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La repressione è una rinuncia alla soddisfazione integrale dei bisogni, soltanto così può nascere una civiltà. La civiltà, cioè il passaggio dall’animalità all’umanità, è la fase in cui l’uomo capisce che non si può avere una soddisfazione integrale dei propri bisogni, che porterebbe all’autodistruzione, e quando comincia questa forma di attenzione si dà il via ad una forma di convivenza civile. Tutti i concetti della psicoanalisi implicano in qualche modo l’impossibilità della soddisfazione dell’istinto primario in quanto tale, che porta poi alla convivenza civile. Ma non è soltanto l’istinto tale ad essere modificato, ma anche il suo “valore istintuale”, non più qualificato in termini positivi nella sua soddisfazione integrale. Non solo l’istinto viene sublimato, ma anche il valore che ad esso si attiene viene modificato: l’istinto primario in quanto tale non più qualificato in termini positivi. Al fondo di tutto questo discorso c’è comunque una tradizione di antropocentrismo: superiorità della ragione come facoltà predominante, uomo superiore agli altri esseri perché riesce ad innalzarsi al di sopra degli istinti. Questo è un discorso che Marcuse non accetta particolarmente, dato che non accetta che la società implichi necessariamente l’estinzione del principio di piacere.

Da una soddisfazione immediata si passa ad una soddisfazione differita. Dal piacere alla sua limitazione. Dalla gioia alla fatica. Dalla ricettività alla produttività. Dall’assenza di repressione alla sicurezza. In sostanza, la civiltà garantisce comunque qualcosa: si cede parte parte della propria libertà in cambio di garanzia di sicurezza, dato che nel mondo naturale prevalgono invece gli istinti ciechi e si è costantemente a rischio. Tutto ciò si riassume nel passaggio dal principio di piacere al principio di realtà, dall’inconscio al conscio. La distinzione tra queste due dimensioni è di ordine strutturale ma anche di ordine genetico-storico. L’inconscio non si contrappone al conscio soltanto in quanto irrazionale, ma anche e soprattutto perché, governato dal principio di piacere, contiene i residui dei processi più antichi, una fase di sviluppo precedente a quella in cui vive l’essere umano in quanto essere razionale. Ciò è fondamentale, perché l’essere umano come essere razionale non è sempre in grado di essere tale: il processo del ritorno del represso con cui l’io deve fare spesso i conti, cioè il riaffiorare dall’inconscio di più processi più antichi, la memoria del passato di principio di piacere. Ciò genera la tensione di una personalità e i suoi conflitti. Da ciò derivano anche le possibilità per prospettare un’alternativa. È evidente la dialettica: il principio di realtà non nega il principio di piacere, ma lo trasforma sia nella forma che nella sostanza. Prima il piacere libero e che si soddisfa completamente in uno stato precedente alla costrizione; ora il piacere differito, che trova sviluppo in una dimensione solamente limitata.
Il principio della realtà è legato al conscio, sotto la sua azione la psiche si configura come razionale, acquisisce quelle facoltà che la rendono atta ad adattarsi al mondo esterno. Quindi è necessaria prima di tutto la facoltà della ragione (capacità di distinguere il vero dal falso, il bene dal male, etc), poi l’attenzione, la memoria, il giudizio. Tutto l’essere umano conscio agisce sotto l’azione del principio di realtà. Diventiamo dei realisti, che per Marcuse significa essere conservatori e conformisti. C’è soltanto una facoltà che rimane immune dal principio di realtà, cioè la fantasia, che ha una capacità di resistenza dovuta al fatto che è legata alla memoria dell’inconscio, proiettata però verso il futuro.
Una volta che si è sotto il dominio del principio di realtà, i bisogni si transustanziano, si agisce conformandosi alla realtà esterna e differendo la soddisfazione dei propri bisogni in funzione della razionalità della realtà esterna. Desideri e bisogni diventano eterodiretti.
Il passaggio da un principio all’altro non è certamente indolore, ma traumatico, tanto a livello individuale quanto sociale, livelli che comunque si richiamano tra di loro: ontogenetico e filogenetico. Per il secondo, il passaggio avviene con la teoria dell’orda primitiva di Freud; evento che non avviene un’unica volta, ma durante tutta la storia dell’individuo e dell’umanità, per via del ritorno del represso. Per il primo, avviene durante la prima infanzia, con l’imposizone genitoriale. La teoria metapsicologica freudiana vede che il dominio del singolo, attraverso il parricidio collettivo, viene ad essere ripristinato a livello sociale, istituzionalizzandosi. L’autorità e la repressione singola vengono rimaterializzate con l’istituzionalizzazione dei valori morali frutto del senso di colpa. Il principio di realtà lo si trova concretizzato nelle istituzioni economiche, politiche, religiose, educative. L’individuo che cresce in un ambiente storico-sociale di questo genere percepisce le istituzioni come ciò che produce ordine e legge, facendosi poi trasmettitore a sua volta dei valori come educatore. I due livelli, filogenetico e ontogenetico, si saldano.

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