Hegel


Georg Wilhelm Friedrich Hegel nasce a Stuttgart nel 1770 e muore a Berlino nel 1831. Egli è ritenuto il maggior rappresentante dell’idealismo. Prima di introdurre il pensiero di Hegel è necessario fare luce sui suoi rapporti con tre filosofi precedenti: Kant, Fichte e Schelling.

Hegel e Kant


In primo luogo bisogna sottolineare che Kant ed Hegel sono i rappresentanti di due filosofie diverse, rispettivamente illuminismo e idealismo. Hegel si differenzia da Kant principalmente per il suo modo di intendere l’io: da un lato con Kant abbiamo l’io legislatore, dall’altro, con Hegel, l’io creatore.
L’io legislatore nasce con la cosiddetta “rivoluzione copernicana” attuata da Kant. Difatti Kant afferma che tutto l’ordine necessario e universale della natura non deriva dall’esperienza, ma dall’io e dalle sue forme a priori. L’io conosce, secondo il filosofo, la realtà attraverso le proprie strutture mentali a priori, ma non conosce però realmente com’è la natura. L’io impone le sue leggi alla natura che sono però leggi infallibili e certe.
Con Hegel la situazione cambia in quanto si parla di io creatore. La realtà, non fisica, ma in campo socio-politico deriva dall’attività dell’io. Dunque con gli idealisti non si guarda alla natura, come aveva fatto Kant, quanto piuttosto alle strutture sociali e politiche. Inoltre con Hegel non si parlerà mai di io come individuo, bensì di io come “sovraindividuale”
Hegel si oppone apertamente alla filosofia di Kant, cosiddetta “filosofia del limite”: in questa prevale l’impostazione gnoseologica che mira ad individuare i limiti della conoscenza umana (dovuti alla differenza tra fenomeno e noumeno), mentre in quella del filosofo di Stoccarda proprio tali limiti vengono abbattuti poiché con Hegel “tutto ciò che è reale è razionale”.

Hegel e Fichte


Hegel e Fichte sono entrambi esponenti dell’idealismo e entrambi hanno come obiettivo quello di eliminare il dualismo fenomeno-noumeno kantiano, tuttavia solo Hegel ci riuscirà.
La filosofia di Fichte potrebbe essere rappresentata da una linea retta, infinita, senza un punto di arrivo concreto. Nella Dottrina della scienza (1794) il filosofo introduce tre principi:
“l’io pone se stesso” in quanto si identifica come attività autocreatrice;
“l’io pone il non-io”, ovvero l’io viene in contatto con un qualcosa diverso da se stesso, che l’io conosce e che diventa poi contenuto della sua mente;
l’io, che è infinito, è limitato dal non io e ciò lo rende finito.
Questi tre principi dimostrano come Fichte non sia riuscito a superare il dualismo kantiano proponendo un meccanismo che si protrae in modo uguale all’infinito.
Con Hegel, invece, troviamo un percorso circolare che arriva a risolvere il problema di Kant. Nella sua Enciclopedia Hegel espone la triade dialettica (tesi, antitesi e sintesi):
l’idea “in sé e per sé” è l’idea considerata in se stessa, ossia l’idea pura;
l’idea “fuori di sé”, cioè l’alienazione dell’idea nelle realtà spazio-temporali del mondo;
l’idea che “ritorna in sé” è lo spirito, cioè l’idea che dopo essersi fatta natura torna presso di sé.

Hegel e Schelling


Se la filosofia di Hegel è pervasa di dialettica, quella di Schelling, invece, non lo è affatto. È questa infatti la critica che Hegel rivolge a Schelling.
Schelling si allontana dalla concezione dialettica della realtà, allontanandosi di conseguenza dall’idealismo stesso ed Hegel contesta soprattutto il suo concetto di assoluto. Nella prefazione della Fenomenologia Dello Spirito, Hegel considera l’assoluto schellinghiano un “abisso vuoto” nel quale si perdono tutte le determinazioni della realtà, un calderone di cose indistinte, e lo paragona alla notte “nella quale - come suol dirsi - tutte le vacche sono nere”.

Il giovane Hegel


Gli scritti del periodo giovanile sono scritti di interesse religioso-politico, anche se la maggior parte delle volte prevale l’argomento religioso. L’unico scritto profondamente politico è la Costituzione della Germania (1803) in cui Hegel mostra l’aspirazione dei popoli ad una vita migliore e alla libertà che può diventare realtà solo nel momento in cui vengono eliminate le vecchie istituzioni e se ne creano delle nuove, fondate sull’eguaglianza.
Le due opere giovanili religiose di Hegel più importanti sono La vita di Gesù (1795) e Lo spirito del cristianesimo e il suo destino (1798-99)
Nella prima Hegel parla di Gesù, del suo messaggio di uguaglianza e di amore verso il prossimo, del suo predicare il superamento della legge esteriore in favore della legge dell’amore, fatta di vita interiore.
La seconda opera, di certo la più importante, è Lo spirito del cristianesimo e il suo destino, in cui Hegel, attraverso una riflessione filosofica sulla Bibbia, ripercorre tutta la storia degli Ebrei dal diluvio universale sino alla distruzione del Tempio e alla diaspora. Hegel nota come il diluvio per gli Ebrei significasse vendetta e tradimento della natura, dalla quale si salvano grazie a Dio. Il Dio degli Ebrei è un Dio geloso, l’unico al quale deve essere prestata fedeltà e rappresenta il tutto, mentre l’umanità e la natura sono il niente. Proprio per questo gli uomini vivono in inimicizia l’uno con l’altro e con la natura stessa. Gli Ebrei, però, sono vittima del loro stesso destino. C’è da notare che con la parola destino si intenda la forza con cui la natura reagisce quando l’uomo le si pone contro. Hegel allora studia la figura di Gesù, che predica amore e superamento delle ostilità in nome dell’unità tra gli esseri umani. Inimicarsi i popoli significa inimicarsi tutti i viventi e, poiché tutti gli uomini sono accomunati dalla stessa vita, dall’atteggiamento degli Ebrei ne deriva una vita lacerata e solo grazie a Gesù questa lacerazione può essere superata.

Le tesi di fondo del sistema hegeliano


Hegel non ha interesse nell’individuo, bensì nell’umanità, nel tutto, tanto che non analizzerà mai l’operato del singolo. Egli parla di infinito e finito: la realtà non è un insieme di sostanze autonome, ma un organismo unitario che coincide con l’Assoluto. Allora, considerato che la parte non può esistere senza il tutto, il finito (l’uomo) esiste solo nell’infinito (l’assoluto). Da ciò il noto aforisma “ciò che è razionale è reale, ciò che è reale è razionale” con cui intende dire che tutto ciò che è realtà, tutto ciò che accade nella realtà è prodotto dalla razionalità, non riferendosi però al piano ontologico ma a quello storico-politico.
La realtà è ritenuta una totalità processuale necessaria formata da momenti che rappresentano il risultato di quelli precedenti e il presupposto di quelli successivi.

Di grande rilevanza anche la funzione della filosofia per Hegel. Egli infatti sostiene che il compito della filosofia consista nel prendere atto della realtà e comprendere le strutture razionali di questa e non nel pretendere di voler determinare la realtà stessa. La filosofia è difatti paragonata alla nottola di Minerva che spicca il volo al crepuscolo quando la realtà è già bell’e fatta. L'autentico compito che Hegel ha voluto attribuire alla filosofia è quindi quello di giustificare la realtà, per questo si parla di “giustificazionismo” hegeliano.

La fenomenologia dello spirito


Pubblicata nel 1807 per la prima volta, la Fenomenologia Dello Spirito è l’opera in cui Hegel descrive il viaggio dello spirito fino al raggiungimento dell’universalità. Il termine fenomenologia (dal greco antico: φαίνειν (fàinein) “mostrare”) è un chiaro riferimento al fatto che in quest’opera Hegel mostri le diverse manifestazioni dello spirito con una storia diacronica (dal greco antico: διά χρόνος (dià krònos) “attraverso il tempo”), ovvero studiando il susseguirsi dei fatti nel tempo, utilizzando le cosiddette “figure”.
La Fenomenologia segue la divisione triadica come succede anche nell’Enciclopedia e dunque si divide in tre sezioni che rappresentano la tesi, l’antitesi e la sintesi: coscienza, autocoscienza e ragione.

Coscienza


La coscienza si divide in certezza sensibile, percezione e intelletto:
la certezza sensibile (tesi) è conoscenza immediata, che appare la più ricca forma di conoscenza, ma è quella più povera e non tiene conto del particolare, bensì dell’universale;
con la percezione (antitesi) si cade in contraddizione in quanto non si può percepire, appunto, un oggetto come unico data la molteplicità delle sue qualità;
si passa allora all’intelletto che conferisce unicità alla molteplicità dell’oggetto, il quale è visto come fenomeno ed è presente solo nella coscienza. Si passa così all’autocoscienza.

Autocoscienza


L’autocoscienza per essere tale ha bisogno del rapporto io-tu, ossia è necessario che si rapporti con altre autocoscienze per riconoscersi come tale.
Inizialmente, nella sua fase giovanile, Hegel riteneva che il “reciproco riconoscersi delle autocoscienze” fosse dovuto all’amore, ma poiché nell’amore non c’è dolore, travagli negativi o peripezie che portino al riconoscimento, quest’ultimo non può essere trovato nel sentimento amoroso. Egli allora afferma che questo avviene in tre momenti, rappresentati da tre figure: servo-padrone, stoicismo-scetticismo e coscienza infelice.

il servo-padrone simboleggia il mondo antico in cui i servi erano alle dipendenze dei padroni. I servi, infatti, sono coloro che hanno salva la vita dopo aver rinunciato alla propria indipendenza, mentre i padroni sono coloro che, pur di affermare la propria indipendenza, mettono a repentaglio la propria vita. Hegel inverte però i ruoli, mostrando una situazione in cui il padrone è schiavo del servo stesso. Il padrone è dipendente dal servo che gli permette di vivere al meglio; il servo poiché ha nelle sue mani la “vita” del padrone, si rende indipendente da questo. Il servo, infine, capisce di essere libero interiormente, di essere libero d’animo e prende consapevolezza del proprio valore;
con la seconda figura, quella di stoicismo-scetticismo, Hegel celebra l’ormai raggiunta libertà d’animo del servo in linea con la filosofia stoica che predicava l’autosufficienza del saggio, non negando, però, la realtà esterna. Nel momento in cui quest’ultima cosa accade, si tratta di scetticismo, filosofia che ha un atteggiamento negativo verso l’alterità, ovvero verso tutto ciò che non è coscienza. La filosofia scettica cade in contraddizione nel momento in cui afferma che nulla è vero, ma che almeno questa sentenza è verità. L’autocoscienza si trova davanti una scissione: vuole essere immutabile, però si ritrova ad essere mutevole;
da questa scissione deriva l’ultima e più importante figura: la coscienza infelice. Questa è una figura assai drammatica rappresentata dall’uomo religioso che vede l’Assoluto come un Dio irraggiungibile e lontano. Ciò lo si trova e nell’ebraismo e nel cristianesimo, ma in entrambi i casi la coscienza religiosa non riesce ad arrivare a Dio e a conoscerlo. La coscienza si mortifica, si umilia, ma tramite questo vano sforzo comprende di essere essa stessa Dio. Infatti la coscienza è sconvolta dalla trasmutazione di Gesù, riflette su quest’uomo che ha assunto su di sé tutte le colpe dell’umanità e, ripiegandosi su se stessa, capisce che Dio è semplicemente la proiezione delle qualità umane, che sono gli uomini ad aver creato le divinità e da ciò si passa dunque alla ragione.

Ragione


La ragione è il terzo momento di questa triade dialettica. La coscienza ha ormai assunto in sé tutta la realtà ed è appunto diventata ragione. Anche la ragione si divide in tre parti: ragione osservativa, ragione attiva, individualità in sé e per sé.
In un primo momento la ragione è ragione osservativa, che osserva la natura e cerca di scorgere in questa la vera essenza delle cose. Tuttavia, la coscienza non è conscia di non star cercando l’essenza delle cose, ma se stessa.
Dalla ragione osservativa dunque si passa a quella attiva allorquando ci si rende conto che l’unità io-mondo non è qualcosa di dato, ma qualcosa che deve essere realizzato. La ragione attiva si scinde in tre figure: il piacere e la necessità, la legge del cuore e il delirio della presunzione, la virtù e il corso del mondo.
Nella prima, l’individuo si getta nel piacere e nel godimento, incontrando però la necessità del destino che non può essere evitato. L’autocoscienza prova allora ad opporsi al corso del mondo e si imbatte nella seconda figura, nella quale l’individuo dapprima tenta di individuare i portatori di male nel mondo e poi entra in conflitto con i presunti portatori del miglioramento nel mondo. Allora ai fanatismi l’individuo oppone la virtù, ma la virtù, ossia un bene astratto, entra in contrasto con la realtà, che è concreta, e questo scontro si conclude con la sconfitta del cavaliere della virtù.
Infine segue un’ultima sezione: l’individualità in sé e per sé. Hegel si serve di questa figura per dimostrare quanto l’individualità sia inadeguata. L’individualità in sé e per sé si divide in: il regno animale dello spirito, la ragione legislatrice e la ragione esaminatrice delle leggi.
Nella prima figura Hegel intende mettere in luce come agli sforzi e alle ambizioni universalistiche della virtù, segue la dedizione agli interessi personali.
Nella seconda figura, la ragione cerca delle leggi universali che però, sebbene in apparenza sembrino tali, muovono sempre da premesse individualistiche.
La ragione legislatrice si fa dunque ragione esaminatrice che, per esaminare le leggi, si pone al di sopra di queste e ne riduce la validità. Hegel allora afferma che l’individuo non è destinato a raggiungere l’universalità.
L’universalità, pertanto, si raggiungerà solo nella fase dello spirito oggettivo (Enciclopedia), con le istituzioni storico-politiche di un popolo e specialmente con lo Stato.

L’enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio


L’Enciclopedia delle scienze filosofiche è un’opera scritta nel 1817 e in questa Hegel, attraverso una prospettiva sincronica ( fatti che avvengono insieme nel tempo), analizza i fondamenti del proprio sistema. L’Enciclopedia si divide in: logica, filosofia della natura e filosofia dello spirito.

Logica


La logica è intesa come scienza dell’idea pura che prende in considerazione l’impalcatura originaria del mondo ed è divisa in: essere, essenza e concetti.
la dottrina dell’essere (idea in sé) parte dall’essere stesso, che è il concetto più povero e vuoto, il pensiero nella sua immediatezza, e studia la quantità, la qualità e la misura;
la dottrina dell’essenza (idea fuori di sé) studia l’essenza come pensiero nella sua mediazione , come la capacità di conoscere ciò che è fuori di sé. La logica dell’essenza dunque prende in considerazione l’essenza come ragione dell’esistenza, il fenomeno (ovvero ciò che appare), la realtà in atto che diventa allora concetto;
la dottrina del concetto (l’idea che torna in sé) studia il pensiero che ritorna a sé come totalità (il concetto, appunto) e si divide in concetto soggettivo, concetto oggettivo e idea. La dialettica del concetto mira nel suo complesso a un “riassorbimento” dell’oggettivo nel soggettivo e alla definitiva affermazione del sapere assoluto o spirito come soggetto o idea.
Inoltre con la dottrina della logica Hegel dimostra l’identità tra logica e metafisica partendo dall’uguaglianza reale=razionale: la logica che è lo studio del pensiero (razionale) si identifica con la metafisica che è lo studio dell’essere (reale).

La filosofia della natura


La filosofia della natura in Hegel è l’antitesi dei tre momenti dell’Enciclopedia. Sebbene sia l’antitesi, non deve essere comunque intesa come un momento negativo. La natura è antitesi solo in quanto diversa dall’io, in quanto è considerata il non ens, ovvero il non-io. La natura è quindi vista come la “pattumiera” del sistema in cui riporre tutto ciò che è finito, tutto ciò che è accidente e anche la stessa individualità.
La filosofia della natura si divide in:
meccanica, che considera l’esteriorità in relazione allo spazio, al tempo, alla materia e al movimento;
la fisica, che studia gli elementi costitutivi della materia e le proprietà della materia;
la fisica organica, che comprende la natura geologica, la natura vegetale e l’organismo naturale.

La filosofia dello spirito


La filosofia dello spirito, ultima e più importante sezione dell’Enciclopedia, è lo studio dell’idea che sparisce come natura per farsi soggettività e libertà.
La filosofia dello spirito si divide in: spirito soggettivo, spirito oggettivo e spirito assoluto.

Lo spirito soggettivo


Lo spirito soggettivo riflette sull’uomo e sulla natura umana. Questo si divide in: antropologia, fenomenologia e psicologia.
l’antropologia studia l’uomo e le associazioni di uomini. Inoltre, a proposito delle età di vita, Hegel afferma che l’infanzia (tesi) è il momento in cui l’individuo si trova in armonia col mondo; l’adolescenza (antitesi) rappresenta la rottura dell’equilibrio per la quale l’uomo entra in contrasto col mondo; la maturità (sintesi) è invece la situazione in cui l’uomo si riconcilia col mondo;
la fenomenologia studia la coscienza, l’autocoscienza e la ragione;
la psicologia studia lo spirito in senso stretto nelle sue manifestazioni universali del conoscere.

Lo spirito oggettivo


Lo spirito oggettivo riflette sui rapporti tra uomini e si manifesta in istituzioni sociali concrete. I tre momenti dello spirito oggettivo sono: il diritto, la moralità e l’eticità.

Il diritto astratto è la prima sezione ed è pertanto la tesi. È articolato in:
proprietà (tesi): l’individuo trova il proprio compimento in una cosa “esterna”, che diviene allora di sua proprietà;
contratto (antitesi): la proprietà, però, per essere tale, deve essere riconosciuta. La seconda fase è dunque quella del contratto, grazie al quale gli uomini riconoscono le proprietà altrui;
diritto contro il torto (sintesi): chi rompe il contratto con gli altri, cade nella colpa e deve essere punito dunque con una pena. La pena, per essere tale, deve essere una pena costruttiva e riconosciuta dal colpevole.

La moralità è la seconda sezione ed è quindi l’antitesi. Il termine “morale” sta ad indicare la sfera della volontà soggettiva e, dunque, i comportamenti dei singoli individui. Per parlare della morale di Hegel c’è bisogno di riferirsi ad un altro filosofo, Kant.
Kant, difatti, sosteneva che all’uomo fossero imposte delle leggi, degli imperativi categorici ai quali non poteva, in nessun caso, sottrarsi. Tutte le azioni “morali”, allora, per Kant non erano dovute alla volontà dell’uomo, bensì a convenzioni e imperativi. Con Hegel, invece, non esiste più la contraddizione essere-dover essere in quanto egli sostiene che l’uomo decida da sé la propria morale e i propri doveri, che le leggi non siano insite nella natura umana e che dunque siano legate intimamente con il cuore.

L’eticità è l’ultima sezione e dunque la sintesi. Questa è ritenuta la più grande intuizione hegeliana, soprattutto per il concetto di Stato etico. L’eticità (dal greco antico ἔθος (o ἦθος), èthos, "comportamento", "costume") rappresenta la morale comune, propria di tutti. Anche questa si divide in tre parti: famiglia, società civile e Stato. Pertanto:
la famiglia (tesi) ha come fondamento l’amore e la fiducia. Questa si articola in matrimonio, patrimonio ed educazione dei figli. Nel momento in cui i figli crescono e sono indipendenti, questi si staccano dalla famiglia per dare vita a nuove famiglie;
nasce, con l’originarsi di nuove famiglie, la società civile (antitesi) che comprende tutte le istituzioni con il compito di tutelare l’interesse dei singoli. Questa si basa sul sistema dei bisogni, sull’amministrazione della giustizia e sulla polizia. Nella società civile ci sono tre classi sociali (Stände): gli agricoltori, che servono per il sostentamento della società; gli artigiani e i commercianti e i pubblici funzionari. La parte più importante della società civile è la sicurezza civile, alla quale provvedono le forze di polizia e le corporazioni.

Una trattazione più ampia deve essere riservata all’ultima fase dell’eticità, lo Stato.
Lo Stato rappresenta la riaffermazione dell’unità della famiglia al di là della dispersione della società civile, in quanto lo Stato viene visto come una sorta di grande famiglia.

In primis, la concezione di Stato hegeliana si differenzia da quella “liberale”, appoggiata da Kant, Locke e Humboldt ecc., secondo la quale lo stato aveva solamente il compito di provvedere alla sicurezza e alla protezione dei cittadini. Hegel, invece, sostiene che questa concezione confonda Stato e società civile e che la reale funzione dello Stato sia quella di essere l’incarnazione suprema della moralità e del bene comune. Nasce così lo Stato etico, che è il vero soggetto del bene e del male, che orienta e condiziona le scelte del singolo.

Hegel, inoltre, giudica negativamente la democrazia considerandola soltanto una moltitudine informe appartenente ai confusi pensieri.

A simili teorie Hegel contrappone la sua teoria di Stato, secondo la quale non sono i cittadini a fondare lo Stato, ma è lo Stato a “fondare” gli stessi: ciò significa, dunque, che i cittadini nascono all’interno dello Stato e non è lo Stato a nascere per opera dei cittadini. Ancora, dal punto di vista ideale e assiologico, lo Stato è superiore ai cittadini come il tutto è superiore alle parti che lo compongono.

Hegel rifiuta poi il modello contrattualistico per cui la vita associata dipende da un contratto che scaturisce dalla libera volontà dei cittadini.

Il filosofo si pone in netto contrasto con il giusnaturalismo poiché non ne condivide l’idea di diritti naturali esistenti prima dello stato. Tuttavia, come afferma Norberto Bobbio, egli è vicino ai giusnaturalisti per due ragioni:
egli considera lo Stato il punto culminante del processo storico;
le leggi nello Stato etico hanno una posizione preponderante.

Lo Stato, pur essendo assolutamente sovrano, è pur sempre uno Stato fondato su precise leggi, quindi uno Stato né dispotico né illegale. A governare, difatti, ci sono le leggi che vengono tutte riunite nella Costituzione. Ogni popolo ha una propria Costituzione che si deve, però, attenere alla storia e alla tradizione di quel popolo. Hegel, per spiegare questa teoria, propone l’esempio di Napoleone: nel momento in cui Napoleone conquista la Spagna, egli abolisce la vecchia costituzione in favore di una nuova. La nuova costituzione era stata però imposta a priori al popolo senza considerare la loro storia e dunque, sebbene la costituzione fosse migliore, comunque Napoleone fallì inevitabilmente.

Nello Stato, Hegel distingue tre poteri: quello legislativo, quello governativo e quello principesco.
Quello legislativo determina le leggi e, con tale potere, coopera anche “l’assemblea delle rappresentanze di classi” che trova la propria espressione nella Camera Bassa e Camera Alta;
quello governativo, che ha il compito di far tradurre in atto l’universalità delle leggi;
il potere monarchico, ossia il potere del principe, che rappresenta l’incarnazione stessa dell’unità dello Stato.

Hegel conclude con una divinizzazione dello Stato stesso e con un’importante riflessione sulla guerra. A proposito di quest’ultimo punto, egli sostiene che la guerra non solo è inevitabile e necessaria, ma ha anche un alto valore morale. Infatti, egli sostiene che la guerra preserva i popoli dalla fossilizzazione alla quale sarebbero ridotti da una pace perpetua.

La filosofia della storia


Concetto di massima importanza nella filosofia hegeliana è quello di storia. La storia è un razionale momento dialettico che rappresenta l’evoluzione dello spirito nel tempo. Il fine ultimo della storia è proprio la libertà dello spirito, che può essere raggiunta anche grazie a delle figure: l’astuzia della ragione.
L’astuzia della ragione sono tutti quei personaggi che hanno contribuito a dare una svolta alla storia, come Alessandro Magno o Cesare, le cui passioni e ambizioni sono stati utili allo spirito per attuiare i propri fini. Questi individui ad un certo punto, però, periscono o sono condotti in rovina: ecco che lo spirito ha raggiunto il suo fine.
La libertà dello spirito si realizza nello Stato ed è proprio per questo che, in Hegel, la storia dello Stato si compone di tre momenti: il mondo orientale, in cui uno solo è libero; il mondo greco-romano, in cui pochi sono liberi; il mondo germanico, in cui tutti gli uomini sanno di essere liberi. Da qui nasce una critica al filosofo di Stuttgart da parte dei filosofi successivi. Hegel, infatti, afferma che nello Stato tedesco lo spirito ha raggiunto la libertà e la perfezione. Questa dichiarazione venne assai contrastata in quanto non in linea con la sua concezione di storia: la storia hegeliana è un continuo divenire, ma l’affermare che si sia raggiunta la perfezione smentisce le sue teorie.

Lo spirito assoluto


Lo spirito assoluto è l’ultima fase dell’Enciclopedia ed è il momento in cui lo spirito, riflettendo su quanto ha prodotto, giunge alla piena coscienza della sua assolutezza. Tale consapevolezza si raggiunge tramite un processo dialettico articolato in arte, religione e filosofia:
l’arte conosce l’assoluto nella forma dell’intuizione sensibile e rappresenta il primo gradino del percorso dello spirito. Nell’arte si attua, in modo immediato, la fusione tra soggetto e oggetto ed è divisa in: arte simbolica, propria dei popoli orientali, che è caratterizzata da uno squilibro fra contenuto e forma in quanto il ricorso al simbolo, la tendenza al bizzarro e allo sfarzoso non permettono l’espressione del messaggio spirituale; arte classica, in cui vi è equilibrio tra forma e contenuto ed incarna la perfezione artistica; arte romantica, in cui si ritorna allo squilibrio tra forma e contenuto, in quanto il pensiero moderno è così complesso da non poter trovare alcuna forma di arte adeguata alla sua complessità. Da ciò la crisi dell’arte, che va interpretata non come un vero e proprio funerale (come aveva fatto Benedetto Croce), ma semplicemente come l’inadeguatezza a esprimere il pensiero moderno. L’unica forma di arte che rappresentava la forma suprema di arte, quella classica, è ormai sparita, ma, ciononostante, l’arte rimane sempre una categoria dello spirito assoluto;
la religione conosce l’assoluto nella forma della rappresentazione. L’assoluto, difatti, si può cogliere nelle immagini religiose, nelle iconografie di santi e di avvenimenti religiosi. La religione ha un ruolo fondamentale nella filosofia hegeliana, poiché è il primo approcciarsi al concetto di spirito e allo spirito stesso ed è il primo step verso la comprensione e la conoscenza assoluta dello spirito, che avviene con la filosofia;
la filosofia è l’ultimo momento dello spirito assoluto. Hegel parla della filosofia come di una totalità processuale necessaria. La filosofia, allora, non è niente di più che la storia della filosofia giunta finalmente a compimento. Il filosofo ripercorre tutte le tappe della filosofia, da quella orientale sino a quella di Kant e all’idealismo, considerando quest’ultimo la perfetta filosofia, la filosofia più sviluppata, ricca e compiuta tra tutte. I critici di Hegel si sono allora chiesti se la sua filosofia debba essere considerata come l’apice di tutta la storia della filosofia o se questa sia solo un importante momento della storia evolutiva della filosofia stessa, ma questi dubbi non hanno trovato risposta, essendoci nell’opera hegeliana difese dell’una e dell’altra tesi.


Le influenze della filosofia di Hegel


Schopenhauer (1788-1860)


La filosofia di Schopenhauer si caratterizza per la sua totale opposizione alla filosofia idealistica. Egli critica ampiamente Hegel principalmente per due motivi:
secondo Hegel la realtà è ragione e tutto è manifestazione di questa razionalità; secondo Schopenhauer, invece, la realtà è costituita dalla volontà di vivere, una forza senza ragione, cieca ma soprattutto irrazionale;
Schopenhauer entra in polemica con lo storicismo, soprattutto quello hegeliano, non appoggiando l’equazione storia=progresso, ma considerando la storia come ripetitiva.

Kierkegaard (1813-1855)


L’antihegelismo è parte integrante della filosofia di Kierkegaard. In primis Kierkegaard critica l’io sovrindividuale di Hegel, considerando che questi abbia reso il genere umano genere animale, giacché negli animali il genere è superiore al singolo. Kierkegaard, invece, presenta l’istanza del singolo, dell’uomo visto come essere individuale superiore al genere.
Kierkegaard giudica la filosofia hegeliana una filosofia oggettiva e si scaglia contro di questa a favore di una filosofia soggettiva per cui “la verità è tale solo se lo è per me”.

Destra e Sinistra hegeliana


Alla morte di Hegel i suoi discepoli continuavano ad essere ispirati dalla sua filosofia tanto da dar vita a due correnti: la Destra e la Sinistra hegeliana.
Esponenti della destra hegeliana sono i “vecchi hegeliani”, conservatori, i quali sostenevano che lo stato prussiano fosse la massima realizzazione dello spirito e che il pensiero di Hegel fosse compatibile con i dogmi del cristianesimo.
La Sinistra hegeliana è rappresentata dai “giovani hegeliani”, tra cui Feuerbach e Marx, rivoluzionari, che accoglievano il procedimento dialettico considerandolo come continuo e perpetuo processo ancora in atto e ritenevano il pensiero hegeliano inconciliabile con quello cristiano.

Feuerbach (1804-1872)


Feuerbach critica la filosofia hegeliana da un lato, la appoggia dall’altro.
Entra in contrasto con questa in quanto sostiene che Hegel non si sia soffermato sull’individuo, sull’uomo in carne e sangue, ma sulla sovrindividualità e sull’umanità in generale.
Approva la filosofia hegeliana in quanto sostiene che, seppur egli abbia parlato di sovrindividualità, tuttavia non ha tralasciato la componente storica.
Inoltre Feuerbach attua un rovesciamento dell’idealismo, in quanto con la sua filosofia il soggetto diventa il concreto, il predicato l’astratto.

Marx (1818-1883)


Marx si ispira sicuramente alla filosofia hegeliana, seppur con qualche differenza.
Hegel parla di triade dialettica, formata da tesi, antitesi e sintesi. La tesi è lo spirito in sé e per sé, l’antitesi è lo spirito fuori di sé e la sintesi invece rappresenta lo spirito che ritorna in sé. Il procedimento dialettico di Hegel è quindi riferito solo allo spirito.
Marx riprende per molti versi l’impianto concettuale hegeliano: anche per lui la storia è un processo graduale, uno sviluppo i cui stadi successivi si richiamano a vicenda, ma egli approda al cosiddetto materialismo storico. Con questa espressione si indica la teoria secondo cui le vere forze motrici della storia non sono di natura spirituale o coscienziale, bensì materiale o socioeconomica.
Inoltre la filosofia hegeliana non si propone di cambiare nulla nel mondo, ma solo di chiarire lo svolgimento oramai definitivo della dialettica storica: essa spiega, ma non cerca di cambiare la realtà.
Per Marx, invece, la filosofia è prassi, ovvero non ha solo scopo teorico ma anche scopo pratico ed è necessaria per l’agire umano.


Comte (1798-1857)


Comte è uno dei massimi rappresentanti del positivismo francese.
Nella filosofia di Comte troviamo delle analogie e delle differenze con Hegel stesso per quanto riguarda la concezione della storia. Per Hegel la filosofia è la realizzazione dell’Assoluto, segue un andamento dialettico triadico ed è una continua evoluzione. Il fine ultimo della storia è il raggiungimento della libertà dello spirito. Hegel parla, inoltre, della storia come totalità processuale necessaria, in cui ogni momento è necessario e per il precedente e per il successivo.
Comte, dal canto suo, considera la storia uno sviluppo continuo e graduale dell’umanità che segue la legge dei tre stadi, secondo cui ogni grado dello sviluppo è risultato necessario del precedente e condizione necessaria del successivo. La storia del mondo è progresso, cammino dell’umanità verso il proprio perfezionamento.
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