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lo stato di natura di Rousseau non ha lo scopo di stabilire le caratteristiche di vita sociale moderna da cui trarre gli elementi funzionali per costituire la società civile (è quanto vale per Hobbes), ma ha lo scopo di individuare quelle caratteristiche che la vita moderna ha reso invisibili. Il ginevrino parla di uno stato di natura congetturale (poco importa infatti se sia effettivamente esistito), un’ipotesi teorica che mostri lo sviluppo delle caratteristiche umane ed il successivo approdo alla società civile. Rousseau individua nella storia più stadi; Il PRIMO è quello delle popolazioni primitive in cui gli esseri umani sono disseminati tra gli animali da cui si distinguono per la loro libertà. Egli infatti (al pari di Hobbes e Locke) raffigura il ragionamento come prodotto della volontà e dei bisogni pratici, ma in questo stadio lo pone in seconda posizione> gli uomini hanno dei sensi (datigli dalla natura) che permettono loro di sopravvivere e la loro libertà è la capacità di consentire o resistere all’impressione prodotta dalla natura che li inclina verso una certa condotta; la libertà costituisce la spiritualità dell’anima. Nell’essere primitivo si riscontra una semplice condizione di volere o non volere, desiderare, temere; le prime o forse le sole operazioni dell’anima. Pertanto Rousseau rifiuta la tradizione secondo cui è l'intelligenza finalisticamente intesa a caratterizzare l’essere umano (assieme alla libertà) per preparare il campo alla libertà come fattore costitutivo (come avverrà in Kant). Nello stato primitivo si trovano due inclinazioni alla base delle futura etica e politica:

la cura della propria conservazione
la pietà intesa come capacità di identificarsi con l'altro individuo sofferente. È propria anche degli animali (le madri con i cuccioli; il ribrezzo del cavallo nel calpesta un corpo vivo). La pietà è utile agli esseri umani perché hanno una natura cagionevole , tuttavia agisce naturalmente, prima quindi dell’uso della riflessione. Inoltre la pietà modera la cura della propria conservazione permettendo così la preservazione dell’intera specie. È una caratteristica che ci fa aiutare chi è in difficoltà, ma senza riflettere e senza che a nessuno venga in mete di disobbedire. La pietà è ricollegabile, in un certo senso, all’amore di sé ed è uno dei principi che permettono, nella società moderna, la riattivazione della vita morale da parte degli individui naturali, contrastando pertanto l’amor proprio che altrimenti vi domina. Egli dice che tutte le inclinazioni virtuose si originano a partire dalla pietà: la benevolenza; l’amicizia, altro non sono che produzione di pietà costante fissata su un oggetto particolare. La clemenza; l’ umanità etc. sono invece esempi di pietà applicata ai colpevoli o all’umanità in generale.
Gli individui primitivi agiscono da soli; l’unione sessuale è fugace, le madri stanno accanto ai piccoli solo nella prima infanzia; chi non riesce a fronteggiare le difficoltà soccombe senza che gli altri se ne rendano conto; chi è ozioso vive costantemente vicino al pericolo. L’esistenza di questi uomini è attuale, priva di una nozione dell’avvenire.
Da qui si vedono i punti di contatto con Locke e con Hobbes:
Locke: individui uguali ed indipendenti. La ricerca della propria sicurezza è addolcita da sentimenti altruistici ( pietà naturale); tuttavia per Rousseau gli esseri umani non cooperano e la pietà non è configurata come morale perché è istintuale.
Hobbes: individua nello stato di natura una molteplicità di distinzioni che non erano morali anche se per Rousseau l’uomo non è cattivo perché non conosce la virtù.
I beni ed i Mali sono solo fisici e non morali. Il dolore li colpisce e se provato da altri li ripugna (tranne quando è per difesa). Il cibo ed il giaciglio servono alla sopravvivenza e non hanno altro valore. Nasce però una nuova visione delle cose che porta alla fine di questo primo stadio: il male inizia a colpire gli esseri umani nella forma dell’orgoglio ferito; se prima non si aveva nozione dell’ingiustizia o dell’infelicità della sorte adesso nascono nuove passioni derivate dal confronto con gli altri. Lo stadio primitivo costituisce un’antropologia innovativa rispetto a quella di Hobbes; Rousseau ne parla nel Manoscritto di Ginevra (1792), nel quale dice che la morale rimane sempre condizione estranea alla vita sociale perché quando gli uomini ne godevano ne erano inconsapevoli, e quando raggiungono il giusto grado di consapevolezza si trovano in una società dove essi non possono essere né conosciuti né praticati perché la morale ha bisogno del confronto e nasce da esso, ma è dal confronto e dall’associazione umana, d’altro canto, che si originano i vizi, nemici della morale.
L’uscita dallo stato primitivo è graduale, causata dal popolamento della terra, dall’unificazione di più individui in gruppi. Ne consegue che verranno popolate anche zone meno floride dove non può valere il principio enunciato nel Manoscritto (la forza dell’uomo è commisurata ai suoi bisogni), ma diviene necessaria l’industriosità, la riflessione e la prudenza macchinale; è qui che si costituisce la superiorità tecnica degli umani rispetto agli animali. Nasce il primo sguardo ed il primo orgoglio; gli individui si avvicinano riunendosi con la libera associazione, prendendo impegni reciproci; sviluppano le prime rozze forme di linguaggio che comprendono anche i gesti. Vengono costituiti nuclei famigliari (famiglie clan) connessi ad una rudimentale idea di propietà e nascono le prime nozioni di merito: bellezza, canto, danza, con il conseguente primo logoramento della loro vita oziosa. Si incomincia a guardare l’altro, a vedere le differenze ed a cercar la stima pubblica; questa idea viene formata nello spirito e da lì scaturisce anche quella di oltraggio: ognuno sente di aver diritto all’essere stimato ed avverte un dolore morale quando ciò non avviene. Nasce il male morale con i concetti di stima e disistima. I primitivi consideravano le violenze non come ingiurie da punire, ciò che accadeva (una preda rubata, la legittima difesa etc.) era visto come un evento naturale, non esistevano altre passioni all’infuori della gioia ed il dolore del risultato buono o cattivo. Ma poi nasce il concetto di vedetta e poiché non esiste ancora quello di giustizia essa viene accettata. Questo momento è riconosciuto come durevole e felice a metà tra L’INDOLENZA e lo STATO PRIMITIVO. Gli individui sono ancora indipendenti ma non più soli ed inconsapevoli. Rousseau pur lasciandoli in una condizione parzialmente primitiva assegna loro una voce morale: la voce della natura identificata con la coscienza delle persone. Inoltre egli sostiene che non esista un legame necessario tra il punto di vista degli altri e l’amor proprio, benché il secondo si origini dal primo. Non necessariamente dunque l’amor proprio dovrebbe portare alla dissoluzione della morale, l’umanità poteva anche restare in questo stadio intermedio. Da ciò si vede l’aspetto problematico della questione perché nonostante quanto detto, è indubbio che lo sguardo e la stima altrui sono la condizione della morale ed al contempo l’origine della sua corruzione. L’uscita da questo stato è da spiegarsi nello sviluppo agricolo delle arti, nella graduale caduta verso la corruzione della natura umana. Ad avere un certo peso è anche la proprietà privata poichè essa genera disuguaglianze ed è inoltre avvalorata dall’istituzione del diritto di proprietà (ciò provoca una condizione distruttiva affine allo Stato di natura hobbesiano). Dal possesso dei beni si passa a quello di altre facoltà. L’apparire prevale sull’essere; si passa dalla stima degli altri fondata, a quella infondata; nasce lo Stato di guerra nel quale ognuno usa a proprio vantaggio le sue forze cercando anche di trasformare i propri avversari in difensori. Nella società delle leggi i ricchi acquisiscono nuove forze e danno diritto ad un’illecita usurpazione (infatti i beni non sono sufficienti per tutti come nello stato lockeano). Rousseau attacca la tradizione che parte da Grozio, la quale vede la proprietà privata alla base della società naturale e che viene unicamente stabilizzata e tutelata dalla società civile. Si origina così una guerra nella singola società, con vari corpi politici in lotta tra loro, che porta al dispotismo a cui si aggiunge l’ulteriore scontro fra i diversi maggior enti che aspirano alla magistratura. Il dispotismo è il rapporto tra il padrone ed i suoi schiavi, una situazione impossibile da azzerare, al seguito della quale si viene a ricostituire un nuovo Stato di natura diverso dal primo; infatti tutti gli individui tornano uguali, ma perché rispondono alla stessa legge (quella dl più forte). Questo è uno stato di natura corrotto, affine a quello di Hobbes, ma su di esso non si possono fondare istituzioni, si può solo attuale un confronto con la condizione primitiva. A partire da ciò prende le mosse il Contratto sociale, opera successiva e di cui il Manoscritto costituisce un primo embrione, tuttavia non presentate una linea di continuità con quanto scritto nel secondo Discorso.
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