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Schopenhauer


Nella sua opera “Il mondo come volontà e come rappresentazione”, Arthur Schopenhauer esplica una filosofia di tipo pessimistico, più in particolare la filosofia del pessimismo cosmico. Egli ebbe diverse influenze: la prima è quella di Platone, da cui recupera la dottrina delle idee, ovvero forme eterne e immodificabili trascendenti rispetto alla realtà, la quale vi si ispira, e perciò non sono soggette al divenire.
Un'altra è quella di Kant, da cui riprende il soggettivismo conoscitivo, per cui al centro della conoscenza risiede il soggetto, ma anche la distinzione tra fenomeno e noumeno, con la differenza che, l'ultimo dei quali, secondo Schopenhauer, è conoscibile. Il suo pensiero ha radici anche nelle correnti illuminista e romantica; con gli illuministi condivide l'ateismo, l'uso dell'ironia nei confronti della vita, la funzione critica della filosofia, ma fa riferimenti critici alla prospettiva materialistica della vita. Con i romantici condivide i concetti di dolore, infinito e irrazionalità. Schopenhauer è influenzato dall'idealismo, che riprende con un obbiettivo puramente polemico: egli critica la filosofia accademica, come quella di Hegel, denominandola farisaica, cioè falsa e ipocrita, in quanto, nonostante pretenda di analizzare l'essere in modo disinteressato, difende le istituzioni come la Chiesa e lo Stato. Schopenhauer è quindi antihegeliano, egli lo ritiene un millantatore. Infine si può notare una forte sintonia con il pensiero orientale e la sua spiritualità, dalle cui filosofie e dottrine Schopenhauer recupera il concetto di nirvana e di ciclicità del tempo, secondo il quale questo tende a ripetersi in modo immutato, perciò la vita degli uomini non ha scopo, non tende al progresso, bensì è parte di un ciclo interminabile. Perciò la vita è negatività, che pervade ogni individuo; ed è per questo che la sua dottrina è detta pessimismo cosmico.

Come dice il titolo stesso dell'opera, il mondo è distinto tra volontà e rappresentazione, nello stesso modo in cui Kant distingueva il fenomeno, ciò che è conosciuto dall'uomo attraverso le forme a priori, e il noumeno, la cosa in sé. Ma differente è l'interpretazione di questi concetti secondo Schopenhauer. La realtà fenomenica è interpretata come pura apparenza, non è vera, non è la realtà, bensì è inganno e apparenza. Ciò è spiegato attraverso la metafora del velo di Maya, usata anche poi dai romantici per indicare la creazione come un inganno e una finzione, da cui deriva la conclusione che il mondo è una rappresentazione che ogni individuo si crea. La realtà autentica è quella noumenica, identificata con la volontà; oltre al velo di Maya non vi è altro che la volontà di andare oltre alle illusioni. Tutto diventa irrazionale perché ciò che resta all'uomo è la propria volontà, su cui la realtà vera è basata, e perciò quest'ultima non esiste se non come volontà e non più ragione. Sono così abbattute tutte le certezze precedenti, per cui Schopenhauer può essere considerato un nichilista passivo. Le conseguenze si possono identificare nell'impossibile separazione tra soggetto rappresentante e oggetto rappresentato; e nella critica e confutazione di idealismo e materialismo. Il mondo può quindi essere rappresentato in due modi: attraverso la volontà in modo autentico, e attraverso la rappresentazione in modo ingannevole. Il mondo, la realtà, è quindi la volontà del soggetto di rappresentarla; la vita è volontà, dal momento in cui un individuo desidera vivere, non può rinunciare alla propria volontà. La vita non ha senso o scopo, è solo volontà che si auto-giustifica. La volontà di vita è cieca, irrazionale, e schiaccia gli individui, in quanto provoca dolore ingiustamente; anche la volontà in generale è cieca, perché non agisce secondo uno scopo ma è fine a se stessa.

Il primo aspetto della filosofia che Schopenhauer analizza è la gnoseologia; egli studia le figure del soggetto, dell'oggetto e delle forme a priori. Il soggetto è ciò che conosce senza essere conosciuto, mentre l'oggetto è ciò che viene conosciuto dal soggetto. Schopenhauer individua tre forme a priori della conoscenza sul modello kantiano, ovvero spazio, tempo e causalità, categoria fondamentale che risponde al principio di ragion sufficiente di Leibniz, per cui tutto succede per una ragione. Questa affermazione non è oggettiva, ma è frutto delle nostre forme a priori e quindi soggettiva. L'oggetto è dipendente dalle forme a priori, mentre il soggetto ne prescinde, dato che spazio e tempo sono le sue forme a priori, attraverso le quali percepisce, e per questo non è soggetto alle forme a priori. Schopenhauer analizza la causalità e il principio di ragion sufficiente in relazione a quattro ambiti diversi della realtà. Il primo è l'ambito del divenire, che esprime un rapporto fisico di causa ed effetto; il secondo è quello del conoscere, che è una necessità logica per cui tutto ciò che accade deve avere una ragione; il terzo è quello dell'essere, che vede la ragione come una necessità matematica; e infine l'ambito dell'agire, per cui la ragione è una necessità morale.

La fase ontologica della filosofia di Schopenhauer trova come principio la domanda: “come è possibile conoscere la realtà noumenica?”. Per rispondere Schopenhauer analizza l'io, poiché per poter andare oltre al velo di Maya è necessario conoscere se stessi. Egli riconosce nella volontà di vivere l'essenza dell'uomo, perciò sua radice noumenica che va oltre alla realtà fenomenica. Ogni oggetto è quindi sia fenomeno che noumeno, perché in ogni individuo si conciliano la rappresentazione di se stesso e la volontà di essere. Di conseguenza il corpo secondo Schopenhauer è manifestazione della volontà di vivere di ognuno, ma è vissuto come tale solo quando si lascia spazio alle pulsioni e all'istinto, non quando lo si contempla, ed è proprio in questo modo che si viene a conoscenza della realtà noumenica: lasciando che il corpo sia guidato dalla volontà di vivere. Una volta analizzato il corpo, Schopenhauer analizza l'io, confutando ogni opinione precedente; la critica di Schopenhauer consiste nella troppa intellettualizzazione o troppa empiricizzazione dell'io. Critica il razionalismo di Cartesio perché l'io non è certezza fondamentale; critica l'empirismo di Locke perché non è un' intuizione certa, e quello di Hume perché non è mero fascio di percezioni; critica il criticismo di Kant perché non è un concetto trascendentale; e infine critica l'idealismo di Fichte perché l'io non è ragione. L'io è, secondo Schopenhauer, coincidenza di coscienza, volontà, e corpo: quindi interezza delle sue facoltà.

Dopo aver analizzato la rappresentazione, Schopenhauer analizza la volontà. Quest'ultima va oltre al tempo e allo spazio, che sono utilizzati da essa e perciò questa non ne può dipendere, a maggior ragione perché ogni individuo li percepisce in modo diverso. La volontà è irrazionale e impulsiva e perciò agisce senza scopo né intelligenza; inoltre è onnipresente nell'universo. Quindi la volontà è fine a se stessa e costituisce l'assoluto, che non è quindi Dio. La volontà si estrinseca in diversi modi: si realizza oggettivandosi in idee, che a loro volta si oggettivizzano in esseri viventi, come sosteneva Platone. Le realtà naturali sono fissate in una gerarchia ascendente che vede come esseri meno consapevoli le forze naturali, in seguito le piante, gli animali e gli uomini, esseri più consapevoli di sé e della propria impotenza.

La filosofia di Schopenhauer è identificabile con il pessimismo cosmico, secondo il quale la volontà è caratterizzata dal desiderio, che coincide con la mancanza dell'oggetto desiderato, e perciò il dolore, e siccome l'uomo desidera di più degli altri esseri viventi, soffre più di loro. Il dolore non è determinato solo dalla mancanza ma anche dall'impossibilità di soddisfarla. Il piacere è raggiungibile solo tramite la cessazione del dolore, ed è perciò un concetto inarrivabile, dato che una volta soddisfatto un desiderio, ne subentra immediatamente un altro. Una volta che l'uomo ha appagato tutti i suoi desideri è pervaso da una sensazione di noia. Il male e il dolore non sono solo nel mondo ma anche nel principio stesso da cui esso dipende. Tutto è perciò sofferenza, sia chi desidera, sia chi è desiderato soffre, perché l'oggetto voluto è un desiderio frustrato della volontà (formica gigante australiana); inoltre nel desiderare, l'uomo entra in conflitto con la volontà degli altri esseri, e perciò nascono la gelosia e l'invidia. Schopenhauer scrive: “la vita è un pendolo che oscilla tra noia e dolore”, e questa citazione è la perfetta sintesi del suo pensiero. Secondo Schopenhauer la vita è fine a se stessa, infatti l'individuo è uno strumento a servizio della specie, in quanto il suo unico fine è la procreazione di altri individui.

È per questo che l'amore è visto solo come un'illusione della volontà, che ci fa apparire le cose desiderabili al fine della riproduzione di se stessa. Nonostante l'amore sia stimolo dell'esistenza, è incompleto senza la sessualità, mentre l'unico amore lodevole e disinteressato è la pietà, che coincide con il riconoscimento dell'altra persona come un'altra volontà, che funziona esattamente come noi e soffre a causa della condanna della natura, che è una condizione ineluttabile ineliminabile.

In virtù del pessimismo cosmico, Schopenhauer critica ogni forma di ottimismo. Critica l'ottimismo cosmico, in quanto il cosmo non è un ente fantastico e la vita non è altro che estrinsecazione della volontà cieca ed irrazionale. Critica la religione, che è vista come una metafisica per il volgo, non fa riflettere ma crea dogmi a cui è necessario credere a prescindere. Schopenhauer critica l'ottimismo sociale, in quanto, secondo la sua dottrina, i rapporti tra individui sono fondati sul conflitto e l'invidia, che portano al desiderio di sopraffazione dell'altro. Egli critica lo Stato, visto come risposta alla paura: lo stato è il prodotto della condizione di insicurezza che caratterizza gli umani, è perciò frutto della negatività, e non realizzazione delle abilità razionali massime dell'uomo. Egli critica l'ottimismo storico, quindi l'eruditismo, considerato da Schopenhauer “mera catalogazione”, poiché nel ciclo del tempo l'uomo è sempre soggetto alla natura maligna, è necessario studiare la storia solamente per capire che la condizione dell'uomo è sempre la stessa, ed è necessario farlo per imparare a non piegaci ciecamente alla volontà.

Nella pars costruens della filosofia di Schopenhauer, egli spiega come liberarsi dal dolore, e in contrapposizione con la voluntas, egli pone la noluntas, ovvero la negazione progressiva della volontà. La prima soluzione che verrebbe in mente è il suicidio, ma Schopenhauer lo rifiuta, in quanto sopprime l'individuo confermando la sua volontà. Schopenhauer identifica quindi tre momento della noluntas: l'arte, la morale e l'ascesi.

L'arte è vista come conoscenza disinteressata e libera, dato che il godimento artistico non ci è imposto. Essa ha una funzione catartica, poiché estrinseca, libera nell'uomo, le sue tensioni e frustrazioni, dando conforto alla vita. Ma questo conforto è solo temporaneo, e perciò subentra il secondo momento.

Quest'ultimo coincide con la morale, che corrisponde al sentimento di pietà e compassione, e perciò implica impegno nel mondo. Attraverso la pietà si comprende il dolore degli altri in modo empatico, e ci si dedica agli altri, in modo disinteressato ma non passivo. Ciò si manifesta attraverso le virtù di carità e giustizia. Nonostante ciò, la morale presuppone ancora un attaccamento alla vita perché aiutando le persone, le si aiuta a protrarre la loro esistenza nel tempo. Perciò subentra il terzo momento.

L'ultimo momento di questo processo è l'ascesi, ovvero la rinuncia a se stessi, il rifiuto del mondo finalizzato alla cessazione del potere della volontà sull'individuo. L'ascesi nasce dall'orrore per l'essenza violenta, ingiusta e casuale della vita stessa. La mortificazione della volontà, e l'astensione dal piacere con conseguente ricerca dello spiacevole, non è finalizzato al mandare un messaggio alla società, ma si verifica per spontanea scelta. L'ascesi si manifesta nella castità, umiltà, digiuno, povertà, sacrificio e auto-macerazione; in sintesi è la rinuncia agli impulsi dettati dalla volontà con il loro conseguente controllo. Secondo Schopenhauer l'unico atto di libertà concesso all'uomo è la rinuncia alla volontà di vivere, che si manifesta nel nirvana, ovvero l'indipendenza dalla volontà, i cui impulsi sono controllati e padroneggiati. Una volta raggiunto ciò, l'individuo si accorgerà di essere felice, dato che non è succube della volontà, a differenza di tutti gli altri.

Ciò è però considerato contraddittorio, perché il perseguimento di questi tre momenti liberatori, è in effetti dettato dalla volontà di un individuo, che vuole liberarsi dalla volontà.
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