Mongo95 di Mongo95
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Nel Discorso sull’origine della disuguaglianza (1755) si ha una critica dell’intera storia della civiltà. La civiltà, in quanto tale, è inevitabilmente guasta perchè si è allontanata dalla natura, creando un mondo artificiale in cui gli uomini non possono più essere le creature spontanee, ingenue, rozze ma felici uscite delle mani della natura. La natura è e sarà sempre la voce di Dio, il modello della bontà e della felicità, la fonte dei veri valori. Nell’essere umano la voce della natura è sempre in contraddizione con la riflessione, il sentimento con la ragione, la natura con la società.
Lo stato di natura è la condizione originaria del genere umano, una condizione di innocenza e felicità inconsapevoli. La storia è corruzione, degradazione. Il male è dunque nella storia, ovvero nella società, non nella natura. L’uomo naturale, incorrotto, era un essere solitario. Per farsene un’idea è necessario guardare in se stessi, “nel proprio cuore”. Rousseau identifica il proprio io con la natura dell’uomo. L’introspezione è sempre stata uno strumento di analisi nella ricerca della vera natura dell’uomo e della verità. La voce della natura che parla nel cuore è la voce della verità, del bene e della virtù: nel profondo del cuore si è conservata, per così dire, al riparo dalla storia, che è la sede del male. L’uomo di natura non è però l’uomo primitivo. Non è un essere storicamente esistito, ma un’astrazione, un modello con cui confrontare l’uomo civile. L’uomo anteriore a qualunque forma di rapporti sociali. Lo stato di natura non è una condizione storica, ma una congettura, un’ipotesi che serve a dimostrare quanto l’uomo sociale attuale sia lontano dalla natura. Rivendicare la legittimità del metodo congetturale aveva poi un altro vantaggio: evitava di fare i conto con quello che agli occhi di molti era ancora l’unico documento sulle origini dell’umanità, la Bibbia.

Dello stato di natura avevano parlato in molti prima di Rousseau, ma tutti avevano commesso lo stesso grave errore: avevano attribuito all’uomo naturale facoltà, passioni, inclinazioni e bisogni che in realtà erano potute sorgere dopo la nascita della società e lo sviluppo della ragione. Di queste descrizioni si erano poi serviti per giustificare le loro dottrine politiche e le loro concezioni del diritto naturale, che pretendevano di avere fondato nella vera natura dell’uomo. È la critica di Rousseau al giusnaturalismo, un modo di procedere che non solo inverte l’ordine delle cose, ma legalizza, attribuendoli alla natura, i rapporti sociali come sono adesso.
Nello stato di natura non esisteva società. Gli uomini avevano bisogni minimi, cioè solo quelli naturali, erano essere autosufficienti, non possedevano il linguaggio, né sentivano il bisogno di comunicare. Le loro capacità intellettuali erano limitata al minimo indispensabile per sopravvivere. Vivevano nell’immediatezza di un eterno presente, vivevano in equilibrio con la natura. L’uomo è buono per natura. Anzi, a rigore, nello stato di natura gli uomini non sono né buoni né cattivi, perchè ancora non esiste la morale, che nasce con la società. Sono buoni nel senso che non conoscono le passioni artificiali e viziose dell’uomo sociale e non hanno desideri che vadano oltre la stretta necessità sono mossi solo dall’amore di sè (istinto di conservazione) e dalla pietà spontanea per i propri simili. Solo se la sopravvivenza è minacciata il loro istinto di autoconservazione prevale sulla pietà naturale. Sono esseri pre-morali, la virtù è peculiare di persone consapevoli della moralità.
L’uscita dallo stato di natura non fu una decisione, né il compiersi di un disegno di Dio. Ma l’effetto di un insieme di circostanze casuali. Emerse allora un’altra qualità dell’uomo, cioè la “perfettibilità”, la capacità di progredire materialmente e culturalmente. L’uomo scoprì infatti che lavorando poteva ottenere risultati, imparò a riflettere, a foggiare strumenti, a collaborare, a scambiare idee; ebbe bisogni sempre più numerosi. Miglioramenti materiali e peggioramenti morali. Ora fra lui e la natura si interpone lo strumento, ora prova desideri, ma soprattutto si forma un’identità personale nel rapporto con gli altri e distinguendosi dagli altri. La sua identità viene a dipendere non più da quello che lui è, ma da come appare agli altri. La convivenza è la causa di una dipendenza reciproca sempre più grande, della disuguaglianza.

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