che instaura cantieri edilizi in tutta la città. Si dà nuovo vigore al culto degli dèi e si costruiscono santuari privati per se stesso (Ottaviano) e per la casa imperiale: prende piede un’edilizia sacra. Quando Augusto diviene pontefice massimo, questo mette a disposizione una parte della sua abitazione sul Palatino, dichiarandola suolo pubblico. Qui dedica un santuario alle divinità protettrici della sua dimora (Lari e Penati): nuovo culto pubblico, il Lares Augusti e il Genius Augusti; diviene un culto indiretto di Augusto stesso: il Genio (era il capofamiglia di ogni famiglia ed era oggetto di devozione) Augusto presupponeva che egli fosse il capofamiglia dell’intero popolo romano. Augusto viene insignito del titolo di pater patriae dal Senato e dal popolo romano (2 a.C.). Nel calendario vennero aggiunte numerose festività augustee per ringraziare gli dèi delle tappe della carriera del princeps. Il mese Quintilius venne rinominato Iulius in onore di Giulio Cesare (l’attuale luglio).
Essendo, Ottaviano, salito al potere “illegalmente”, perché era uscito dalla guerra con un esercito di propria formazione, era necessaria anche una riorganizzazione dello Stato e dell’esercito. L’esercito di Stato era allora composto da 28 legioni (invece delle originarie 50) e Ottaviano consolida l’arruolamento volontario: si forma un esercito volontario, professionale e permanente (desiderato ardentemente da Machiavelli) e diminuiscono i costi complessivi degli stipendi. Augusto restituisce autorità al senato per non contraddirsi con la sua politica tradizionalista. Riporta il numero dei componenti da +1000 a 600, aumentando il censo minimo per farvi parte. Per altre mansioni vi sono elementi dell’ordine equestre. Migliora i servizi pubblici, si organizzano giochi fastosi e si fanno elargizioni di viveri e di denaro per tenersi buona la plebe. Grazia ad Agrippa, fedele collaboratore di Augusto, la città di Roma diventa una capitale imperiale (questo ricorda un po’ Colbert e la sua economia che ha salvato il regno di Luigi XIV). Si crearono maestose costruzioni, nuovi acquedotti, restaurati gli antichi (acquedotti), interventi per l’uso delle acque, fontane, bagni, templi, archi di trionfo, ponti, terme. Per le notevoli dimensioni dell’impero sorge il problema del rifornimento soprattutto delle province. Si creano reti stradali e porti; nuovo sistema fiscale per sostenere le grandi spese per i lavori pubblici.
Augusto mette in atto una grande riforma amministrativa: divide le province in due categorie, (1) imperiali e (2) senatorie. Le imperiali erano di nuova formazione lungo i confini e sono governate direttamente dal princeps che nomina i Legati. Le senatorie erano pacificate e stabili e dipendevano dal senato (da proconsoli nominati dal Senato stesso). Le tasse delle province imperiali alimentavano il fiscus (dell’imperatore), mentre quelle delle province senatorie confluivano nell’aerarium (cassa dello Stato). Questa riforma dà la possibilità ad Augusto di controllare tutto l’esercito romano, ma questo non scontentava il Senato, che controllava le province più sicure e ricche. L’Egitto, dopo la vittoria di Ottaviano ad Azio (dove sconfigge Marco Antonio), divenne un suo patrimonio privato e lo affida alla prefettura. L’economia viene risanata e le guerre civili ormai non sono altro che uno spiacevole ricordo. Viene favorita l’attività di commercianti e imprenditori, si modifica il sistema monetario, migliorano le comunicazioni sia stradali sia idriche.
Eppure, durante la pace augustea vengono comunque promosse alcune guerre per ragioni di sicurezza sia per l’assestamento dei nuovi confini, sia per la conquista di alcune aree limitrofe ancora non romanizzate. In oriente il princeps riprende i prigionieri romani perduti nelle guerre in cambio della restituzione del figlio del re dei Parti. Si fanno campagne militari in occidente, si fonda la città Augusta Praetoria (Aosta). Si sottomettono alcune popolazioni spagnole. I popoli germanici volevano espandersi verso sud, allora Augusto qonquista ampi territori della germania, ma tre legioni romane vengono accerchiate dai germani e perdono: le conquiste romane in Germania si sgretolano.
Durante la pace augustea, si sviluppa la cultura: le arti figurative, tra cui la scultura, si sviluppano grandemente (furono erette tantissime statue raffiguranti il principe e altri personaggi illustri. Tra le arti figurative si sviluppa anche l’architettura (Ara Pacis, il Foro di Augusto, il Pantheon). Nascono le prime biblioteche pubbliche secondo il progetto di Giulio Cesare.
In sintesi: durante l’età augustea si sviluppano le Arti Figurative (scultura e architettura) e le prime biblioteche.
Per la sua opera di pacificazione, Augusto riceve consensi da molti intellettuali. Infatti, egli non vuole qualcuno che lo celebri, ma che lo appoggi. Gli scrittori del tempo scrivono di temi tipici della propaganda imperiale: pace, bene comune, la restaurazione degli antichi costumi, non più laceranti conflitti. Vi è una difesa delle tradizioni e nasce il culto della patria, degli dèi e della famiglia (molto care a Virgilio e, come vedremo, a Enea). Ma negli scrittori del tempo non ci sono solo temi appartenenti alla politica: nella poesia c’è il ritorno ai temi alessandrini, come l’amore, il dolore, il senso della vita e della morte. Vi è la tendenza alla riflessione, all’interiorità, ai sentimenti individuali. Ma non vi sarà più, come con Catullo e Lucrezio, un disinteresse per la politica e la patria; al contrario, vi è un nuovo interesse per i problemi morali e civili. Nasce una letteratura di speranza, di fiducia, di entusiasmo, che riflette il clima delle pace augustea; non c’è più delusione, pessimismo, scetticismo, ma uno spirito patriottico e si tende a esaltare Roma. È ovvio che i poeti tutti, anche i più vicini ad Augusto, accettassero il potere senza resistenze e ambiguità, soprattutto per l’appartenenza alla filosofia epicurea, che predica il disimpegno. Questi poeti non si fanno mai strumenti passivi del regime.
La tragedia, la commedia e il teatro in generale proseguono il loro momento di declino, nonostante Augusto li promuoveva per far arrivare la sua propaganda politica anche alle masse popolari. Allo stesso modo, Augusto stimolava i poeti a scrivere un poema epico-storico: tra questi, solo Virgilio lo scrive, ma non di storia contemporanea, perché il protagonista è Enea, non Augusto, ed Enea è il progenitore troiano di Augusto. Orazio e Properzio rifiutano con eleganza l’invito con delle recusationes (scrivevano di essere inadeguati per misurarsi con generi di poesia troppo elevati e impegnativi). I valori e gli ideali promossi dalla propaganda furono abbracciati dagli autori, che, con le guerre civili avevano sacrificato la loro libertà e che, grazie a questo sacrificio, hanno ottenuto ordine e benessere.
Mecenate era un validissimo collaboratore di Augusto per la promozione della cultura. La sua vita era lussuosa e raffinata, dedita al piacere (essendo epicureo). Svolge lui stesso un’attività letteraria ed era uno dei principali consiglieri di Ottaviano, ma non ottenne mai alcuna carica, rimanendo un semplice cavaliere. Elogiato da Orazio e Properzio perché esempio di misura e modestia. Ha saputo riconoscere l’ingegno di molti grandi poeti ed era l’intermediario tra questi e Augusto. Li orientava verso la celebrazione del principato. Virgilio, Orazio e Properzio lo reputano il loro patrono generoso e ispiratore della loro poesia. Mecenate non era il primo, né l’unico patrono a Roma, ma di sicuro il più importante. Da lui viene il termine mecenatismo ed è il “patrono dei poeti” per antonomasia. Orientava i letterati dal neoterismo a una poesia più impegnativa. I poeti del suo circolo erano Virgilio, Orazio e Properzio.
Gli altri promotori della cultura furono Messalla Corvino per Tibullo. Pollione era patrono di Virgilio ai tempi delle Bucoliche e fa riavere a Virgilio le sue terre mantovane che gli erano state confiscate. Nella IV ecloga si celebra il consolato di Pollione, che era un oratore apprezzato e promuoveva le lettere e le arti. Scrive un’opera storica su guerre civili dopo il primo triumvirato e alcune tragedie che venivano recitate nelle sale di recitazione e Pollione era ricordato per aver diffuso la pratica della recitazione nell’età augustea (letture pubbliche di opere letterarie inedite in apposite sale, le auditoria, o case private. Le recitationes erano il metodo più antico per pubblicare un’opera ed era un momento di intrattenimento culturale per i ceti più elevati.
••• Poesia e prosa: nell’età di Augusto fioriscono i generi poetici, grazie a Mecenate e agli altri promotori della cultura. La politica culturale di Augusto promuove le arti figurative valorizzando le tradizioni: questo fa sviluppare la prosa. Anche la storiografia e la trattatistica conoscono notevole sviluppo. In declino, invece, l’oratoria e l’eloquenza, che vanno a riversarsi, come vedremo, in un genere letterario, le “declamazioni”. I poeti augustei sono gli eredi del neoterismo e rimangono fedeli alle idee, al pensiero e all’estetica dei poetae novi o alessandrini (soprattutto di Callimaco): sono dunque attenti e sensibilli all’elaborata perfezione stilistica, con la differenza che questi non condannano i generi alti, come l’epica e abbracciano più forme letterarie, anche se sono diffidenti nei confronti dell’epica, che vedono come un genere per loro troppo impegnativo (nelle recusationes), tranne per Virgilio, e infatti non vedono, come Catullo, nell’epica, una poesia sorpassata.
Fioriscono, come già detto, molte opere storiografiche, così tante che Tito Livio parlerà di tumulto di nuovi scrittori, che temeva avessero oscurato la sua fama. Anche Pompeo Trogo scrive storiografia: le Historiae Philippicae, ed era la prima opera di storia universale, cominciando dalle epoche più remote. È interessante notare come vi sia un disinteresse nel narrare le vicende romane e questo appare come un atteggiamento polemico nei confronti di Roma. Trogo, infatti, colloca Roma accanto agli altri popoli, e non al centro del mondo. Le res gestae di Augusto non appartengono al genere storiografico, ma al commentario autobiografico e propagandistico. Era preparato da Augusto perché fosse inciso ed esposto nel suo Mausoleo e dunque una sorta di iscrizione funebre, dove vi è un bilancio della vita pubblica e vuole dimostrare la legittimità del proprio potere, rispettoso delle istituzioni della res publica.
Dall’avvento di Augusto, l’oratoria decade e cominciano discussioni tra letterati sulle cause. L’accentramento del potere dell’imperatore abolisce lo spazio dell’oratoria in tutti gli ambiti. L’interesse sentito e la passione per l’eloquenza (era una vera arte, quella del “ben parlare”) doveva trovare un punto di sbocco (un po’ come la metafora del vaso nel Furioso). Lo trova in forme sostitutive di oratoria: le declamazioni. Queste erano orazioni fittizie, degli esercizi svolti all’interno delle scuole di retorica (dunque, delle simulazioni), ma poi divennero un genere a sé e cominciano a esserci rètori (gli insegnanti di retorica) e oratori. Tra questi vi erano delle performance pubbliche molto applaudite di fronte a un grande pubblico (nelle scuole di retorica o in case private). Abbiamo precise informazioni sul fenomeno declamatorio grazie alla testimonianza di Seneca Padre (padre, appunto, del famoso filosofo). In vita ascolta tutti i rètori e gli oratori della sua generazione e della successiva (muore quasi centenario) e scrive un trattato di retorica dedicato ai figli per far conoscere loro quegli illustri declamatori. L’opera è divisa in due parti, quella dedicata alle controversiae (10 libri) e quella alle suasoriae (1 libro). La controversia è un’orazione fittizia giudiziaria (chi parla può essere o accusatore o difensore) e si mette in scena un processo immaginario. La suasoria è un discorso dove l’oratore finge di consigliare o di dissuadere un celebre personaggio della storia o del mito quando deve prendere una decisione importante. Queste declamazioni appaiono, già ai tempi di Seneca Padre, estremamente inverosimili e sembrano perdere il contatto con la realtà. I personaggi a Roma sono improbabili e anche le leggi (alcune di queste sono infatti greche e altre addirittura finte); gli argomenti e le situazioni sono privi di sostanza e di reale interesse. Sono interessanti, invece, le sententiae, delle brevi frasi incisive che vogliono stupire chi le ascolta, essendo anche costituite da artifici stilistici. Lo stile è anche concettoso, cioè pieno di concetti ed è riconducibile a quello ciceroniano (frasi brevi e concise).
In sintesi: si sviluppa la poesia, ma anche la prosa, come la storiografia e la trattatistica; l’oratoria, invece, decade e si scrivono così delle orazioni simulate, come le declamazioni e le sententiae.

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