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La crisi dell'io

Il punto di partenza è la messa in discussione dell'immagine unitaria e omogenea dell'io. Le riflessioni tra 1800 e 1900 mettono in discussione quest'immagine, in particolare quella di Freud. Essa è preceduta e seguita da altre posizioni intellettuali. L'immagine di un "io" composito, preludio della dissoluzione dell'io, era già presente in Hume che sosteneva che noi non percepiamo l'io, ma solo le impressioni che lo attraversano. L'io veniva meno come entità e si risolveva nelle nostre rappresentazioni. Anche in Nietzsche si giudicava più plausibile dire non "io penso", ma "esso pensa", ossia l'io è attraversato da pensieri e riflessioni (Schopenhauer parla di soggetto attraversato dalla volontà). Alcuni pensatori francesi del 1800 teorizzano questo pensiero. Per esempio i Medicines philosophes (i medici filosofi, come Ribot e Binet) e Ippolito Taine pensano che la personalità non sia omogenea, ma una molteplicità coloniale o un arcipelago; quindi l'io normale (l'immagine di noi che presentiamo a noi stessi e agli altri) non è l'unico io, ma quello più forte che si è affermato sugli altri io. Per Nietzsche è quello che più si adatta alle attese sociali, a quello che gli altri si aspettano da noi. Taine dice che la coscienza è un aggregato mutevole e fragile ("La maggior parte di noi resta fuori dalla nostra portata"), la parte che noi conosciamo e offriamo agli altri è la più piccola, quella di cui non siamo coscienti è la più voluminosa, come un iceberg. La coscienza è come un teatro in cui vengono rappresentate più scene simultaneamente e ne viene inquadrata una sola; queste rappresentazioni non riproducono necessariamente il mondo esterno, sono macchie o punti di colore.

E' come se al nostro interno vi fossero flash di immagini, che Taine pensa siano delle allucinazioni. Quindi quando produciamo un'immagine coerente della realtà, essa è frutto di una repressione, selezione forzata di allucinazioni contraddittorie. La ragione per Taine è un delirio addomesticato e tutti questi pensatori ritengono che alla base della nostra personalità c'è il caos e che l'ordine è un derivato della selezione che imponiamo alla molteplicità delle allucinazioni. Lo sforzo per arrivare dal caos alla ragione comporta il dispendio di energia psichica, quindi è un risultato fragile (la normalità, per Taine, è una condizione di allerta). Questi autori vanificano uno dei precetti originari della filosofia: quello socratico del "conosci te stesso", perché non c'è un io o una autenticità da scoprire, ma il centro dell'io è vuoto e disabitato. L'io profondo è caos, delirio. L'individuo è in realtà "dividuo" (divisibile, articolato in molteplici componenti e analizzabile in singole entità). La nostra identità personale è una coalizione di istanze guidata dalla nostra istanza prevalente che è la follia; essa non è una alterazione di noi stessi, ma è uno scioglimento di questa coalizione che porta al caos originario (un "continuum" secondo Freud). Nietzsche contesta l'immagine codificata per cui il corpo è stato svalutato a vantaggio dell'anima e delle componenti spirituali.
Il corpo è stato deriso e maltrattato, ma allo stesso tempo desiderato, come divieto. L'io è una pluralità di forze, in noi non esiste un'anima immortale, ma molte anime mortali in una sorta di enorme unione di viventi (energie istintuali). Il pensiero non è un effetto dell'io, ma una causa perché avviene quando è lui a deciderlo("il pensiero pensa") e dire "il soggetto pensa" costituisce una falsificazione.
Con Nietzsche si ha una rinuncia ad una affermazione di sovranità piena dell'io, perché l'io non è fondato su una sostanzialità né su una relazionalità. Il concetto di persona è ricondotto al significato originario"maschera"; in ciascuno vi sono diverse anime, mortali e nel corpo convivono più esseri viventi, rispetto alle quali l'intelletto produce una funzione di unità. Gli oltre-uomini sono coloro che sanno riconoscere e coltivare questa sovrabbondanza di forze vitali che esistono in loro, accettandone il conflitto. L'io è per Nietzsche un "baricentro mobile", un fattore di equilibrio dinamico che scaturisce da tensioni interiori in conflitto. La coscienza è il frutto di un'esigenza di comunicazione, una funzione che ritraduce i nostri pensieri adeguandoli alle attese sociali, nella prospettiva del gregge. Adorno dice che alcuni individui non hanno alcuna individualità ("in molti individui appare una sfrontatezza che ebbe il coraggio di pronunciare "io"" nei Minima Oralia). Il superuomo (il vero io) si fa pastore di tutti i propri io e si è padroni di sé quando si converte la sovrabbondanza delle forze vitali in piacere dell'insicurezza. Quindi si guadagnano tanti "se stesso" quando si perde l'unicità dell'io. In Nietzsche è molto importante l'oblio e chi non sa dimenticare è l'individuo reattivo, perché risentito, cioè colui che reagisce in risposta a sollecitazioni altre, non quello attivo. Questi temi vengono ripresi da Bergson e Proust. Il concetto fondamentale di Bergson è la differenza tra tempo della scienza e tempo della coscienza. Il tempo della scienza è reso equivalente allo spazio, immaginato di singoli momenti tutti uguali agli altri, e quindi reversibile. Il tempo della coscienza è quello in cui i singoli momenti valgono per la loro intensità. Il tempo interiore non è quello della coscienza che scandisce i fenomeni e si costituisce come flusso in cui le singole parti non sono distinte le une delle altre, ma compenetrate. La coscienza è per Bergson " una frase piena di virgole, ma non tagliate da punti". Ciascuno crea sé stesso attraverso le scelte che compie e questa costituzione comporta uno scarto delle possibilità che realizziamo, quindi la crescita avviene attraverso periodiche potature dell'io. Il reale è più ampio dell'attuale, perché comprende anche le possibilità non scelte; invece l'attuale è ciò che effettivamente si realizza. Proust utilizza il concetto dell'io di ricambio come una strategia contro la dissipazione della personalità. La possibilità di tenere il filo della nostra identità sta sulla base di rammemorare i diversi io della nostra vita e raccontarli. Proust dice in due passi della sua opera più nota due cose che si integrano a vicenda: nel primo passo spiega che ci sono momenti nella vita in cui c'è solo una cosa che ci fa paura, più di ogni altra cosa ed è quella di perdere l'oggetto amato; ma un'altra ci fa più paura, cioè dopo averlo perduto non gli interessi più e temiamo di perdere noi stessi.
Nel secondo passo Proust spiega in che modo si può superare questa condizione attraverso l'io di ricambio nella sezione "La fuggitiva" (La ricerca del tempo perduto), dove Albertine, donna amata dal narratore, è morta: all'io luttuoso ne subentra un altro: "il nuovo essere aveva già fatto la sua comparsa in me perché aveva potuto parlare di lei con parole accorate ma senza sofferenza". Così l'essere tanto temuto e benefico, l'io di ricambio, gli aveva portato una condizione di benessere. Il vecchio io è da qualche parte in noi, può essere rievocato ma le esigenze della vita hanno fatto emergere un io di ricambio, che sostituendo il vecchio io, ne eredita la compartecipazione al dolore ma non le sofferenze.

Simgund Freud

Era moravo (della Cecoslovacchia), era ebreo ma si era trasferito a Vienna dove studiò Medicina e anatomia. Si recò a Parigi per completare gli studi presso Charcot, che studiava l'isteria, come fenomeno prettamente femminile che egli curava con l'ipnosi. L'ipnosi serviva anche per riportare alla memoria del paziente degli episodi che aveva dimenticato nonchè matrice profonda dell'isteria. Il caso più significativo è quello di Anna O, una paziente che aveva l'idrofobia e attraverso l'ipnosi si era scoperto che da bambina aveva visto il cane della governante leccare dell'acqua in un bicchiere, questo episodio traumatizzò la ragazzina. Nel momento in cui la paziente ricorda con l'ipnosi si libera del sintomo nevrotico. Freud lo chiama momento catartico di abreazione. Il punto che porta Freud oltre questo metodo è il fatto che l'ipnosi non garantisce risultati stabili e né cura totalmente i pazienti. Il superamento dell'ipnosi avviene attraverso la riduzione della psiche in parti inconsce che non è ciò che ci appare ma è come una sorta di iceberg. In particolare ciò che ha maggior peso nella determinazione dei processi psichici è il rimosso, tutto ciò che abbiamo allontanato dalla coscienza.

Ciò avviene incosciamente e accantona tutto ciò che può essere causa di turbamento o repulsione sociale. Questo rimosso, quando viene accantonato, non è neutralizzato ma contiene a influire sui nostri comportamenti sui quali la nostra capacità di controllo si allenta. I momenti della nostra vita in cui c'è meno controllo sono i sogni, i lapsus, gli atti mancati, che sono sintomi di conflitti latenti. Freud all'ipnosi sostituisce il metodo delle associazioni libere, la cui scena tipica è quella del paziente sdraiato sul lettino con il terapeuta seduto accanto in modo defilato. Il metodo è quello di far pensare ciò che viene prima in modo che il paziente pronunci tutto ciò che è frutto del suo inconscio e del suo rimosso. Questo rapporto tra paziente e analista non è solo asettico, ma fortemente coinvolgente, si realizza un transfert, ovvero il paziente identifica il medico con una figura significativa, in una sorta di innamoramento. Il medico deve stare attento perché c'è il rischio di alterare il rapporto. Freud rappresenta la psiche umana secondo due modalità: una è l'interpretazione dei sogni, ed è la prima topica (1900), nel 1920 Freud elabora la seconda topica, infatti, la psiche è rappresentata come una mappa.
La prima topica si divide in conscio, pre-conscio e inconscio, sede del rimosso. La seconda topica distingue tra Es (parte inconscia), io (parte conscia) e super-io (che è tanto conscio quanto inconscio, perché è il guardiano della nostra psiche ed è costituito da ciò che è stato insegnato nell'infanzia e che poi si è consolidato col passare del tempo). La parte più complessa è l'Es, di cui parla come un "calderone di istinti ribollenti" perché nell'Es vi sono tutti gli istinti, desideri, esperienze più traumatiche e c'è l'istinto di piacere, la libido che indica la nostra sessualità e l'energia sessuale(una sorta di volontà di potenza). In questo esempio non valgono le forme dello spazio e del tempo(ci sono impulsi che pur essendo remoti nel tempo hanno una forza maggiore rispetto a cose recenti) né il principio di non-contraddizione, l'esempio è quel luogo dove convivono impulsi contraddittori. Rispetto al super-io e all'Es, l'io non è altro che una risultante; è un equilibrio che scaturisce dal conflitto tra Es e super-io ed è il servitore di tre padroni: super-io, Es e mondo esterno. La normalità è quella in cui questo equilibrio funziona, ma la follia non è un'altra cosa e quindi il folle non è un essere diverso: è una condizione a cui ognuno di noi è esposto. Se c'è l'equilibrio c'è la normalità, se si spezza subentra l'anomalo.
Freud usa due termini tecnici: nevrosi e perversione. La nevrosi è la condizione in cui prevale il super-io; la perversione si ha quando l'Es prende il sopravvento, dando vita ad uno sfogo. Non è mai un libero sfogo perché l'es trova forme di espressione deviate. Il tema del rimosso viene analizzato da Freud attraverso le manifestazioni psichiche in cui si manifesta, in forma deviata: il sogno e le situazioni del quotidiano che sono oggetto dell'analisi della "Psicopatologia della vita quotidiana". Il sogno è l'appagamento camuffato di un desiderio rimosso, il nostro inconscio conserva i ricordi rimosso e una energia psichica che preme perché si manifestino. Nel sogno la vigilanza del super-io è attenuata, e questi materiali rimossi si manifestano in forma camuffata. Così vi è un contenuto manifesto, che non è il sogno come lo ricordiamo, e uno latente, quindi simbolico. I sogni sono simboli del contenuto rimosso. I meccanismi di formazione del desiderio sono la condensazione e lo spostamento. La condensazione è il processo per cui in un solo elemento del sogno vi sono più significati simbolici; lo spostamento consiste nel fatto che nel sogno gli elementi più ricchi di significato sono quelli meno appariscenti in secondo piano.
Per Freud i desideri rimossi sono tutti di natura sessuale; infatti, Freud è stato accusato di "pansessualismo", ossia tutto è ricondotto alla sfera sessuale. Freud parla di libido, che è energia sessuale in senso lato, una sorta di dionisiaco vitalistico. Uno degli aspetti più dirompenti della teoria della sessualità è l'averne considerato portatore anche il bambino. Il bambino è un "perverso polimorfo", perché la sessualità è svincolata dalla funzione produttiva (perverso) ed è concentrata in diverse zone erogene (polimorfo), non solo nell'area genitale. Freud individua tre fasi: 1) fase orale (suzione); 2) fase anale (gestione delle feci); 3) fase genitale, che a sua volta attraversa un primo periodo, cioè una fase delicata, la fase fallica, a 4-5 anni. In questa fase il bambino maschio sviluppa una paura di castrazione, la bambina si sente un maschio mutilato ("invidia del pene"), per cui avverte una sorte di manchevolezza. Tra i 5 anni e l'inizio della pubertà si ha la fase genitale. Inoltre vi è un'altra teoria, quella del complesso di Edipo. Tra i 3 e i 5 anni il bambino sviluppa una sorta di attaccamento sessuale per il genitore di sesso opposto. E nei confronti del genitore dello stesso sesso si ha una sorta di gelosia, visto come un rivale. Questo complesso viene superato: quando il genitore dello stesso sesso diviene un modello da imitare, a partire dal quale riorientare la sessualità verso mete "adulte". La libido però non sempre deve indirizzarsi verso oggetti sessuali. Infatti, attraverso la sublimazione si rivolge la propria libido verso altri oggetti. Nella seconda parte della sua riflessione, Freud rivolge le sue categorie nell'ambito collettivo: "Totem e tabù", "L'avvenire di un'illusione","Il disagio nella civiltà".
Totem e tabù analizza la nascita della civiltà e i tabù fondamentali che sono quelli dell'incesto e il parricidio. Freud ipotizza che all'inizio della civiltà vi sia un'orda in cui il maschio detiene il monopolio sessuale di tutte le donne (anche se una teoria ottocentesca ribadisce un'origine della civiltà con alla base il matriarcato), quindi gli altri maschi uccidono il capo-padre e ne mangiano le carni(per acquisire le sue virtù) e ucciso il padre i maschi sviluppano un senso di colopa e divinizzano il padre totem e stabiliscono i tabù. Si passa da una dimensione "endogabica" a una "esogabica". "In avvenire di un'illusione" Freud dice che nel rapporto uomo-Dio si ha il rapporto padre-figlio, Dio è un padre temuto ma in cui l'uomo cerca protezione. "Il disagio della civiltà": per Freud la società e la sua organizzazione comporta un sacrificio collettivo della libido, spingendo l'uomo ad una dimensione lavorativa, con una sorta di super-io collettivo che indirizza le energie verso prestazioni sociali.
Quindi qualunque organizzazione sociale comporta un disagio; questa funzione repressiva che la civiltà esercita è dovuta al fatto che l'uomo non è portatore di una libido intesa come eros positivo (contratto cordiale con gli altri), ma anche di un istinto aggressivo (negativo). Nell'uomo non vi è solo il principio di piacere, ma vi è la convivenza tra "eros" e "tanathos". Essi non sono principi diversi, ma la stessa pulsione che può esprimersi in forme diverse.

Parfit

E' un filosofo americano che appartiene alla corrente dell'analitica(studio di linguaggio e logica), le sue tesi riguardano l'identità personale nel tempo. Egli afferma che essa si realizza su un supporto materiale che è il corpo (sostiene che la nostra identità possa essere determinata e che è una sorta di software dentro un hardware), e il concetto di identità non è sempre perfettamente determinabile. Egli recupera un concetto di Hume per cui l'identità è un'associazione di più profili psicologici che possono mutare pur mantenendo la stessa immagine esterna. Il concetto fondamentale di Parfit è la differenza tra continuità e connettività psicologica. Si ha continuità quando l'esistenza di una persona procede senza rottura, in continuità, cioè quando le esperienze si collocano in una linea di omogeneità; la connettività si ha quando tra gli stati mentali di una persona vi sono legami solo parziali. Parfit sostiene che la connettività non è una relazione transitiva, per cui attraverso le discontinuità successive, noi diventiamo un'altra persona. Le discontinuità rendono l'io successivo solo parzialmente connesso con quelli in precedenza, le cui connessioni vanno via via allentandosi. Dall'ipotesi degli io successivi Parfit parla di sopravvivenza personale(e non di identità personale), che però non per forza deve essere affidato allo stesso corpo. Secondo Parfit il rapporto tra l'io di oggi e l'io di domani può essere lo stesso rapporto tra il me stesso e le persone che ci circondano, perché si sviluppano delle somiglianze. Quando ci poniamo il problema di cosa resterà di qualcuno o di noi stessi, è il noi stessi che gli altri avranno ricordato di noi.
Parfit conclude che noi dovremmo avere una concezione impersonale della persona, ovvero una concezione non proprietaria, perché siamo destinati non solo ad essere influenzati dagli altri, ma anche a trasferirci negli altri. Quindi smettere di pensare alla nostra identità fa cambiare idea sulla morte, perché essa è solo uno scioglimento di quel club e perché parte di noi rimane negli altri. Alcuni autori hanno parlato dell'io come prodotto sociale. Questi autori fanno parte del pragmatismo americano. W.James crede che il vero self dell'individuo è il risultato finale di un processo sociale. Questo tema viene proposto anche da Herbert Mead; egli afferma che il self deriva dalla conversazione dei gesti, dopo diversi studi sui comportamenti animali. Perché quando compaiono un gesto, esso riceve significato soprattutto per i comportamenti che genera negli altri e innesca delle pre-azioni.
Questo scambio definisce il campo della significanza, ossia il campo in cui l'agire trova significato. Quando il comportamento si ripiega su sé stesso emerge il self, per cui bisogna distinguere tra l'IO (io) (che è l'agente immerso nell'azione) e me(che deriva dalla socialità) perché noi riusciamo a vederci completamente, solo con gli occhi degli altri. Per esempio il bambino interiorizza e riproduce gli atteggiamenti degli adulti che lo circondano e così costruisce il proprio me. Lo sviluppo completo del self si ha quando ci rendiamo conto di essere noi stessi altro dell'altro, e quindi riusciamo a conoscere ciò che dell'altro più attiene a noi e così possiamo conoscerci fermo restando che il ruolo degli altri in questa prospettiva teorica è fondamentale.

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