Mongo95 di Mongo95
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Habermas interpreta la Dialettica dell’Illuminismo. Esordisce facendo riferimento agli scrittori che Horkheimer e Adorno hanno analizzato. Distingue da un lato “scrittori oscuri”, che avevano comunque degli elementi che preludevano affinità con la teoria sociale di Marx; dall’altro gli “scrittori neri della borghesia”, che hanno interrotto questi collegamenti. Per esempio Sade e Nietzsche: il primo a paradigma della decadenza morale della civiltà e del pensiero razionalista borghese. Il secondo a paradigma dell’assenza, del nichilismo che caratterizzerà l’esito finale dell’Illuminismo maturo. L’analisi di Adorno e Horkheimer è stata spietata, ma non hanno abbandonato la speranza, “la speranza è dei disperati”. Tutto ciò ha dell’ironico, i due autori, nel loro tentativo di andare al di là, di superare l’esito estremamente negativo dell’itinerario autodistruttivo dell’Illuminismo, si comportano come i disperati a cui fa riferimento Marcuse. Sono degli insensati, che vanno contro corrente.

Habermas prende distanza da questo atteggiamento. Egli non è così pessimista, non ha bisogno di essere un disperato che tenta di correggere l’esito dell’Illuminismo, ma in ogni caso va detto che esistono delle analisi estremamente nichiliste dell’Occidente, come quelle degli strutturalisti, per i quali, sostanzialmente, l’uomo non esiste.
Habermas mette in evidenza la complicità, il nesso inestricabile tra Illuminismo e mito. Il primo si presenta come contrario al secondo, proponendo degli argomenti e ragioni, una forza che difende le ragioni dell’individuo, del singolo. Antitesi del mito, in quanto si slega dalla tradizione legata al passato (ipse dixit), a favore della ratio, dell’argomento migliore. Contrapposto al mito, perché non esprime potenze collettive e anonime, ma il singolo. A questo contrasto però si oppone la tesi di una complicità segreta. L’Odissea rappresenta un po’ la narrazione mitica di quello che è l’itinerario dell’Io, dello Spirito, delle difficoltà è peripezie che compie per affrancarsi dalla sua origine di predominio rispetto alla natura (culti magici), ma nello stesso tempo tale itinerario lo porta infine a sottomettere la natura, sottomettendo se stesso. L’Io, per acquisire la propri identità personale, deve infatti imporsi delle rinunce, con l’introiezione del sacrificio (il dominio di sé), l’occultamento del sé vero, che diventa Es. Ciò è la civiltà.
In sintesi: la natura originariamente non è oggettivate e l’Io le è fuso. Ne ha però paura e ne avverte la pressione, quindi pratica la magia. Il mito è la prima forma di distinzione, di spiegazione della natura e del suo superamento. È la prima forma di Illuminismo. Il dominio avviene solo quando la natura esterna viene oggettivata, con l’Io che ha il ruolo di soggetto. È già in questo momento che entra in campo la dialettica dell’Illuminismo, e non più la fusione originaria. Quando si domina la natura esterna, si reprime anche la natura interna. Ciò perché è necessario acquisire la propria identità di soggetto in relazione all’oggetto, negando il proprio sé più autentico, occultarlo, reprimerlo. L’Illuminismo più compiuto è caratterizzato da tutto ciò.
Questa tesi, afferma Habermas, è però criticabile: una disamina della storia non tanto diversa dalla diagnosi nichilistica di Nietzsche, che è altrettanto discutibile. Come se l’Illuminismo avesse già in sé l’autodistruzione. Lo spirito si vuole autoconservare e l’Illuminismo, volendo fare così, porta esclusivamente ad una forma di ragione strumentale, che è autodistruttiva.
Questo percorso generale che si delinea verso la ragione strumentale, è tale anche da limitare le sfere più alte della produzione intellettuale dell’umanità, cioè quelle sfere che dovrebbero in realtà produrre conoscenza non in funzione dello scopo? Esiste una sfera di indipendenza dalla razionalità strumentale? Ciò non è stato dimostrato. Habermas segue ancora il discorso dei due autori, che sostengono che invece una sfera indipendente non esiste. Non soltanto non possiamo fondare razionalmente le grandi idee, essere in grado di trovare qualcosa di giusto o sbagliato dal punto di vista morale, ma si cade proprio nello scetticismo etico. O nell’indifferenza.

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