Mongo95 di Mongo95
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Un altro aspetto della Scuola di Francoforte, oltre la teoria critica considerata come sviluppo della filosofia della ragione, c’è una filosofia della storia a tutti gli effetti, cioè la dialettica dell’Illuminismo. In un testo omonimo del 1947 si hanno raccolte le conversazioni tra Horkheimer e Adorno. In un primo capitolo si affronta il concetto di Illuminismo, nel quale viene enunciata la tesi fondamentale degli autori, cioè che l’Illuminismo è un qualcosa da un lato legato alla realtà razionale, ma dall’altro contiene intrinsecamente il germe della regressione e della manipolazione. Questa tesi centrale viene sviluppata dal punto di vista storico e intellettuale in due digressioni: Odisseo, cioè la storia della ragione descritta nei temi dell’odissea mitica. Ulisse è il prototipo della ragione umana. Poi Juliette, protagonista di un romanzo di Sade, simbolo dell’immoralità, perché legata allo sviluppo della ragione strumentale, lo sviluppo negativo dell’Illuminismo. Ci sono poi altri due capitoli che servono a esemplificare la tesi centrale. I due autori vogliono cogliere il modo di formarsi delle categorie fondamentali della società occidentale, quindi la struttura frammentaria dell’opera è voluta: la teoria critica della totalità disgregata. Le categorie della civiltà occidentale colte nel loro farsi e nel loro articolarsi, nelle loro relazioni.

Per Illuminismo si intende non tanto il periodo storico, ma piuttosto il pensiero razionalistico, sostanzialmente borghese, che è assunto a paradigma di tutta la civiltà occidentale dai suoi inizi. Al termine di questo sviluppo dovremmo avere il soggetto che si emancipa da ogni forma di autorità e afferma la propria autonomia razionale, libertà, totale indipendenza. Il testo evidenzia come il pensiero illuministico, che ha sicuramente questa tendenza positiva, contenga però in sé i germi della ragione manipolatrice dominante, la deriva strumentale della ragione. È quindi una critica all’autonarrazione dell’Illuminismo, del suo descriversi come liberazione, battaglia trionfante nei confronti dell’autorità, del mito, di ciò che opprime l’indipendenza razionale. Ma tutto ciò non è vero: una sua analisi accurata dimostra che l’Illuminismo è profondamente intrecciato col mito. Già nel secondo è presente il germe di quello che è il logos, dal momento che si vince la paura della natura e se ne fornisce una spiegazione. Con il mito si vince già l’atteggiamento dei primitivi di totale identificazione con la natura, l’atteggiamento. Il mito è quindi il primo passo verso l’atteggiamento del logo, che si fonda proprio sulla logica identitaria, sulla distinzione tra due realtà distinte, in particolare soggetto e oggetto, che presuppone che il primo spieghi il secondo, ma dominandolo e manipolandolo. Oggetto che è la natura contrapposta a se stessi. Ma dominandola si domina anche la natura all’interno di se stessi. La logica del logos è di dominio, la logica dell’Illuminismo è di dominio. Il mito non fa che percorrere in forma germinale quello che sarà il rapporto di dominio che sarà la cifra caratteristica della ragione strumentale.
Nella prima parte del testo, gli autori confessa di constatare attraverso la loro riflessione di essere entrati in un periodo di barbarie (si sta scrivendo durante la II guerra mondiale), intesa come concetto più ampio connesso a quello di Illuminismo, il quale strutturalmente porta con sé appunto questa deriva della decadenza della cultura teoretica, della riflessione. La cultura teoretica non è la ragione strumentale. Quest’ultima è la ragione puramente calcolante, che non si pone il problema dei fini e dell’ordine del mondo, ma soltanto dei mezzi in funzione dei fini. Una ragione che non ha alcuna preoccupazione di carattere assiologico. I due autori diventano consapevoli che la loro critica non può essere empirica, che non può riguardare i singoli settori della realtà ma deve piuttosto essere olistica. Ciò non solo perché il problema è di ordine epistemologico (i singoli ambiti del sapere non ci possono restituire la visione d’insieme), ma perché sviluppo e decadenza dell’Illuminismo significa critica della cultura teoretica, il senso stessa della scienza. È venuto meno il suo senso, il pensiero viene strumentalizzato in funzione della produzione e in generale di questa cultura del dominio. Il pensiero è uno strumento, non una fonte di concetti, così come anche la lingua. Per riuscire ad uscire da questa situazione, bisogna rifiutare le consuetudini linguistiche e teoretiche attuali. Ma ciò è un problema, perché anche le forme di ribellione allo stato di cose alla fine si esprimono attraverso questi linguaggi. Se il problema fosse di ordine limitato e non globale, sarebbe sufficiente privilegiare delle forme di opposizione limitate a queste tendenze di carattere strumentale all’interno della scienza. Ma anche le forme di opposizione singolare finiscono con l’utilizzare lo stesso identico strumentario concettuale e linguistico contro il quale si schierano. La forma di pensiero di opposizione al sistema, esprimendosi sempre all’interno di questa ragione strumentale, inevitabilmente viene fagocitata dal sistema stesso. A ciò si aggiungono anche meccanismi di autocensura sociale: laddove un paradigma culturale diventa dominante, anche se lo si vuole abbattere diventa necessario esprimersi attraverso le sue forme.

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