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Jean Bodin (1529-1597)


Continuità con Machiavelli presentano delle assonanze. Machiavelli auspica un intervento del
Principe in una realtà politica, quella italiana, dove uno stato moderno non c'è, e cerca di argomentare la nascita dello stato auspicandone l'evoluzione anche in Italia, osservando che lo stato moderno
si impone di fatto, senza giustificazioni. Ma dello stato moderno Machiavelli non era un testimone diretto se non per il fatto che si era recato fuori dei confini di Firenze per svolgere il suo lavoro in ambito politico (teneva i rapporti internazionali di Firenze).
Bodin invece è un profondo conoscitore del meccanismo dello stato moderno che in Francia si era già imposto. Lo stato moderno francese, che già nasce dal 14° secolo, si presenta debole. Questo stato moderno francese rischia di frantumarsi a causa dei conflitti tra le varie fazioni religiose che si contendono la scena nel 16° secolo in Francia.
Bodin nella sua prima giovinezza ha una breve esperienza religiosa che gli consente di introdursi negli studi. Studia nel campo giuridico. Machiavelli, nel Principe, non si occupa quasi mai di diritto, Bodin è giurista. Bodin insegna diritto nelle università francesi. Intraprende anche la carriera politica senza tuttavia avere grandi successi. La Francia è dilaniata dalle contese politiche che occupano la scena. Bodin è membro del partito dei politique, è avvocato presso il Parlamento di Parigi e appunto grazie a queste esperienze politiche, grazie allʼesperienza di avvocato in Parlamento, egli è senz'altro una persona che conosce i meccanismi politici della Francia. Enrico III di Valois, il sovrano, gli affida alcune cariche politiche ma mai di grande rilievo e, a periodi alterni, Bodin è più e meno stimato dal sovrano.
Il 1566 è la data della composizione sua prima grande opera di rilievo. Scritta in latino e intitolata “Methodus ad facilem historiarum cognitionem” - Metodo per la facile conoscenza delle storie. Dieci anni dopo, 1576, pubblica l'opera per la quale è universalmente noto, scritta questa volta in volgare e chiamata “I sei libri sullo stato “ (Les Six Livres de la République). Pochi anni dopo lo stesso Bodin fornisce la traduzione di questa opera in latino. La sua produzione è molto più vasta rispetto a queste due opere ma queste sono senza dubbio quelle di maggior rilievo.
Methodus.
La prima opera, il Methodus - 1566, ha apparentemente un tema metodologico (metodo - methodus). Tuttavia essa presenta enorme importanza sotto il profilo politico. In quest'opera, Bodin affronta i rapporti tra storia e politica. A Bodin, che per questi aspetti continua l'opera di Machiavelli, la storia sembra l'habitat naturale dentro il quale si svolge lo studio della politica. Solo attraverso la storia la politica si può studiare e si può ovviamente capire. Tuttavia egli, diversamente da Machiavelli, più che alla storia in senso stretto, si riferisce alla storia naturale del mondo.
La politica, cioè ,entra come una componente della storia naturale dell'uomo, senza assorbire tuttavia completamente la storia stessa.


Bodin riprende per certi versi Machiavelli, lo continua ma se ne distanzia perchè in particolare identifica un rapporto molto diverso tra politica, etica e religione. Diversamente da Machiavelli, Bodin ritiene che l'etica, il diritto, la religione non siano da espungere dall'ambito della politica, ma ritiene anzi che la politica sia intimamente connessa con essi, senza che siano sovrastati o soverchiati dalla politica stessa. La politica non può fare a meno né di morale né di religione né del diritto.
Il retroterra di riferimento al quale la riflessione politico giuridica di Bodin allude, è la filosofia aristotelica. Bodin è stato un attento lettore di Aristotele e, sia nella Methodus sia nei Sei libri sullo stato, egli riprende alcune idee aristoteliche e le rivisita. In particolare, riprende le considerazioni in ordine all'antropologia. Anche per Bodin, così come accade per Aristotele, l'uomo è un animale politico per natura e la politicità rappresenta il fine per l'uomo, e quindi si conquista nel corso della storia.
Prima di raggiungere la dimensione politica, l'uomo passa attraverso altre forme associative, come ben sappiamo dalla lettura di Aristotele. Infatti, se è vero che egli ritiene che la famiglia sia il primo momento nel quale l'uomo si può riconoscere, e al di fuori della quale l'uomo non è percepibile e neppure pensabile; Ma Bodin rinnova questo aspetto della riflessione antropologica di Aristotele indicando che egli ritiene che gli uomini originariamente siano vissuti in una sorte di stato originario, in una condizione di isolamento, in cui sono completamente liberi, dal quale poi successivamente si sono allontanati che potremmo definire “stato di natura” ante litteram (dato che di stato di natura si parlerà più avanti).

In questa condizione originaria Bodin avvalora invece una concezione pessimistica dell'uomo. Dunque, gli uomini, se vivono isolati tra di loro e non radunati in una forma associativa, sono sovrastati dagli istinti e dalle passioni, e quindi una condizione di apparente libertà assoluta, in cui l'azione dell'uomo non conoscerebbe alcun limite. Isolato l'uomo non è in grado di elaborare gli istinti che gli sono propri, e di finalizzarli a qualche scopo preciso: anzi soccombe di fronte ad essi. Dunque la condizione di isolamento all'interno della quale l'uomo si potrebbe ipotizzare come in grado di realizzare la più illimitata libertà, in realtà si presenta come una condizione di assoggettamento.
In questa critica dell'uomo considerato come individuo, bisogna considerare l'obiettivo che Bodin aveva in mente. Si stava diffondendo nella cultura europea del tempo fermenti di tipo individualistico, legati alla diffusione del protestantesimo, soprattutto nella sua declinazione calvinista. Bodin intende svalutare l'individualismo, svalutando appunto la condizione dell'uomo considerato in maniera isolata. Bodin, ancor prima che se ne scriva (poiché i grandi autori dell'età moderna devono ancora nascere), svaluta già il presupposto dello stato di natura sul quale le teorie contrattualistiche dello stato sono edificate, come avremo modo di vedere diffusamente.
In una condizione originaria, se si pensasse all'uomo come un essere che in origine vive isolatamente rispetto ai suoi simili, allora necessariamente dovremmo concludere che i rapporti tra gli uomini sono di tipo conflittuale perchè essi, in questa condizione, non sanno dominare le loro passioni. L'uomo è libero, ma la sua volontà è talmente libera che è indeterminata e imprevedibile, è un essere volitivo, la cui volontà muta in maniera imprevedibile, così come in maniera imprevedibile mutano i bisogni.
Non è caratteristico/proprio di questa condizione dell'uomo in uno stato di isolamento, l'uso della ragione. Insomma, gli uomini isolati sono considerati privi di ragione (e ciò è giustificato anche dalla concezione antropologica aristotelica: la politicità dell'uomo trova la sua giustificazione nella razionalità, ergo se non c'è socialità non c'è neppure razionalità). O perchè non ce lʼhanno o perchè è in uno stato silente.
Per i giusnaturalisti di cui parleremo, costituisce sempre un problema se gli uomini siano o meno dotati di ragione, se la usino o meno, quando si trovano in una condizione prestatuale. Secondo Hobbes, il fondatore dello stato assoluto sotto il profilo teorico, l'uomo è essere dotato di ragione e anche nello
stato di natura egli adopera la sua ragione. Secondo Locke, teorico dello stato liberale, l'uomo invece è
un essere ragionevole per natura tant'è che egli concepisce lo stato di natura come una condizione in cui gli uomini vivono insieme gli uni con gli altri. A parere di Rousseau (che non è il teorico della democrazia rappresentativa), l'uomo, nello stato di natura, vive isolato rispetto ai suoi simili e non usa la ragione: anzi Rousseau scrive esplicitamente che “pensare” è un atto contro natura.
Bodin ritiene che non sia pensabile l'uomo in questa condizione. Egli ritiene che non sia possibile giustificare la fondazione dello Stato a partire da una condizione dell'uomo che si trovi in uno stato di isolamento. Infatti, questo significherebbe lasciare lo stato in preda agli istinti del singolo. L'individuo infatti viene prima dello Stato, quindi le teorie individualistiche che giustificano la nascita dello stato non riusciranno ad ottenere lo scopo che si prefiggono. L'uomo nella condizione di isolamento è un essere che non usa la ragione, ma l'uso della ragione, scrive Bodin nella Methodus, si acquista nel corso della storia.
Come e quando l'uomo inizi ad usare la ragione non si sa. Non saprà rispondere a questa domanda nemmeno Rousseau. Si sa che, secondo Bodin, l'uomo riesce ad un certo punto a controllare le sue passioni, i suoi istinti, così come aveva già osservato Machiavelli, e ciò avviene quando riesce a darsi dei fini. La ragione cioè è quella facoltà che fa in modo che l'uomo sia in grado di darsi dei fini e sia in grado di subordinare le sue azioni al raggiungimento dei fini che si prefigge. Com'è possibile che l'uomo si dia questo fine? Quando avviene, non è dato saperlo. Nemmeno il come è ben chiaro. Quel che è chiaro è il ruolo preponderante della religione in questo “processo”. Non solo lʼuomo si da un fine, ma l'ubbidienza al fine si connette in realtà ad una prospettiva religiosa della vita.
L'uomo si “inventa” e si da una divinità, un Dio e l'uomo comincia ad usare e a darsi la ragione. Tutti i fini che l'uomo può darsi sono unificati nel centro metaempirico che è Dio, il quale cioè è una sorta di somma di tutti i fini dell'uomo. Bodin, come afferma anche Machiavelli nei suoi Discorsi, la socialità dell'uomo poggia in ultima analisi sulla religiosità, sulla religione. La divinità dunque diventa la garanzia della società, diventa il fondamento storico della socialità stessa. Senza la dimensione religiosa, l'uomo non è pensabile come essere razionale, come essere che sa come gestire i propri bisogni e i propri istinti ordinandoli ad un fine. E in questo punto Bodin è incoerente con Machiavelli.
Bodin cioè dipinge un uomo la cui condizione non è decisamente buona (la situazione di isolamento) e invece ritiene che l'uomo possa usare la ragione e che quest'ultima sia funzionale alla socialità, in quanto la ragione si identifica anche nel darsi da parte dell'uomo dei determinati fini che convogliano nella divinità. La prima espressione della socialità e quindi anche della razionalità potremmo dire, che Bodin incontra è, come per Aristotele, è la famiglia; successivamente queste famiglie si radunano nel clan gentilizio, oppure nella tribù. Quindi anche Bodin, come Aristotele, intende la socialità come un qualcosa che si dispiega e che si amplifica nella storia. E quindi, così come si passa da un uomo concepito come essere “bruto” ad un uomo razionale, così la socialità si amplifica nel corso della storia.

Tuttavia, neppure Bodin si limita alla polis ma ovviamente prevede il passaggio alla fondazione dello stato che è il portatore di una forza comune su un determinato territorio. Lo Stato è quella forma istituzionale organizzativa che è in grado di comporre i conflitti tra le famiglie, tra i vari gruppi
sociali sotto il dominio del diritto. Grazie al diritto lo stato risolve i conflitti inter-familiari. Attraverso la legge, che viene fatta valere in un determinato territorio, i residui di violenza che erano rimasti vengono stemperati.
Da tenere presente è anche un altro aspetto: qui Bodin e Aristotele si differenziano. Lo Stato non è l'approdo ultimo della socialità, dello sviluppo, dunque dell'espansione della socialità; Bodin infatti teorizza una sorta di Res Publica mondana, uno stato i cui confini sono quelli del mondo intero,
potremmo dire. Questo stato è dotato di una sovranità sovra statuale ed è volto a risolvere i conflitti che ci sono tra i vari stati. Perchè la natura istintuale e violenta dellʼuomo diminuisce sempre di più, sottomettendosi alla ragione, ma un residuo di istintualità rimane sempre dato che di essa si ha
testimonianza anche per quanto riguarda i rapporti tra gli stati stessi.
I sei libri sullo stato
Nei Sei libri sullo stato, Bodin riprende queste argomentazioni, già trattate nel Methodus. Inoltre, fornisce, nel primo dei sei libri, una definizione che è celeberrima di stato:
“lo stato è il governo giusto che si esercita con potere sovrano, sopra diverse famiglie e su ciò che esse hanno in comune.”
Adesso si procederà ad esaminare questa che è una delle prime definizioni teoriche di stato elaborate in età moderna, in forma generale. Nel dire che si tratta di una delle prime definizioni che vengono elaborate in età moderna, sʼintende dire che, durante il Medioevo, quando ci si riferiva allo stato, in realtà gli scrittori politici non fornivano una definizione esplicita dello stato stesso, ma generalmente si dedicavano a descrivere un elenco di competenze che facevano capo allo stato, ovvero tutti i poteri che allo stato spettavano. Quasi mai era stata elaborata una definizione comprensibile.
Le caratteristiche essenziali dello stato sono, per Bodin, 4: 1. il governo giusto
2. la sovranità, il potere sovrano
3. la pluralità delle famiglie
4. l'esistenza di qualcosa in comune tra le diverse famiglie
È senz'altro vero che l'elemento saliente è costituito dalla sovranità e che Bodin è noto per essere il teorico della sovranità e della sovranità assoluta; ma anche gli altri elementi sono senzʼaltro essenziali. Gli ultimi due caratteri, pluralità delle famiglie (3) e il darsi di un qualcosa in comune alle famiglie stesse (4), vanno sempre di pari passo. Ovviamente, vanno di pari passo anche il governo giusto (1) e la sovranità (2): non c'è sovranità senza governo giusto e non cʼè governo giusto che non sia un potere sovrano.
La pluralità delle famiglie è intesa da Bodin come elemento costitutivo dello stato e ciò è significativo perchè ci fa ricordare che ci troviamo ancora nella prima modernità e Bodin non identifica l'individuo come costitutivo della società, ma ravvisa nella famiglia la prima pietra dell'edificio sociale. Il popolo non è quindi una somma di individui, ma il popolo è costituito da una pluralità di famiglie. L'elemento soggettivo dello stato è la società famigliare e non è l'individuo. Qui Bodin riprende la tesi della naturale politicità dell'uomo di Aristotele.
Questa affermazione ha a che fare con una serie di preoccupazioni proprie di Bodin in relazione alla situazione politica del suo tempo: se lo stato è costituito da una pluralità di famiglie, lo stato non può essere dissolto dai conflitti interindividuali. Se è la famiglia la prima pietra dell'edificio sociale,
altri gruppi associativi, costituiti invece da una somma di individui, non avranno lo stesso peso nella costituzione dello stato stesso.
La monarchia francese che si è imposta sulla società feudale francese rischiava di essere dissolta dalle guerre di religione. Le guerre di religione poggiano sullʼassunto che lo stato debba consentire che al suo interno possa essere praticato qualsiasi credo religioso. Questo significa disancorare l'individuo singolo dalle relazioni che naturalmente egli intrattiene con la sua famiglia, secondo Bodin, ma significa anche allontanarsi sempre più dalla concezione medioevale in cui ciascun uomo aveva un ruolo se concepito nei rapporti con coloro che appartenevano allo stesso ceto, allo stesso status. Quindi una concezione antropologica che veda la socievolezza naturale dell'uomo avvalorata e praticata in età medioevale dalla quale ci si era allontanati per istituire la monarchia moderna rischia di mettere in pericolo lo stesso stato moderno, esponendolo ai fermenti di tipo individualistico da cui si tentava di scappare.
Bodin cerca di prendere le distanze dai fermenti individualistici che si andavano diffondendo per sottrarre la stabilità dello stato agli istinti di ciascuno e alle idee, ai valori di ciascun uomo. Anche perchè il diffondersi della cultura calvinista, della cultura protestante, aveva avvalorato il ruolo del singolo nei confronti della comunità, non solo di quella religiosa ma anche della comunità civile.
E se in età medioevale il potere del sovrano era legato ad un patto che egli stringeva, in quanto sovrano, con il popolo e che quindi limitava il potere del sovrano stesso (popolo inteso come unità di famiglie), il disancorare da questo consenso lo stato e il sovrano (il patto che il popolo e il sovrano stringono), rischiava di minare sempre più la stabilità e l'unità dello stato stesso, quell'unità faticosamente conseguita.
L'idea della sovranità popolare come fonte di legittimità del potere sovrano, è un'idea che è connessa con il principio contrattualistico e individualistico. Se la sovranità del popolo è il frutto di un contratto che gli individui stringono fra loro allo scopo di costituire il popolo stesso che prima di questo contratto non esisterebbe, allora gli individui rimarrebbero superiori nei rapporti dello stato e, ritirando l'appoggio al monarca, ne minerebbero in quanto individui e non in quanto popolo, i fondamenti del suo potere.


Ora, se consideriamo gli uomini singolarmente considerati, secondo Bodin non si può pensare all'esistenza di un potere politico, sono preda degli istinti e non sono sottomessi gli uni agli altri. Il potere non è giustificabile in una condizione di isolamento. Di potere politico invece si può parlare solo dopo che lʼuomo si è spontaneamente aggregato con gli altri suoi simili nella prima manifestazione della socialità che è la famiglia.
Quindi, l'obiettivo di Bodin è: sottrarre il fondamento dello stato agli individui per evitare che i conflitti fra gli individui dissolvano lo stato stesso a causa delle guerre di religione in cui ciascuno esprime la propria fede religiosa, che diventa anche fede politica. Bodin è uno dei grandi autori dellʼetà moderna, costituisce uno spunto di riflessione attorno allo stato moderno, costituisce uno snodo teorico fondamentale perché i suoi scritti sul tema dello stato e sul tema della sovranità sono una “conditio sine qua non” per poter conoscere il pensiero moderno. Il suo tentativo è quello di costruire una teoria che consenta allo stato moderno di giustificarsi e di sottrarsi ai rischi che rischiano di farlo dissolvere, benché giovane.
Lo stato si pone come una linea di continuità rispetto alla modalità relazionale che si instaura allʼinterno della famiglia. Così come il padre, il marito, detiene un certo potere nei confronti della moglie, i genitori nei confronti dei figli e il capofamiglia nei confronti degli schiavi, si realizza già nella famiglia un complesso di relazioni di tipo potestativo e dunque lʼesperienza del potere inerisce alla
famiglia stessa, e poi si proietta in forma proporzionalmente più ampia allʼinterno dello stato.
Il potere che è caratteristico dello stato (def.) implica quindi fin dal suo primo momento porsi la relazione tra gli uomini. Potere del capofamiglia che, secondo Bodin, ha un carattere naturale. È nellʼordine delle cose che il potere spetti al padre in quanto capofamiglia perchè è da lui che la
famiglia in realtà prende origine. E così come è naturale che nello stato il potere sia esercitato dal sovrano. Il fondare uno stato sulla famiglia, implica negare che lo stato stesso si fondi sul consenso degli individui in quanto singoli e questo comporta come conseguenza la negazione del potere che si potrebbe riconoscere in capo ai singoli uomini di ribellarsi nei confronti del sovrano, nel caso egli diventi tiranno o per difetto di titolo o per lʼesercizio del potere contrario alla legge.
La previsione del tirannicidio, che viene elaborata sulla base di una concezione antropologica di tipo
individualistico fondata sulla teologia luterana e riformata, deve essere scalfita secondo Bodin fin dalle sue fondamenta, e quindi: se lo stato non si fonda sugli individui, essi singoli non hanno più il potere di uccidere il re se lo ritengono un tiranno. Lʼazione di chiunque uccida il re in quanto uomo singolo, è unʼazione illegittima perché non è lʼindividuo che fonda lo stato ma la famiglia. (individuo per Bodin non è soggetto politico) Nemmeno le famiglie però possono uccidere il sovrano: esistono regole strutturali allʼinterno della sovranità che impongono un rispetto di una serie di leggi che vietano ciò. Lʼobiettivo è sempre quello di mantenere saldo il potere del sovrano e di sottrarlo alla disponibilità dei singoli. Se una famiglia decidesse di uccidere il sovrano, la famiglia contraddirebbe anche sé stessa, perchè il sovrano promana (“proviene”) dalla famiglia.
Il potere del sovrano scaturisce dalla società, ovvero dallʼinsieme delle famiglie. Lo stato che si fonda sulla famiglia in realtà poi esercita il proprio potere su ciò che le famiglie hanno in comune. Affermare che le famiglie hanno qualcosa in comune significa per contro, dialetticamente, sostenere invece che ciascuna famiglia ha qualcosa che la differenzia e che quindi non è in comune con le altre.
In cosa consistono questi beni pubblici? Le mura delle città, le strade, i fiumi, i palazzi nei quali il potere viene esercitato. Su questa distinzione concettuale fra beni privati e beni pubblici si innesta anche la distinzione fra diritto privato e diritto pubblico. Qui emerge lʼottima conoscenza giuridica di Bodin. Dunque, non si può parlare di beni pubblici se prima non si sia identificato ciò che pubblico non è, ciò che è di proprietà della singola famiglia. Questo pone Bodin in totale dissenso con le teorie di stampo comunistico, perché esiste un qualche cosa che è comune a tutti in tanto in quanto è distinguibile da qualcosa che in comune non è.
Questa distinzione fra patrimonio pubblico e patrimonio privato ha una grande rilevanza in ordine alla costituzione dello stato moderno. Ed ha un significato particolare, ancora una volta connesso con il problema che affliggeva la Francia, la conflittualità di opinioni in materia religiosa. Ma lʼopinione religiosa è qualche cosa che ha a che fare con la coscienza. La coscienza è una facoltà che inerisce al singolo uomo e che ha una rilevanza esclusivamente e squisitamente privata. Le scelte compiute in coscienza non hanno una rilevanza pubblica, non hanno una rilevanza politica perchè il potere politico, il potere sovrano si esercita solo su ciò che è pubblico.
La coscienza individuale è un aspetto che caratterizza ciascun uomo, è libera, presiede alle scelte morali del singolo, ma non ha una rilevanza di tipo politico. E dunque Bodin lascia alla coscienza del singolo la libertà di aderire a questo o a quel credo religioso, ma la pace civile è assicurata e si può raggiungere solo se le opinioni dei singoli sono neutralizzate sotto il profilo politico. La religione cioè, in questo modo, diventa materia politicamente irrilevante. Le verità di fede non sono irrilevanti per il singolo, lo sono però per lo stato.
La stessa argomentazione, sotto il profilo logico, vale in ordine al diritto di proprietà. Il diritto di proprietà si configura come un potere di fare ciò che si vuole delle cose delle quali si è proprietari, escludendo al tempo stesso gli altri dal godimento di esse, la proprietà privata è ciò su cui si basa la vita della famiglia. Sulla proprietà privata lo stato non può dire la sua. La sovranità è il potere assoluto che non riconosce alcun altro potere sopra sé stesso se non quello di Dio.
Sovranità e governo giusto sono due concetti che secondo Bodin si implicano reciprocamente e dunque né si può parlare di sovranità se il governo non è concepito come giusto, e né il governo giusto può essere tale se non è sovrano. Dunque la sovranità è intesa immediatamente da Bodin come potere. La sovranità è il cardine, il centro unificatore dello stato. La sovranità è un potere assoluto (ab solutus = sciolto da). In che cosa consiste l'assolutezza del potere sovrano? Bodin presenta due profili relativi all'assolutezza del potere sovrano. La sovranità è assoluta quanto all'origine ed è assoluta quanto ai propri contenuti. Il potere deriva da se stesso in quanto tale ed è indipendente e libero da ogni altro potere come fosse una divinità. La forma razionale che assume la volontà del sovrano è il diritto. Qualsiasi manifestazione della sovranità è una espressione della razionalità. Su questo concetto in realtà si fonda la distinzione
moderna fra beni privati e beni pubblici.

È questo un aspetto strutturale relativo al potere politico stesso; e dunque la legge, il diritto, sono espressioni tipiche del potere politico in quanto potere assoluto. Necessariamente quindi, il potere sovrano è un potere che dispone dell'uso della forza e che attraverso l'uso di questa riesce a far valere i propri atti di volontà libera.
La constatazione dell’esistenza del potere assoluto che dispone dell’uso della forza significa al tempo stesso il riconoscimento della sua legittimità. Le conseguenze dell'identità tra esistenza e legittimità del potere sovrano comportano che non ci si possa opporre al potere sovrano stesso.
Il potere sovrano in quanto c'è, è legittimo e dispone dell'uso della forza necessaria per far valere la propria volontà libera e razionale che si esprime necessariamente attraverso la legge. Il principe, cioè il re, dunque sovrano è sempre “legibus solutus” ovvero non è mai sottomesso alle leggi, e proprio in questo consiste la sua assolutezza. Le sue manifestazioni di volontà non sono mai giudicabili né dai cittadini né dai magistrati intermedi, i quali devono necessariamente fermarsi e tenersi nel giudicare, senza revocare in dubbio la giustizia nei confronti del sovrano. Ciò che comanda il sovrano è necessariamente giusto; non esiste il problema della legge ingiusta (vedi Tommaso d'Aquino) perchè la sovranità e il governo giusto sono legati vicendevolmente.
La forza della quale il potere sovrano si avvale per far valere la sua volontà libera, non è una forza intesa come violenza, ma è una forza che si autodisciplina, si tratta di una forza razionalizzata. In effetti, se si ricordano le riflessioni che Bodin aveva già sviluppato nella Methodus, se si ripensa all'origine della socialità, non si può dimenticare che essa interveniva dopo che i rapporti tra gli uomini riuscivano ad essere sottratti alle relazioni di pura forza e di pura violenza. Lo stato dunque interviene per disciplinare i residui di violenza che sono rimasti nei rapporti fra i singoli, fra le famiglie per consentire la vita pacifica tra le famiglie stesse.
Nel caso ci si opponga al potere sovrano si compie un atto di “lesa maestà”. Bodin approva la dottrina dell'ubbidienza al potere politico in coscienza di paolina memoria e ritiene appunto che non ci si possa mai legittimamente opporre al potere sovrano. La libertà dei contenuti della volontà del potere sovrano, e l'assolutezza della legge in cui questa libera volontà si esprime, non hanno mai il significato di arbitrarietà nella dottrina di Bodin. Un potere assoluto non è un potere arbitrario.
Limiti dell’assolutezza del potere sovrano. Quindi il sovrano nel legiferare, nell'esprimere liberamente la propria volontà in ordine al bene della società che deve disciplinare, non è mai tanto libero da poter disattendere la legge divina 1, la legge naturale 2, la proprietà privata 3: questi sono i limiti necessari e strutturali all'assolutezza del potere sovrano. Limiti intrinseci e strutturali al potere assoluto. Il principe non è sottomesso ad altri, se non alla divinità. La divinità, dunque, rappresenta un limite intrinseco, in quanto strutturale, relativo all'esistenza del potere politico in quanto potere sovrano. La proprietà privata è un limite della assolutezza del potere sovrano: del resto, proprio la distinzione tra proprietà privata e patrimonio pubblico è uno degli elementi che portano alla nascita della sovranità e del potere dello stato, come avente un proprio patrimonio. Bodin ritiene che si possa ipotizzare che il sovrano non legiferi in maniera contrastante rispetto alla legge naturale. Tuttavia egli obietta che la legge naturale è di difficile interpretazione, che non necessariamente se ne conosce unʼunica declinazione, unʼunica manifestazione. E dunque mai ci si può appellare al fatto che il re non obbedisca alla legge naturale, per ribellarsi di fronte al re stesso.
Ad essi si aggiungono altri limiti, che sono:
• la legge salica 4: vale a dire la concezione dinastica del potere politico che si trasmette per via ereditaria e per via maschile. Questa legge non può essere disattesa all'interno dello stato.
• consuetudini 5: il sovrano, nel legiferare, non può neppure evitare di considerare le consuetudini dello stato, della comunità su cui esercita forte potere.
• territorio dello stato inalienabile 6: infine è negato al sovrano il diritto di alienare il territorio dello stato.
Ciò che differenzia potere assoluto dal potere arbitrario è proprio la presenza nel potere assoluto di
limiti intrinseci e strutturali che non riguardano lʼorigine del potere stesso. Potremmo dire che è nella natura del potere assoluto essere limitato dalla legge divina, dalla legge naturale, dalla proprietà privata, dalla legge salica, dal divieto di alienare i beni dello stato e dalle consuetudini dello stato stesso. Al di fuori di questi limiti, non esiste alcun potere assoluto nella concezione di Bodin.
La sovranità, oltre che assoluta, essendo analoga alla divinità è imprescrittibile: ciò significa che la sovranità non si può mai estinguere. Non esiste la possibilità che, perché il re non eserciti il potere sovrano, la sovranità del re possa finire. Se la sovranità del re dovesse interrompersi bisogna riconoscere che quel potere non era in realtà un potere sovrano, era qualcosʼaltro, era un potere derivato e dunque non un potere sovrano.
Oltre ad essere assoluta ed imprescrittibile, la sovranità è inalienabile: non può essere ceduta; non si può cedere ad altri soggetti la sovranità.
Ed oltre ad essere inalienabile, essa è anche indivisibile. Lʼunitarietà della sovranità, questa sua indivisibilità, implica che qualsiasi magistratura intermedia non sia mai dotata del potere sovrano. I poteri dei magistrati intermedi, delle magistrature più basse, delle cariche organizzative intermedie, derivano la loro legittimità dal potere del sovrano che non trasferisce alcuna caratteristica della sua
sovranità nei suoi sottoposti.
Il sovrano, se è assoluto, non permette che i suoi collaboratori (funzionari, i consigli dei ceti o delle
corporazioni) abbiano un potere in proprio (in quanto solo a lui spetta quel potere e a nessun altro). Egli si avvale di loro appunto come collaboratori: si serve di loro ma mai essi dispongono di un potere di resistenza nei confronti del sovrano o di deroga rispetto ai poteri del sovrano stesso. È impossibile che si possa derogare rispetto alla volontà del sovrano, secondo Bodin.
Lʼassolutezza del potere sovrano implica un necessario accentramento nelle mani di questo, di ogni forma di potere. Qualsiasi potere inferiore è assorbito dal potere sovrano. Può esserci uno stato misto? In realtà, quanto ad una costituzione di tipo misto che era auspicata da Machiavelli nei tempi più vicini a Bodin, Bodin ritiene che in realtà possa esserci una costituzione che prevede una pluralità di organi; ma in realtà tra questi organi solo uno è il depositario e il titolare del potere sovrano, e solo uno è il potere assoluto. Questo potere è il potere di fare le leggi, di emanarle, di modificarle e di abrogarle. Lʼassolutezza del potere sovrano dunque si manifesta innanzitutto nellʼattività legislativa che è eminentemente libera se non strutturalmente limitata nelle modalità sopra elencate. Il sovrano è “legibus solutus”, cioè è sciolto dallʼubbidienza alle leggi che egli stesso ha emanato.

Nessuno può derogare rispetto alle leggi che il sovrano ha promulgato, se non il sovrano stesso. Questo potere di deroga, è proprio uno dei caratteri della sovranità. Così il sovrano non è tenuto a rispettare le leggi dei suoi predecessori, ma non solo: egli è libero di non rispettare le leggi o le ordinanze che egli stesso ha emesso. Per quale ragione? Essendo assoluto il sovrano non può comandare a sé stesso perché se così fosse non sarebbe più assoluto, e non sarebbe più libero.
Il potere sovrano è un potere che si esprime attraverso un governo giusto. A questo proposito va sottolineato che Bodin distingue tra sovrano e governo come organo titolare della funzione relativa allʼapplicazione delle leggi, organo deputato a far valere la volontà del sovrano; e dunque Bodin distingue lo stato rispetto al governo dove appunto lo stato è il luogo e il centro della sovranità, mentre il governo deve far valere la volontà del sovrano.
In che cosa consiste allora la giustizia del governo? Bodin, che riprende la concezione aristotelica della giustizia, ritiene che non si possa ridurre la giustizia che devʼessere praticata dal governo alla giustizia distributiva o alla giustizia commutativa o aritmetica. Egli ritiene che il governo debba cercare di contemperare giustizia aritmetica e giustizia geometrica/proporzionale, le quali devono essere armonizzate in una giustizia superiore che egli definisce armonica e che applica contemporaneamente i due criteri della giustizia. Quanto alla miglior forma di governo o di stato, evidentemente Bodin non può che essere il fautore della monarchia; il monarca infatti è quella figura che molto più facilmente è in grado di esprimere lʼassolutezza del potere sovrano, in quanto potere anche unico. Il monarca dunque esprime lʼunità e lʼunitarietà del potere sovrano, in quanto potere di comando e nessun organo inferiore, può opporsi.
Il potere sovrano è, come dirà anche Hobbes, un potere irresistibile, al quale non si può opporre alcuna resistenza. Lʼunità e lʼunitarietà del potere sovrano si dovrebbe esprimere secondo Bodin anche a livello religioso: sarebbe preferibile che tutti i cittadini allʼinterno dello stato aderissero ad unʼunica confessione religiosa. Per quale ragione? Perchè così il sovrano, più facilmente riesce ad esercitare il proprio potere assoluto, e non deve intervenire per regolare i conflitti che necessariamente sorgono allʼinterno dello stato, quando i cittadini o le famiglie siano divisi/divise in ordine allʼappartenenza a diverse confessioni religiose.
Il monarca ovviamente cercherà di dare il buon esempio ai suoi cittadini, mantenendo una condotta di vita regolare, e attenendosi ai principi di unʼunica confessione religiosa. Ciò ovviamente è conforme e coerente con i propositi che Bodin si era dato di rendere più salde le fondamenta dello stato e di sottrarre lo stato e lʼassolutezza dello stato stesso rispetto alle forze centrifughe che sarebbero riuscite a dissolverlo se non fossero state ben contemperate, incarnate nelle diverse fazioni politiche che esprimevano differenti orientamenti in campo religioso (come appunto il panorama francese del ʻ500 insegna). Insieme a Bodin, altri autori che esprimono unʼadesione alle dottrine assolutistiche, sono Étienne de La Boétie, e soprattutto Thomas Hobbes. Conclusione di Bodin: Nonostante tutti i limiti che Bodin ha identificato in ordine al potere sovrano, egli ritiene sempre che il potere sovrano (potere assoluto) sia un potere libero.

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