Teocrito

L’idillio

I rappresentanti dell’idillio furono Teocrito, Mosco e Bione, poi ci sarà Virgilio nelle Bucoliche in cui mise in atto la πολυεδεια e ποικιλια, un punto di contatto tra Teocrito e Callimaco. La ποικιλια indica la varietà in senso lato, riguardante la lingua e lo stile, mentre la πολυεδεια indica i generi. Teocrito iniziò il genere degli idilli, ma questa definizione venne data dai critici posteriori. Plinio il Giovane nella VI epistola, rifacendosi alle opere di Teocrito, fa derivare “idillio” da ιδιλλιον, un diminutivo che per assonanza ha paragonato all’epillio.
L’idillio significa “piccolo quadretto campestre-bucolico” e deriva o dal verbo οραω (anche Leopardi avevo tradotto le opere di Teocrito e aveva fatto derivare il nome dalla radice ridotta del verbo –ιδ e dal suo participio); altri critici lo fanno derivare da ειδω (adatto a) in quanto Teocrito adattò all’ambiente il linguaggio dei personaggi. Il personaggio tipico del genere il βυκουλος “pastore, colui che guida le mandrie” e all’interno della cornice narrativa si trovano canti e dialoghi. Negli idilli usò quasi sempre l’esametro e il dialetto dorico perché proveniva da Siracusa e perché, secondo Aristotele, il dialetto dorico era quello originario del dramma satiresco che diede origine alla tragedia e alla commedia.

Qual era la sua destinazione?


I critici propendevano, soprattutto nel caso delle Talisie, per una destinazione elitaria, perché è come se trasportasse la corte alessandrina, presso cui viveva, nel mondo bucolico. Dietro i pastori celava se stesso e altri personaggi della Biblioteca o della corte. Altro non è che una “mascherata bucolica”.
Come Callimaco, con il quale entrò in contatto nella Biblioteca, anche Teocrito adottò il principio della λεπτοτες o brevitas e dell’originalità, che apprese dopo essersi recato a Cos, successivamente divenne il protettore di Tolomeo Filadelfo. Nelle sue opere trapela molto la filosofia epicurea.
Secondo il critico Emanuele Lelli egli rappresenterebbe la visione, il mondo, la tradizione del ceto medio-basso dei contadini, mentre Gregorio Serraio parla di “realtà biotica”, cioè la rappresentazione della realtà quotidiana,superstizioni popolari, ciclo della vita.

L’idillio era quindi un genere di evasione che celava la corte alessandrina o la visione realistica?
Entrambe. Nelle Talisie (feste dedicate a Demetra e Artemide, sull’isola di Cos) parla di “aleteia”, cioè di verità, quindi una rappresentazione realistica del mondo pastorale e ricerca di originalità e di tranquillità, atarassia, allontanamento dei problemi della vita. Gli uomini della Biblioteca vivevano in un mondo protetto, appartato; i contadini erano costretti a vendere la piccola proprietà terriera per recarsi in città a cercare un lavoro che non sempre si trovava. Nel settimo idillio dice di non volersi rifare al poema epico, ai suoi contemporanei e neanche a coloro che ammirava, come Asclepiade, perché è un INVENTOR. Usa una metafora: odio gli architetti che si a illudono di poter costruire palazzi alti come il monte Olomedonte. Rifiuta l’imitazione passiva come dice Platone nel Fedro (le cicale). Nella letteratura italiana avremo l’Arcadia, Poliziano con Orfeo ed Euridice, Lorenzo de’ Medici, l’Aminta di Tasso.

Le Talisie

Esse indicano una ricorrenza rituale. Vi sono due personaggi: Licida, un capraio e Simichida di Cos, in cui Teocrito si identificava e definito da Licida quando lo incontra come “virgulto di Zeus”, bocca della verità, in segno di ammirazione. L’affinità tra Esiodo, Callimaco e Teocrito è il mondo bucolico e l’investitura avviene in Esiodo con le Muse, in Callimaco con Apollo Liceo e in Teocrito con il capraio Licida, una classe subalterna. Lo strano sorriso di ha fatto pensare che dietro ci si nasconda Apollo, ma la critica moderna sostiene che il sorriso è una caratteristica del mondo bucolico ed è bonario. Il canto sortisce un effetto catartico, dona tranquillità a Simichida e lo purifica. Rifiuta il mondo politico, ma una delle tematiche principali è l’amore, con il canto bucolico infatti raggiunge la tranquillità e fonde il proprio dolore con la natura. I modelli sono il mondo quotidiano raffigurato nello scudo di Achille creato da Efesto per volere di Tetis, l’universo dei pastori e degli agricoltori dell’Iliade, Stesicoro, il quale parlava della sofferenza del pastore Dafni che inseguiva una ninfa che non lo ricambiava, Sofrone; la prima bucolica di Virgilio, con protagonista il pastore Tirsi.
Il quinto e l’undicesimo canto sono collegati perché nel quinto Teocrito parla dell’amore non ricambiato di Galatea per il Ciclope, ribaltando quindi la traduzione euripidea che vedeva il ciclope non ricambiato. In questo caso il Ciclope finge di non accorgersi del suo amore perché non la ama e se ne prende gioco. Nell’undicesimo, il Ciclope, che nell’Odissea era una figura mostruosa e malvagia e da temere, ora diventa un antieroe che suscita il riso. È innamorato di Galatea che non lo ricambia e cerca (ironia sarcastica) di conquistarla offrendole del formaggio di capra, quindi si ribalta nuovamente la situazione. In un’altra occasione il Ciclope invita Galatea ad uscire dall’acqua e andare a riva per farsi toccare e baciare, ma lei rifiuta; egli vorrebbe lanciarsi in acqua, ma non sa nuotare e quindi prega gli dei di assisterlo e di mandare qualcuno ad aiutarlo. La situazione viene ribaltata per dimostrare che l’uomo sconfitto può diventare vincitore quando affonda la sofferenza nella natura.

Le Siracusane

I mimi/idilli cittadini non sono più ambientati nel mondo bucolico, bensì in città. Vi si ritrova in motivo encomiastico verso Tolomeo. La città era bella, grande, una metropoli artistica-culturale, ma anche caotica. Quando le donne si recano nel palazzo di Tolomeo in occasione delle feste Adonie, lasciano la casa in cui sono curate dalle ancelle e iniziano il loro percorso descritto in quattro parti. Nella prima parte (mimetica) assistono a bellissime opere d’arte, ai commercianti che esibiscono la loro merce e nel mercato Gorgo litiga con un passante che le dice che parla troppo e in dialetto dorico, Ella si difende sottolineando la nobile origine del dorico, dopodiché si recano nel tempio di Asclepio. Nella seconda parte esse arrivano alla reggia, descrivendo la vita di corte come magnifica, vi è anche l’elegante canto di un giovane di Adone. Adone è un antieroe, di cui sia Afrodite che Persefone si innamorano. Egli ricambia Afrodite ma non sa come sottrarsi all’amore dell’altra dea. Così Zeus stabilisce che trascorrerà un po’ di tempo con entrambe e dopo la sua morte la sua bellezza sarà compianta da tutte le donne. Da qui nascono le feste Adonee.

Il mimo

Il mimo era un genere antico noto nella Magna Grecia, nella zona doria di Siracusa, in cui già esistevano rappresentazioni comiche popolari con Epicarmo da cui si originerà la commedia e i mimi. I primi mimi furono quelli di Rutone di Siracusa/Taranto, caratterizzati da uno spirito mimetico osceno. Poi ci furono i mimi di Teocrito e i mimiambi di Eroda, scritti in coliambi, Giambi zoppi in dialetto ionico (usati da Ipponatte). “Le Incantatrici” di Teocrito sono dei mimi rurali: Simeta non appartiene alla classe media, ma è una popolano bella che suscita l’amore di Delfi, in un primo tempo con un colpo di fulmine durante delle feste. Poi viene abbandonata e lei pensa di doverlo riprendere ma non vi riuscì perché lui era un borghese ricco che si stancò di lei dopo essere stato con lei senza sposarla. Lei usa prima la magia bianca per conquistarlo e poi la magia nera per punirlo. Teocrito descrive delle superstizioni antiche, pratiche magiche, e in questo mimo si rifà a Sofrone. In un altro mimo, “la donna che insulta le dee”, Teocrito si rifà a Saffo, una donna abbandonata chiede alla dea di riportare l’uomo e ripercorre con dei flashback le sensazioni fisiche che provoca la gelosia e l’abbandono.
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