Nietzsche

Introduzione

Friedrich Nietzsche vive nella 2 metà dell’800 e muore nel 1900. Egli stesso si definisce un figlio prematuro del secolo imminente e il suo pensiero, infatti, è considerato dagli storiografi anticipatore delle dinamiche e dei problemi del XX secolo. Per questo lui viene inserito insieme a Marx e Freud tra i maestri del sospetto perché rimette in discussione le certezze e i valori dominanti sino a quel momento. Egli infatti ritiene che tutte le concezioni, tutti i sistemi non hanno fondamento a resistere perché la vita è casuale, non tutto ha logica. Non esiste una verità ma più verità. Nietzsche è un ateo convinto nonostante suo padre era un pastore; la sua è una scelta ideologica opposta a quella di Kierkegaard, infatti il suo è un atteggiamento di ribellione nei confronti di qualsiasi imposizione morale e dimostrerà la sua teoria.
La nascita della tragedia: Nietzsche oltre a essere un filosofo è anche un filologo, quindi interessato alle lingue classiche antiche, ammiratore della Grecia e soprattutto della tragedia greca. Di fatti l’impostazione del suo pensiero è da cogliere in quest’opera “La nascita…” in cui evidenzia la sua concezione dell’uomo. Secondo Nietzsche, l’Occidente si è creato un’immagine idealizzata della grecità, fatta di pura razionalità, di equilibrio e di controllo delle passioni. Nella cultura greca, invece, esiste anche un’altra tradizione quella orfico-dionisiaca, che costituisce l’aspetto più nascosto, vitale. I due aspetti dello spirito greco che coincidono con i due aspetti dell’essere umano sono:
Spirito apollino: è proprio di una visione del mondo fondata sulla ragione, sull’autocontrollo, sulla repressione dei piaceri e degli istinti. Nella tragedia lo spirito apollineo è espresso dalla trama, dal testo. Sul piano artistico si esprime nelle forme armoniche della scultura.
Spirito dionisiaco: è l’esaltazione dell’entusiasmo della vita, delle passioni, della vitalità. Nella tragedia è espresso dal coro e dalla musica.
La differenza tra apollineo e dionisiaco si richiama anche al pensiero di Schopenhauer e alla sua distinzione tra mondo come rappresentazione e mondo come volontà. Nel primo l’uomo si avverte come un “Io” dotato di una individualità, nel secondo l’individualità si nullifica. Questa condizione per Schopenhauer è fonte di angoscia e di pessimismo, per Nietzsche è ambivalente: è orrore ma al contempo gioia.

Dall'apollineo al dionisiaco

Durante l’apollineo l’uomo si avverte come individualità separata, vive in un mondo ordinato, fatto di certezze. E’ il modo della socialità, delle convenzioni, della serenità. Con l’accesso al mondo del dionisiaco l’uomo perde queste certezze, prende coscienza delle forze istintuali e vitali; la prima reazione è di sgomento e di orrore perché vengono meno gli abituali punti di riferimento. Successivamente l’uomo entra in una nuova dimensione dove il centro è il tutto, questo stato è caratterizzato da una gioia animata dagli impulsi vitali che l’apollineo reprimeva.
L’equilibrio tra apollineo e dionisiaco espresso nella tragedia si è rotto con Socrate, che per Nietzsche ha la colpa di aver inaugurato una filosofia responsabile della repressione degli istinti vitali a vantaggio della morale dell’autocontrollo e della rinuncia, xk ha posto l’accento sulla razionalità e sulla virtù escludendo l’aspetto dionisiaco. Da questo momento l’uomo è come se fosse stato frustrato e castrato di una parte di sé e a questa decadenza vi ha contribuito anche il cristianesimo.

Concezioni della storia

In questi 4 scritti egli si contrappone alle culture del tempo. Nella prima, critica la cultura tedesca, nelle ultime due vengono esaltati Schopenhauer e Wagner. La più nota è però la seconda saggistica, nella quale Nietzsche esprime la sua concezione della storia e l’importanza della sua corretta lettura; egli descrive 3 diverse tipologie di storiografia:
Storiografia critica: è caratterizzata da uno sguardo critico verso il passato, è utile xk consente di riconoscerne i limiti e gli errori per guardare al futuro e cambiarlo.
Storiografia antiquaria: è amore per il passato. L’elemento positivo è la conoscenza del passato, quello negativo è che si traduce in rifiuto del cambiamento.
Storiografia monumentale: è quella che del passato enumera le grandi imprese, gli eroi. L’elemento positivo è che ci offre dei modelli, quello negativo che da una parte può fare rimanere ancorati al passato e dall’altra potrebbe suscitare fanatismo.
Si oppone quindi alla divinizzazione della storia. Secondo Nietzsche la storia va letta nel modo giusto, per questo si oppone alla concezione hegeliana della storia, secondo cui questa era provvidenziale e finalistica, era processo razionale all’interno del quale l’uomo cessa di avere un ruolo, nessuna trasformazione voluta dagli uomini è possibile (conformismo acritico di Hegel).

Umano, troppo umano


Queste opere degli anni 1878-87 appartengono al periodo illuministico di Nietzsche in quanto egli sottopone valori secolari al vaglio dissacrante della ragione, infatti ripercorre l’origine e la storia dei valori morali destrutturandoli e demistificandoli, mostrando il loro carattere esclusivamente umano e per niente spirituale. Non c’è nulla di divino o soprannaturale, è quindi tutto discutibile e relativo, anche la scienza. Lui va contro il positivismo perchè crede che la scienza sia figlia del suo tempo in quanto rispecchia le aspirazioni degli uomini di quel periodo. L'uomo si crea degli idoli perchè è portato a cercare dei punti di riferimenti per sentirsi sicuro dal vuoto che prova quando si rende conto che tutte le teorie sono relative, sono costruzioni umane. Per Nietzsche la logica, e in generale la scienza, non produce una conoscenza vera del mondo, ma un’interpretazione di esso; tutto è discutibile, anche la scienza ha i suoi limiti. Nietzsche parla di decadenza del mondo occidentale in quanto l’uomo si è disnaturato costruendosi realtà fittizie. Nietzsche anticiperà alcuni aspetti approfonditi poi da Freud, fondatore della psicoanalisi, tanto è vero che vi sono alcuni riferimenti che hano un significato psicoanalitico. Nietzsche stesso sarà il primo a utilizzare, per indicare la parte non consapevole oltre che non razionale dell’io, il termine Es, che sarà una nozione centrale nel pensiero di Freud. Il nostro autore abbandona l’idea che la sola ragione possa cogliere la verità. Lui farà una contrapposizione tra verità-razionalità e vita. La ragione è importante solo se si concilia con l’impulso vitale, ma contiene in sè il pericolo di reprimerlo. Storicamente questo è avvenuto con il prevalere dell’apollineo, che rappresenta appunto la ragione. Come nell’antica tragedia greca è dunque necessario recuperare l’impulso vitale, il dionisiaco. Questo ottimismo, dato dalla speranza di conciliare ragione e impulso vitale, lo porterà ad allontanarsi, in questo periodo, dalla filosofia di Schopenhauer.
Nietzsche chiamerà la filosofia di “Umano, troppo umano” la “filosofia del mattino” a indicare un nuovo inizio dopo la notte della metafisica. In quest’opera si intrecciano tre figure simboliche: lo spirito libero, il viandante e appunto la filosofia del mattino. Lo spirito libero è colui che ha lasciato dietro di sé i vecchi valori della tradizione, che guarda il mondo con occhi nuovi; egli è al tempo stesso un viandante senza meta, perché non ha una destinazione da raggiungere, ma un mondo da esplorare e da vivere.

La morte di Dio

La messa in questione dell’esistenza di un qualsiasi fondamento permette di esprimere la morte stessa di Dio, che viene raffigurata da una spugna che struscia via l’intero orizzonte, cioè il senso della vita e di tutto l’esistente. Dio rappresenta infatti per Nietache la metafisica, ma anche ogni certezza che ha guidato in passato la morale, secondo criteri oggettivi, universali e immutabili. La morte di Dio equivale di conseguenza alla fine di tutti i valori esistenti. Proprio per questo esalterà la responsabilità umana perché gli uomini devono accettare l’idea che siamo noi il nostro Dio e che siamo noi a dettare i valori in cui credere; valori che però devono essere individuali e non generali perché altrimenti non avremmo risolto niente. È per questo che l’annuncio della morte di Dio non provoca sgomento, ma sollievo perché rappresenta l’emancipazione dell’uomo. La morte di Dio significa anche la fine della trascendenza, dell’affermazione di un mondo dietro al mondo.

Il nichilismo

La sfiducia nei valori assoluti ha portato al nichilismo ovvero l’annullamento di tutto, negazione di senso del mondo. Nietzsche definisce questo un tipo di nichilismo passivo o reattivo, caratterizzato cioè dalla perdita di fiducia nei valori tradizionali e da un conseguente atteggiamento di rinunzia e odio per la vita. Il nichilismo passivo ha però un limite: non riesce ad abbandonare l’idea che il mondo non abbia un’autorità divina o trascendente come fondamento della morale e quindi tende a riproporre nuove autorità. Nietzsche propone invece un nichilismo di altro tipo, un nichilismo radicale che mette in discussione la nozione di verità oggettiva, quindi non solo i valori ma anche le certezze della filosofia occidentale. Il cristianesimo ha influenzato profondamente la società occidentale, con l’introduzione di una serie di concetti: colpa e castigo. Anche la scienza, come la religione, propone un ordine e una razionalità che rendono alla fine l’uomo rassegnato e passivo. La filosofia del martello, come la chiama Nietzsche, cioè il nichilismo radicale, deve distruggere tutte queste false certezze.. La negazione di un qualsiasi valore del mondo in sé conduce invece a un nichilismo attivo, in quanto consente di considerare se stessi come fondamento di ogni valore: il modo non ha un senso. È l’uomo, il singolo individuo, che deve darglielo.

L’origine della morale

L’inversione dei valori tradizionali ha origine con Socrate e con il cristianesimo, per cui il bene e ciò che mortifica l’uomo (rassegnazione, l’umiltà, la rinuncia alla fisicità e ai piaceri del corpo) e il male è ciò che lo potenzia e lo esalta. Male e bene vengono rappresentati da due tipi di morale: la morale dei signori e la morale degli schiavi. I primi sono di specie nobile e vivono nella pienezza, nella potenza e nella sovrabbondanza; i secondi sono gli oppressi che vivono nell’insicurezza di sé e nella diffidenza verso gli altri. La morale degli schiavi consiste nell’ubbidire a norme date dall’esterno; la morale dei signori nel creare valori, nel fatto che l’individuo stesso è il fondamento della morale. Nella Genealogia della morale spiegherà i concetti di buono e malvagio e buono e cattivo e quelli di colpa e cattiva coscienza. Lui dirà che per i signori infatti, buono è forza, vitalità e potenza; cattivo è debolezza impotenza e rinuncia. Aal contrario gli schiavi diranno buone sono le azioni ispirate a umiltà e sottomissione; malvagie quelle ispirate a valori vitali e positivi. Attualmente domina la morale degli schiavi, affermata da Socrate e dal Cristianesimo. Ci siamo fatti guidare dai più deboli che hanno represso gli istinti vitali e che hanno istituzionalizzato questa repressione rendendola un atteggiamento predominante in ogni uomo. Quindi secondo Nietzsche la morale in generale ha origine dalla repressione degli istinti vitali, aggressivi. L’aggressività, non potendo esprimersi all’esterno, si rivolge verso l’interno. Questo processo reattivo, come lo definisce lo stesso autore, si associa a sentimenti antivitali, di impotenza, di colpa, come se il più forte fosse colpevole della sua forza. Ma ciò non è normale perché è contro natura e l’uomo rivolge i propri istinti contro se stesso. La via d’uscita è un recupero degli istinti vitali per dare senso al mondo, mondo che un senso non ne ha; è l’uomo che deve conferirgliene uno che si fondi sull’uomo stesso. Questa concezione è denominata volontà di potenza

La volontà di potenza

La teoria della volontà di potenza tuttavia non è compiuta. Si divide in vari volumi di cui il primo e L’anticristo. Qui lui fa una lunga invettiva contro il cristianesimo per aver esaltato la morale della rinuncia e del risentimento contro quella della vitalità, degli istinti, della gioia. Lui era molto amico di Wagner a cui poi non perdonerà mai l’essersi convertito al cristianesimo. Nietzsche non criticava Cristo, anzi lo vedeva come un rivoluzionario perché nella sua umanità Cristo ha cambiato tutto. Ciò che criticava era la concezione cristiana che considerava come maledetta e auspica a una società in cui i preti siano banditi.
Il concetto di volontà di potenza è molto ampio e risente anche dell’influenza dell’evoluzionismo di Darwin. Essa è una forza naturale presente in tutti gli esseri viventi, è l’impulso irrazionale e istintivo a espandere il proprio essere, che è proprio anche degli animali: il leone che mangia la gazzella afferma la propria volontà di potenza, la volontà di accrescere se stesso e la propria energia, anche se a danno di un altro essere. Nell’uomo questa pulsione non può realizzarsi in modo naturale, ma si scontra con la morale. Quindi bisogna effettuare un atto di trasvalutazione, l’inversione di tutti i valori per poter accrescere il proprio essere. A partire dalla nozione di volontà di potenza Nietzsche elabora negli ultimi anni una concezione nota come prospettivismo, ovvero ogni individuo è punto di riferimento e origine dei valori. Il mondo non ha un unico significato ma una molteplicità di significati e nessuno è migliore dell’altro. Un individuo capace di dare il proprio senso al mondo è l’oltreuomo e la nuova responsabilità di cui l’uomo deve farsi carico è espressa da Nietzsche con la cosiddetta teorai dell’eterno ritorno dell’uguale, che costituirà il motivo centrale di Così parlò Zarathustra.


Perché Zarathustra

Così parlò Zarathustra è senza dubbio l’opera più nota di Nietzsche. Zarathustra o Zoroastro è un filosofo persiano fondatore dell’omonima religione, lo zoroastrismo. Zoroastro propone un rigoroso ideale morale, secondo il quale, la giustizia, che si realizza nella completa sottomissione dell’uomo alla divinità, garantisce la felicità sia in questo mondo sia in quello ultraterreno. Nietzsche sceglie la figura di Zoroastro perché il filosofo persiano, ponendo la distinzione tra bene e male all’origine delle cose, può essere considerato il fondatore dell’errore fatale, la morale. Al tempo stesso lui è colui che può riconoscere e superare questo errore. La morte di Dio implica la nascita dell’oltreuomo, capace di dare un senso all’esistenza e di scrivere dei valori legati alla terra e agli istinti vitali.

L’oltreuomo

Il concetto di “superuomo” o oltreuomo, come è preferibile tradurre, è stato variamente interpretato. Le interpretazioni naziste della filosofia di Nietzsche, basate soprattutto sull’opera La volontà di potenza, che la sorella del pensatore (Elisabeth Förster Nietzsche) aveva fatto pubblicare postuma nel 1906 ampiamente rimaneggiata in chiave nazionalista e razzista, hanno identificato senza incertezze il superuomo con l’uomo ariano, superiore e dominatore nei confronti delle altre razze. Questa interpretazione sembra in contrasto con alcuni passi in cui Nietzsche critica aspramente la politica tedesca di potenza e valuta positivamente, ad esempio, il ruolo degli ebrei nell’Europa dell’epoca, condannando con decisione l’antisemitismo. Tuttavia la posizione dell’autore nei confronti degli ebrei è tuttora oggetto di opinioni contrarie dato che alcune frasi delle sue opere si lasciano per altro verso interpretare in senso antisemita. Si è voluto tradurre il termine Übermensch (über in tedesco significa sia “sopra” che “oltre”) non come uomo superiore, ma come oltreuomo. Il superuomo non è da intendersi come un individuo eccezionale dotato di capacità superiori; esprime uno stadio ulteriore dello sviluppo umano, in cui l’uomo stesso diventa creatore di valori. Così parlò Zarathustra si apre con la descrizione del profeta che, dopo aver trascorso dieci anni in solitudine sulla montagna, scende tra gli uomini per portare loro il suo annuncio. Giunto in una città mentre si sta svolgendo un mercato, Zarathustra annuncia alla folla il superuomo, esortando ai valori naturali legati al corpo e alla vita terrena, contro ogni trascendenza. Tuttavia la folla lo ascolta distrattamente perché in attesa dello spettacolo di un funambolo che era stato annunciato. Il funambolo, incitato dalla folla, inizia a camminare sul cavo teso tra due alte torri. All’improvviso compare dietro di lui uno strano essere “un pagliaccio” che lo supera con un balzo facendo perdere l’equilibro al funambolo e di conseguenza facendolo precipitare, sfracellandosi al suolo. Zarathustra gli resta vicino e poi lo seppellisce. Da quel momento in poi Zarathustra non parlerà mai più alla folla, ma solo a singoli individui, capaci di comprendere il suo messaggio. Il pagliaccio multicolore rappresenta le forze istintive e vitali che possono travolgere l’individuo, quando tenta di attraversare l’abisso che lo separa dall’oltreuomo. Infatti per andare oltre se stesso l’uomo deve tramontare, rinunciare a ciò che è senza essere ancora qualcosa di nuovo. Deve abbandonare le proprie certezze, pur non essendo ancora in grado di produrne atre: non ha più un terreno solido sotto di sé e avanza con difficoltà, come il funambolo. Un passaggio simile, non può essere compiuto da tutti e per questo che poi Zarathustra non parlerà più alla folla. L’uomo al quale si rivolge è un uomo in grado di trasformarsi. Nietzsche presenta questa metamorfosi mediante tre diverse immagini: il cammello rappresenta l’uomo sottomesso, che accetta la morale della tradizione e si conforma passivamente ad essa; il leone simboleggia la negazione della morale, la sua rottura; il fanciullo, infine, è l’uomo nuovo che ha abbandonato dietro di sé il passato ed è capace di creare nuovi valori terreni. Se non si trovano il coraggio e la determinazione per compiere queste trasformazioni allora dopo la morte di Dio, l’uomo non può sopravvivere diventando così l’ultimo uomo, il più spregevole tra gli uomini che accetta una vita abitudinaria e guidata da altri. L’uomo deve essere perciò un passaggio, un tramonto. Deve cessare di essere quello che è e trasformarsi. L’uomo, scrive Nietzsche, è un ponte, un passaggio verso un stadio di sviluppo superiore, come la scimmia è stata un pone tra l’animale e l’uomo.

L’eterno ritorno

Il passaggio dall’uomo all’oltreuomo non è indolore: implica una rottura, una separazione netta. Nietzsche descrive questo passaggio ricorrendo a una serie di immagini metaforiche, come quella del pastore a cui un serpente è penetrato in gola. Il pastore prova a tirare, ma non riesce a strapparsi dalla gola il serpente, finchè, ubbidendo al grido di Zarathustra, lo morde staccandoli il capo e riuscendo così a liberarsene. Il serpente simboleggia la vecchia morale: è soffocante, ma ormai cos’ saldamente radicata in noi che solo un gesto di rottura può liberarcene e farci nascere a nuova vita. Per fare ciò è essenziale mutare il proprio atteggiamento verso la vita. Considerare ogni attimo come provvisto di valore e di senso in sé. Questa concezione è approfondita da Nietzsche con la teoria dell’eterno ritorno dell’uguale. Il filosofo tedesco afferma che ogni fatto, ogni evento della nostra esistenza, è destinato a tornare infinite volte, per l’eternità. Rappresenta questo concetto mediante l’immagine di una porta carraia, nella quale convergono due sentieri, percorrendo uno dei quali si finirebbe per tornare invariabilmente alla porta carraia mediante l’altro. Potrebbe sembrare la posizione di una visione circolare ma Nietzsche prende nettamente le distanze da questa concezione. Per gli stoici la visione circolare della storia comportava un fatalismo e una completa fiducia nella razionalità del tutto, per cui tutto ciò che avveniva era per se stesso razionale e di conseguenza doveva essere accettato. Al contrario l’eterno ritorno è un richiamo alla responsabilità enorme che ognuno deve affrontare in ogni momento della propria vita. Ognuno è posto ora e in ogni momento della propria vita, come se fosse all’inizio di un’eternità. Vivere ogni momento non in funzione del futuro ma come se fosse eternamente uguale ogni attimo della propria esistenza. Viverlo non come se fosse ma come tu hai voluto che fosse. Tra l’oltreuomo e l’eterno ritorno il rapporto è molto stretto. Vivere dando a ogni istante il nostro significato, è una condizione per la nascita dell’oltreuomo perché l’uomo della morale non potrebbe sostenere il peso della responsabilità di dare significato, continuamente, alla propria vita.
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