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Esistenzialismo francese

L’esistenzialismo, oltre ad essere una filosofia, è un clima culturale che ha caratterizzato il periodo compreso fra le due guerre mondiali. L’esistenzialismo risulta definito da una sensibilità nei confronti della finitudine umana e da ciò che Jaspers chiama <situazioni limite>: la nascita, la lotta,
la sofferenza, il passare del tempo, la morte. Al centro del proprio dibattito c’è l’esistenza dell’uomo considerato nel rapporto qui ed ora. L’esistenzialismo filosofico fa riferimento a tutte quelle forme di pensiero che si sono trovate a condividere la concezione dell’esistenza come modo d’essere proprio dell’uomo a cominciare dal rapporto con l’essere. Modo d’essere in relazione a cui
l’individuo nella suo essere finito e irripetibile, è chiamato a decidere in vista della propria

autenticità e realizzazione.
Sia Kierkegaard che Nietzsche, sono considerati antesignani dell'esistenzialismo. Con Kierkegaard ci troviamo nella categoria della possibilità, dove “all’umano è tutto possibile e altresì impossibile”; l’esistenza dell’uomo quindi viene a caratterizzarsi come fallibile, incerta e insicura, e ciò porta
l’individuo a rimanere solo con la propria angoscia. Mentre con Nietzsche, parliamo della morte di Dio, poiché l’uomo è limitato, ossia vi sono cose che egli non può conoscere. Proprio per questo
trova uno sbocco, nella fuga (abbandono) dalla ragione ego edonistica, cioè fuggendo da ogni senso
di responsabilità. Non a caso il superuomo di Nietzsche non si fa catturare da niente, rinuncia alla
ricerca di sé, e tutto ciò sfocia nella tragedia esistenziale dell’uomo. Al contrario del pensiero
classico, è una filosofia del concreto e ancorata alla inoggettivabilità; l’oggettivabilità per
l’esistenzialismo non è possibile perché si pone in continuo conflitto con l’universale che non
riusciamo a raggiungere. Con l’Es l’uomo diventa una particolare espressione dell’essere cioè
dell’esserci, l’individuo qui ed ora, quindi non bisogna partire da una visione che si trova oltre i
confini dell’esserci.
HEIDEGGER: per molto tempo è stato considerato come la maggior figura dell’esistenzialismo fino a quando, in una sua opera, il tema centrale non era più quello dell’esistenza ma dell’essere subentrando così la figura del filosofo dell’essere, sostanzialmente estraneo all’esistenzialismo.
Heidegger ha come maestro Husserl, il fenomenologo, il quale ritiene che tutto è fenomeno e che
la coscienza prende atto della finitudine della conoscenza quindi il pensiero è teso a scoprire
l’essere del mondo fenomenico. Heidegger assume questo pensiero e riduce tutte le ricerche alla
dimensione del tempo tramite il quale l’essere può essere svelato attraverso il linguaggio nell’arte.
Egli afferma che ogni sforzo dell’uomo deve iniziare con l’esserci, che si misura con il mondo
(l’uomo nudo). Egli riduce alla dimensione del tempo la conoscenza dell’essere (tempo-esistenza),
affermando come noi tendiamo a rimanere ancorati al fenomenologismo, mentre la vera opera
d’arte è il disvelamento della verità. Infatti l’uomo è gettato nudo nel mondo e deve disvelare la
verità, iniziando una ricerca esistenziale della verità autonoma; nel disvelamento invece vi è un
ritorno continuo alla tragedia, cioè all’esserci. Questa ricerca esistenziale della verità autentica
corrisponde al “vivere per la morte”, tuttavia alla fine l’uomo trova un fine necessario, ossia il ciclo
dell’eterno ritorno.
SARTRE: La filosofia sartriana è tesa a superare ogni condizione esistenziale in direzione di
maggiori spazi di libertà, solo così si può ipotizzare un ampliamento della dimensione umana.
L’adultismo cioè il prevalere del più forte sul più debole, è un atto disumano.
“L’essere e il nulla”  La prima fase del pensiero di Sartre è segnata dall'opera “L'essere e il
nulla”, pubblicata nel 1943, che rimane l'opera principale a testimonianza del suo esistenzialismo
ateo. Il pensiero di Sartre parte da due presupposti:
1. L’ontologia della coscienza;
2. La libertà come destino dell’uomo.
Si presuppone l’esistenza di un’ontologia della coscienza che si misura con il mondo e partendo
dalla polemica con l’assoluto in cui si parla di una sostanza posta al di là delle manifestazioni della
conoscenza individuale, afferma che la verità è quella che deriva dall’intenzionalità della coscienza
cioè l'essere della coscienza, che Sartre definisce il per-sé e che si pone di fronte al mondo e che ha
la capacità di attribuire significato alle cose; la coscienza é sempre coscienza di qualcosa che non é
coscienza. Il correlato é l' in-sè, cioè l'essere delle cose e dei fenomeni, caratterizzato dalla sua
semplice presenza quindi è un essere statico. La coscienza non si identifica mai con l'in-sè, é
sempre fuori di sè, azione e movimento permanentemente proteso in avanti, senza poter mai
coincidere con la propria essenza. Affermare che l’uomo è coscienza o per sé equivale a dire che
l’uomo è libero poiché nega la realtà alla luce dei significati (ad es. appena entro in una stanza dove
ci sono delle persone, la mia libertà entra in azione poichè proietto su cose e uomini una serie di
significati e valori come bello, brutto, simpatico, antipatico). Dal nulla ha origine la coscienza e
dalla quale dobbiamo ricavare le ragioni della coscienzialità quindi Il nulla é la condizione necessaria del per-sé ed é dunque intrinsecamente legato all'essere, pur non essendo da esso generato; é generato dall'essere della coscienza, che si eterna a non essere l'in-sè, e la cui condizione
indispensabile é la libertà.
Essere libero vuol dire decidere direttamente dei propri atti ed esserne totalmente responsabili.
Sartre nell’analizzare i rapporti tra l’essere in sé e l’essere per sé, tra l’atto dell’esistere e quello
della riflessione afferma che la libertà non ha essenze, essa non è sottomessa ad alcuna necessità logica, l’uomo è in quanto si progetta. Essere libero vuol dire decidere direttamente dei propri atti
ed esserne totalmente responsabili. L'atto originario in cui la libertà si cala é la scelta. Essa non
riguarda solo gli atti riflessivi, ma tutti gli atti, dal momento che non é determinata solo dalla
ragione, ma anche da pulsioni e intenzioni che esulano dalla riflessione; la ragione stessa,
d'altronde, non é altro che una scelta possibile. La libertà della scelta crea però l'angoscia di fronte
al possibile, che é indeterminato.
Uomo come Dio mancato  Il tema principale posto nell’opera infatti è proprio la fondamentale libertà
di realizzarsi di ogni uomo come uomo-dio e l'inevitabilità di rimanere sempre un dio-fallito perché la
coscienza può sorgere soltanto dopo l’essere e come nulla dell’essere stesso. La totalità cui l'uomo tende é la
conciliazione di in-sè e per-sè: perciò ' l'uomo é l'essere che progetta di essere Dio ', ma Dio è altro dall'uomo
e pertanto risulta inattingibile. L'uomo é dunque un 'Dio mancato' e tutte le sue azioni e le sue scelte risultano
assurde. Ciò che evidenzia il fallimento è l'angoscia che attanaglia l'uomo nel vivere il suo esistere come una
libertà fasulla, basata sul nulla: l'esistente si scopre così condannato ad esistere sempre al di là della propria
essenza, cioè 'condannato alla libertà': ' non siamo liberi di cessare di essere liberi '.
Ogni risposta che il soggetto fornisce alle proprie domande é anche sempre negazione ma la coscienza
incontra l'essere non solo nella realtà delle cose, ma anche nell' altro, nell'altra coscienza, e mediante essa le
si presenta la speranza di poter evadere dal proprio stato di mancanza. Ma anche l'essenza dell'altro é
negazione: esso é ' l'io che non é me ' . Anche il rapporto con l'altro é, dunque, segnato da una netta
negatività.

Critiche 
L'essere e il nulla fu oggetto di critica da parte dei marxisti e dei cattolici: i cattolici vi scorsero
una filosofia atea e materialistica, mentre i marxisti lo imputarono di idealismo e di pessimismo. Nel saggio
“L'esistenzialismo é un umanismo” (1946), Sartre si difese da queste accuse, rifiutando le interpretazioni del
suo esistenzialismo in chiave pessimistica e individualistica. L'esistenzialismo é una filosofia dell'uomo
libero, legato da rapporti costitutivi con gli altri uomini e dalla responsabilità nei loro confronti. Egli ha
dunque la sua fondamentale componente morale nell' impegno verso sè e verso gli altri, al fine di rendere più
umano il mondo.
MERLAU-PONTY: Contro la dicotomia istituita da Sartre tra l’essere in sé (quello degli oggetti dispiegati
nello spazio) e l’essere per sé (quello della conoscenza), Maurice Merlau-Ponty afferma che l’anima e il
corpo sono due strutture del comportamento in quanto il corpo nel soggetto normale non è distinto dallo
psichico. Egli è contro l’idea che vede l’anima agire sul corpo e viceversa, in quanto ritiene che supposta
azione è reciproca, essendo i due livelli corrispondenti. Egli ritiene che il corpo costituisce il punto di
intersezione della coscienza del mondo ( “Io sono tutto ciò che vedo”), non riducibile alla somme delle sue
componenti, è la dimensione attraverso cui l’individuo scopre la complessità dei rapporti che lo legano al
mondo. Merlau-Ponty si riallaccia al behaviorismo americano di cui rigetta però gli esiti fisicalistici e precisa
che la percezione non è un fatto isolato, ma costituisce l’atto attraverso cui l’io, come corpo, inserendosi nel
mondo, entra in rapporto con gli altri. Da questa concezione nasce la visione della libertà che si esprime
attraverso la fenomenologia della percezione.
Egli rivendica il carattere aperto della dialettica, precisando che non è possibile ridurre la storia ad un fatto
storico, poiché la storia non è lo svolgersi “di una verità bell’e fatta”, in quanto essa di tanto in tanto si
incontra “con una verità che si sta facendo”; e in questa rivendicazione non ritiene corretto che il significato
totale della storia possa essere assegnato al potere del proletariato. E proprio per questo, egli ritiene
necessario recuperare le idee di fondo di Marx e di restituire alla dialettica oggettiva delle cose, il compito di
fondare un socialismo scientifico.
Infine Merlau-Ponty osserva che le rivoluzioni “non possono mai essere ciò che erano come movimento”
poiché “esse sono vere come movimenti e false come istituzioni”.
ALTRE FIGURE RILEVANTI: La scuola di Parigi, nell’intento di recuperare i momenti essenziali di
quell’indirizzo filosofico che si sviluppa nell’intellighenzia francese della prima metà del Novecento, si
imbatte in figure come quella di:
- Simone de Beauvoir, la quale afferma che fino ad ora le capacità della donna sono state
soffocate ed è arrivato il tempo che, per far trionfare il regno della libertà, uomini e donne al
di là delle loro differenziazioni naturali, affermino la loro fraternità;
- Simone Weil, che dopo aver affermato l’inutilità del “regno della forza”, auspica una
conversione radicale dell’uomo affinché possa attraversare lo spazio e il tempo giungendo
alla presenza stessa di Dio;
- Albert Camus, che ritiene che il pensiero che si forma con la sola storia, toglie all’uomo il
mezzo o la ragione di vivere; la storia altro non è che una causa occasionale, un’occasione
con la quale l’uomo possa avvertire l’esistenza di un valore che gli permetta di giudicare la
storia stessa.
MARCEL – Buber: Gabriel Marcel afferma che la realtà è anteriore al sapere. Egli si rifà al pensiero di
Martin Buber il quale distingueva il principio dialogico della relazione Io-Tu (relazione tra gli esseri umani
ma anche tra questi e Dio) e il principio non dialogico della relazione Io-Esso (mondo dell’esperienza); egli
riteneva che il singolo fosse colui per il quale la realtà della relazione con Dio comprende la possibilità di
relazione con ogni alterità. Seguendo questo presupposto, Marcel identifica l’Altro come un Tu, e ciò vuol
dire riconoscerlo come libero, come il mistero di un’altra individualità, esperibile con l’amore e la fedeltà.
L’essere, a questo punto, non può essere posseduto nella forma dell’oggetto, né può essere concepito senza
l’esistenza, ma smarrendosi nell’oggettività, l’uomo è un “pellegrino” la cui via è segnata dalla fede; a
questo proposito l’originalità più vera di un essere consiste nel ricercare il significato della propria essenza.
L’individuo animato dalla speranza e dalla fede in Dio (Tu-assoluto), si apre alla Trascendenza, che va al di
là dell’esperienza possessiva e oggettivante dell’esistenza, e ciò riduce la condizione dell’uomo a un’attesa.
Lavelle – LE SENNE: Per Marcel, l’essere è un mistero, e solo la grazia divina può rispondere alle attese
degli uomini. Mentre per Louis Lavelle, la questione della “partecipazione” a Dio dà luogo a un dualismo tra
l’essenza, che è in Dio e l’esistenza, che è da Dio; ognuno di noi partecipa a quell’Essere che è presenza
dell’io all’Essere e dell’Essere all’io. Questo è un atto eterno che si esprime attraverso l’indivisibilità
dell’istante, in quanto, slegato dall’atto partecipante di Dio, il tempo non è concepibile; ciò dimostra il nesso
indissolubile esistente tra tempo e eternità. Quindi nelle riflessioni di Lavelle, l’agire umano è un atto
partecipato delimitato all’interno dell’atto partecipante divino, in cui cerca la totalità. Negli scritti, invece, di
Renè Le Senne, l’individuo realizza il suo valore nella contrapposizione tra l’attività dell’io e l’ostacolo,
ossia ciò che limita l’io determinandolo come “me”, poiché l’uomo non può giungere al valore se non ha
determinato il Valore assoluto. A questo punto il problema della libertà diventa, un processo di liberazione
dell’esteriorità mondana della determinazione (“me”), e la rivelazione del valore, la cui unità va ricercata nel
valore assoluto che rappresenta il centro di tutti i valori. Attraverso il processo che porta l’esistenza a porsi
come problema a se stessa, l’essere acquista coscienza di sé. La coscienza morale, a questo proposito,
rappresenta la concezione della vita che si pone dinnanzi all’uomo, desideroso di scoprire e compiere il suo
compito.
MOUNIER: Per quanto riguarda invece l’esistenzialismo cristiano, il più grande esponente è Emmanuel
Mounier (fondatore della rivista “Esprit”, nel 1932), per lui il compito della filosofia consiste nel realizzare
nella storia la “comunità dei santi”. Egli prende le distanze da ogni forma di clericalismo e di integralismo
cattolico, perché li ritiene incapaci di liberarsi dall’egoismo individualistico e dal collettivismo. Mounier è
legato al personalismo cristiano, considerato come una rivoluzione morale tesa a definire sul piano politico,
uno Stato pluralista e sul piano economico, un’economia decentralizzata fino alla persona. Inoltre ritiene che,
a differenza dell’individuo (dissoluzione della persona nella materia), la persona è aperta alla trascendenza e
si coglie pienamente nel suo agire, tuttavia non potrà mai liberarsi dalla schiavitù della materia, a causa della
sua condizione. L’autore è in dissenso anche con l’individualismo, che ha sostituito la persona con
un’astrazione giuridica intercambiabile e con il capitalismo, che si è messo in relazione al non-essere
attraverso la sua monotona unità di misura, ossia il denaro. Sostanzialmente, quindi, egli auspica l’avvento di
una società nella quale sia possibile un dialogo tra le esigenze del Cristianesimo e quelle del marxismo, in uno Stato pluralista, avente poteri divisi e contrapposti.
Mounier respinge anche l’idea di democrazia, ritenendola un regime in cui vi è la pretesa, da parte di tutti, di
avere competenza nel governo, ma che tuttavia non mira alla perfezione delle persone che vi si dedicano né
alla loro attuazione. La comunità umana auspicata da Mounier, dovrà ricercarsi nell’amore cristiano, e potrà
attuarsi solo quando tutte le singole persone si preoccuperanno, prima di tutto, di innalzare gli altri al di
sopra del loro livello (verso i valori particolari della loro vocazione), quindi migliorandosi.

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