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Descrizione di Didone da viva


Didone è una figura mitologica, figlia primogenita di Mutto, re di Tiro, il cui nome significherebbe, secondo un’antica etimologia, “donna virile”, secondo un’altra teoria “l’Errante”, per il suo lungo peregrinare alla ricerca di una nuova patria.
Da Virgilio viene descritta come una giovane “pulcherrima”, molto bella, bionda, vestita molto sontuosamente, come si addice al suo rango.

È un personaggio che prende spunto dalla leggenda cartaginese che ha come protagonista Elissa (= la gioconda), figlia del re di Tiro, il cui fratello Pigmalione, succeduto al padre sul trono della città fenicia, le uccise il marito Sicheo nell’intento di impadronirsi delle sue ricchezze.
La giovane principessa caricò il tesoro su alcune navi, di nascosto, e, con dei compagni fidati, fuggì lontano, alla ricerca di una nuova patria.
Per ingannare Pigmalione, finse di gettare in mare i sacchi pieni d’oro, in realtà contenevano sabbia, facendo credere di voler placare l’anima del defunto marito.
Dopo una breve tappa a Cipro, la donna sbarcò nell’odierna Tunisia, dove venne accolta benevolmente da Iarba, il re dei Getuli, che le concesse di stabilirsi su “tanta terra quanta ne potesse racchiudere una pelle di bue”.
Frase che le permise di giocare d’astuzia.
Ordinò, infatti, ai suoi compagni di tagliare una pelle di bue in strisce sottilissime che, unite fra loro, formarono un nastro con cui fece cingere un vasto territorio.
Qui fece costruire la città di Cartagine, il cui antico soprannome era infatti “Birsa”, che in greco significa “pelle di bue”.
Il re Iarba, colpito dall’astuzia e dall’intraprendenza della principessa, la chiese in sposa minacciando di muoverle guerra nel caso di un suo rifiuto.
La donna, decisa a rimanere fedele alla memoria di Sicheo, preferì uccidersi.
Su questo nucleo primitivo della leggenda, Virgilio inserì il notissimo episodio che ha per protagonista Enea: costui, gettato sulle coste dell’Africa da una tempesta ed ospitato dai Cartaginesi, per volere di Venere, nonché per istigazione di Giunone, suscitò nell’animo della regina un forte sentimento d’amore che le fece dimenticare il caro ricordo di Sicheo.
Didone ospitò generosamente Enea ed i suoi compagni e, durante un banchetto chiese all’eroe troiano notizie sulla caduta di Troia.
Il racconto suscitò la commozione della regina, ed i suoi sentimenti si trasformarono presto in una travolgente passione per l’ospite.
Sua sorella Anna le consigliò di seguire il suo cuore, pensando che così avrebbe riniziato a vivere con serenità e che ciò sarebbe stato un fatto positivo per il popolo cartaginese che si sarebbe unito a quello troiano.
Tutto ciò provocò l’indignazione di Iarba, che supplicò Giove di far ripartire lo straniero.
Il re degli dei, conscio del luminoso destino affidato all’eroe troiano, ordinò ad Enea di riprendere il viaggio.
Vedendosi abbandonata dall’uomo che amava più di ogni altra cosa al mondo, l’infelice Didone pensò, in un primo momento, di corrergli dietro, ma si rese conto che era troppo tardi.
Dall’idea della vendetta, passò al rimpianto di non aver ucciso i Troiani quando le era stato possibile ed infine invocò le divinità vendicatrici e lanciò una terribile maledizione su Enea ed i suoi discendenti.
Stavolta, dall’odio, Didone si suicidò con la spada che l’eroe troiano le aveva donato, gettandosi poi nel fuoco di una pira sacrificale.
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