Jean-Jacques Rousseau

Rousseau non condivideva affatto l'ottimismo tipico dell’Illuminismo caratterizzato dalla diffusione della cultura scientifica, ma soprattutto dalla fiducia nella ragione, considerata come strumento di elevazione della realtà.
Egli, infatti, aveva una visione pessimista sia dell’uomo, che della società, probabilmente a causa delle sue personali esperienze negative e a una particolare visione della vita.
Rousseau critica anche il progresso culturale, scientifico e artistiche affermando che quest’ultimo non ha contribuito al miglioramento dei costumi, ma al contrario gli agi e un elevato tenore di vita hanno reso più acute le ingiustizie.
Egli parla anche di costrizioni sociali, le quali frustrano gli slanci naturali dell’individuo nella sua libertà d’azione e impediscono che esprima la sua bontà di fondo.
A tal proposito Rousseau formula il mito del buon selvaggio secondo cui l’uomo è per natura buono, ma la necessità di adattarsi alla società impedisce alla natura umana di esprimere le sue virtù originarie.

Eppure è in quella stessa società che Rousseau riconosce la via del rimedio a patto che essa si organizzi in modo da rimuovere gli ostacoli affinché possa emergere la bontà interiore. Il suo pensiero pedagogico può essere sintetizzato in due delle sue opere maggiori: “L’Emilio, e “Il contratto sociale”.

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