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Fichte nasce nel 1962 in Sassonia (Rammenau) e studia teologia. Incontra Kant per consegnargli “Saggio di una critica di ogni rivelazione”, che verrà inizialmente attribuita a Kant stesso (era anonima) e successivamente riconosciuta come opera di Fichte. Questa opera dà al filosofo grande notorietà, viene chiamato a Jena come professore dell’università. Tra le sue più famose opere ricordiamo “Fondamento dell’intera dottrina della scienza” e “Discorsi sulla nazione tedesca”. Muore nel 1814 di tifo.

Fichte parte dalla critica kantiana, che sosteneva il primato della ragion pratica sulla ragion pura. La ragion pratica rende accessibili quelle idee che danno all’uomo la possibilità di affermare liberamente la propria moralità al di là dei confini della ragion pura. Resta però il problema della cosa-in-sé, che risulta irriducibile al soggetto. Affermare la cosa-in-sé equivale a supporre l’esistenza di una realtà provvista di senso indipendentemente dal soggetto e lascia aperto il problema del rapporto fra esigenza morale e mondo. L’uomo agisce per realizzare la propria esigenza morale, ma l’effettiva realizzazione di essa rimane una semplice ipotesi, plausibile ma non dimostrabile. Fichte propone di spostare la questione sul piano pratico, analizzando le conseguenze derivanti dal presupporre o meno, accanto all’Io, una cosa-in-sé da esso separata e irriducibile. Il problema della conoscenza è quindi quello di trovare un principio di spiegazione dell’esperienza. Si hanno due sistemi filosofici diversi:

• Dare la priorità ad una realtà esterna al soggetto  dogmatismo  porta al determinismo etico (concezione secondo la quale le scelte morali sono condizionate dal mondo esterno e non sono una libera scelta della volontà)
• Considerare come realtà originaria il soggetto  idealismo  la libertà diventa condizione necessaria della moralità stessa.
La scelta etica della libertà sta alla base della scelta del sistema filosofico.
L’accordo tra esigenza etica e natura per Fichte è una finalità da realizzare: la realtà non ha un senso in sé, ma ha un senso per il soggetto, nella misura in cui il soggetto stesso glielo conferisce, sia sul piano teoretico sia su quello pratico.
L’Io è il principio ordinatore della realtà. Kant si proponeva di fondare il sapere scientifico, mentre il mondo rimaneva inconoscibile. Eliminando la cosa-in-sé e riconducendo tutto all’Io, la dottrina della scienza è al tempo stesso conoscenza e produzione del mondo (scienza e metafisica insieme). Formulando questa teoria l’ordine stesso delle cose deve in qualche modo derivare dall’uomo, dall’Io. L’uomo spiritualizza l’universo, razionalizzandolo. L’aspetto fisico della terra è diverso da quello originario poiché con il passare del tempo subisce trasformazioni più radicali. Fichte fa dell’umanità un “demiurgo” che conduce la natura a un ordine razionale che modella la materia secondo le proprie idee, rendendola sempre più simile a sé. Ognuno agisce sugli altri fino a costituire un solo spirito. Per rendere questo discorso più concreto si può considerare come esempio lo sviluppo dell’umanità. Il soggetto che opera la trasformazione del mondo è un soggetto unitario, artefice della trasformazione del mondo, dell’umanizzazione della natura e di se stessa (Io , Spirito).
Fichte adotta l’idealismo ed, eliminata la cosa-in-sé, la realtà originaria è costituita dal soggetto  tutto viene considerato in relazione al soggetto. Nel “Fondamento dell’intera dottrina della scienza”, Fichte analizza i principi sulla base dei quali il soggetto riproduce, nella conoscenza, la realtà. I principi sono tre:
1. L’io pone se stesso: IO = IO è il principio assolutamente certo, dal quale far derivare gli altri. Per essere inderivato deve essere posto dal soggetto stesso, quindi diventa “L’Io pone se stesso”. L’Io, infatti, è condizione di ogni conoscenza possibile  l’Io è il principio originario. L’Io è attività originaria, cioè esiste solo in quanto si pone, non sussiste in quanto ente, ma solamente in quanto atto del porre se stesso. Il soggetto esiste soltanto in quanto autocoscienza  nuova metafisica (si spiega come il mondo viene prodotto dall’Io diverso dalla creazione).
2. L’io pone il non-io: viene posto qualcosa di diverso dall’Io, ma non fuori dall’Io perché nulla è impensabile al di fuori di esso. Il Non-Io può sussistere solo all’interno dell’Io.
3. L’Io oppone, dell'io, al non-io divisibile un io divisibile: L’Io e il Non-Io, in quanto posti entrambi all’interno dell’Io puro, si limitano a vicenda, divenendo perciò divisibili. All’interno dell’Io, che, come totalità, rimane uguale a se stesso, è posto un Io divisibile, distinguibile in individui, cioè l’umanità. Il Non-Io divisibile è invece la natura, intesa come insieme di corpi distinti. Si spiegano l’attività teoretica e quella pratica: nell’attività teoretica che è rappresentazione di oggetti dati, l’Io viene determinato dal Non-Io, mentre nell’attività pratica l’Io determina il Non-Io.
Sulla base di questi principi si definiscono i diversi momenti della dialettica:
1. Tesi: primo principio - l’unico dato di per sé
2. Antitesi: secondo principio
3. Sintesi: terzo principio
La tesi produce la negazione di sé (antitesi) e il superamento di tale negazione (sintesi).

La realtà è dialettica perché risultante dal rapporto conflittuale tra Io divisibile e Non-Io divisibile. Porre il Non-Io è essenziale all’Io per raggiungere la coscienza di sé. Il Non-Io rappresenta il limite contro cui si dirige l’attività dell’Io, riflettendosi e ritornando all’Io stesso, che in questo modo prende coscienza di se e della sua azione. L’immaginazione produttiva è l’attività mediante la quale l’Io pone l’oggetto. Tale attività produce la realtà stessa in quanto dato della coscienza ed è inconscia (infatti l’Io considera la realtà come altro da se). I momenti della conoscenza sono quattro:
1. Sensazione: l’Io avverte l’oggetto come dato, come qualcosa di indipendente da se.
2. Intuizione: il dato viene riconosciuto come fenomeno percepito mediante lo spazio e il tempo.
3. Intelletto: organizzazione dei fenomeni imponendo le forme dell’intelletto e connettendoli mediante i giudizi.

4. Ragione: separa dal contenuto fenomenico la forma e l’Io riconosce nell’organizzazione del reale la propria razionalità. L’Io non si riconosce ancora come origine della realtà; deve prima essere razionalizzata mediante l’attività del soggetto.
Mediante questo processo l’Io si riappropria in misura sempre maggiore di ciò che ha posto nel Non-Io, ma mai del tutto altrimenti verrebbe meno la sua attività. Se l’Io si riappropriasse di tutto ciò che ha posto nel Non-Io, diverrebbe consapevole di essere l’origine della realtà e si otterrebbe una produzione cosciente (come un sogno ad occhi aperti, modificabile senza il minimo sforzo)  idealismo dogmatico: considera l’Io come unica realtà.
Se si considera il Non-Io come non riconducibile all’Io, si eliminerebbe la possibilità di riappropriarsi del Non-IO  realismo: affermazione dell’irriducibilità della realtà all’Io.
La filosofia di Fichte segue l’ideal-realismo: considera il Non-Io come distinto dall’Io, ma riconducibile ad esso.
Il nucleo della filosofia fichtiana è il rapporto tra l’Io e il Non-Io. L’Io, per riappropriarsi del Non-Io e ampliare la propria area di coscienza, produce uno sforzo detto Streben. Il rapporto tra Io e Non-Io viene presentato come deduzione necessaria. Fichte chiarisce che:
• L’Io è l’umanità stessa, moltiplicata negli individui che la compongono.
• Il Non-Io va inteso in due modi: (a) come ciò che ogni individuo ha in sé senza esserne consapevole e quindi il rapporto Io/Non-Io diventa uno sforzo di umanizzazione di sé stessi e (b) come la natura fuori di noi, come realtà distinta che deve essere umanizzata dagli uomini.
Il fine della morale è la realizzazione del sommo bene  coincidenza tra virtù e felicità (ripreso da Kant). Se l’uomo potesse realizzare completamente la sua natura razionale, il bene ne conseguirebbe spontaneamente ma uomo è corpo e spirito insieme e quindi è limitato dalla sensibilità. Può solo tendere ad un processo di perfezionamento all’infinito --> lo sforzo non ha mai fine.
Il pensiero politico di Fichte si articola nelle seguenti fasi:
L’adesione alla Rivoluzione francese: difende gli ideali rivoluzionari con due opere  Fichte sostiene l’esistenza dei diritti inalienabili dell’uomo (influenza di Rousseau).
Fase liberale: lo Stato viene considerato come il prodotto di un contratto/atto di libertà. Deve continuamente rinnovarsi e quindi i cittadini possono mettere in discussione il potere dello Stato in ogni momento.
Fase “socialista”: l’umanità è un risultato da conseguire e costituisce il fine generale dell’uomo. Viene affermata la centralità dello Stato e viene elaborata la nozione di “popolo”. In questa fase Fichte considera la proprietà privata un diritto fondamentale dell’uomo che permette all’uomo la propria realizzazione come essere morale (proprietà privata = Non-Io attraverso la cui trasformazione passa l’affermazione dell’autocoscienza individuale). La proprietà privata e il lavoro sono importanti e devono essere garantiti a ognuno dallo Stato. È un socialismo particolare, infatti si nota una finalità etica. Secondo Fichte inoltre lo Stato deve gestire l’economia, organizzata in modo corporativo (posizione antiliberale). Lo stato è quindi un contratto tra i cittadini per garantire i tre diritti fondamentali dell’uomo: la conservazione, la proprietà e la libertà. Per combattere la violazione di questi diritti lo Stato ricorre ai tre poteri: di polizia, giudiziario e penale --> hanno lo scopo di portare a una comuna volontà.
Fase “Tedesca/nazionalista”: a partire dal contesto storico-politico, Fichte diventa sostenitore della superiorità della nazione tedesca contro gli invasori e scrive “Discorsi alla nazione tedesca”. La lingua è un elemento che afferma la superiorità del popolo tedesco. La lingua è considerata l’elaborazione delle esperienze storiche di un popolo, riporta infatti la storia dello spirito di un popolo. Essendo gli unici ad aver conservato la lingua, i Tedeschi risultano superiori agli altri popoli. Altri esempi che dimostrano la loro superiorità sono: arte del governo e il sentimento comune. Inoltre Fichte sostiene che un individuo che riesce ad identificarsi nel proprio popolo riesce a superare i limiti e tendere verso l’eternità.

Dopo il suo cambiamento di sensibilità rimangono aperti alcuni problemi:
Rapporto tra essere e sapere. Una volta rimossa la cosa-in-sé l’Io penso diventa l’Io puro che produce il sapere e la realtà che ad esso corrisponde. L’Io puro si identifica con l’umanità, che è all’origine del mondo. L’Io puro costituisce l’assoluto sapere, mentre l’assoluto essere è al di là del sapere e viene identificato con Dio. Dio diventa quindi l’origine del mondo e produce la realtà non come materiale ma come schema del sapere assoluto. L’uomo a partire dalla conoscenza dell’uomo può giungere indirettamente a Dio (trascendente  non può essere conosciuto dall’uomo direttamente).
Rapporto tra infinito e finito. Prima l’infinito e il finito coincidevano con l’umanità, ma adesso l’infinito si identifica in Dio. L’infinito viene considerato trascendente e il sapere ne costituisce la rappresentazione.
• Il diritto viene considerato necessario come coercizione esterna per conseguire gli scopi della moralità; la moralità è considerata come espressione di Dio nel mondo dell’uomo e quindi ricondotta alla religione.

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