Aristotele


Tutti gli uomini per natura tendono alla conoscenza.
Aristotele → valore primario della conoscenza disinteressata → puro amore del sapere
Per Aristotele la filosofia svolge un duplice compito:
- La costruzione dei saperi relativi ad alcuni campi della realtà (dalla fisica, all’etica, alla politica) e l’indagine intorno all’essere, fino a raggiungere l’esempio più alto che è Dio
- L’organizzazione dell’enciclopedia di tutti i saperi.

Il sistema del sapere

Si articola in scienze (la scienza è il metodo dimostrativo attraverso cui l'uomo può studiare il necessario):
→ Teoretiche (metafisica, fisica, matematica):
• Metafisica: studia l’essere in se stesso che è sostanza.
• Fisica: studia l’essere come movimento che è sostanza sensibile (Psicologia → studia l’essere in movimento dotato di anima → principio di vita)
→ Pratiche (etica, politica):
• Etica: studia l’agire umano ed analizza le virtù.
• Politica: descrive e classifica le costituzioni politiche.
→ Poietiche (tecniche, poesia):
• Tecniche: studiano la produzione di oggetti.
• Poesia: studia la produzione di tragedie, commedie, poesia, epica, ecc.

Le scienze teoriche

Metafisica (ontologia)
Nella metafisica Aristotele respinge la teoria platonica delle Idee, a suo giudizio incapaze di costruire un valido principio di spiegazione in quanto scinde il mondo delle forme trascendenti da quello del divenire.
La metafisica è la filosofia prima ed è l’unica che si pone il problema della verità ultima, del fondamento di ogni ente e processo della realtà (tra le scienze teoretiche è la più nobile e perfetta).
→ Scienza delle cause e dei principi primi
→ Scienza dell’essere in quanto essere
→ Scienza della sostanza
→ Scienza della sostanza immobile o Dio
In quanto scienza delle cause e dei principi primi la metafisica fa tutt’uno con la sapienza. Per Aristotele tutte le realtà hanno in comune il fatto di ‘’essere’’. Sono ad esempio esseri inanimati (pietre), esseri viventi (piante), esseri viventi con capacità sensoriali (animali) o animali dotati di ragione (uomini) → sono comunque tutti esseri.
La metafisica ha il compito di indagare sull’essere in generale → ‘’l’ente in quanto ente’’
Al contrario le altre scienze teoretiche studiano alcuni modi d’essere specifici (fisica → movimento, matematica → enti matematici)

L’essere come sostanza

Secondo Aristotele il significato fondamentale a cui si riferiscono i vari sensi è costituito dall’ “essere per sé’’, ovvero dall’essere che esiste di per sé, cioè dalla sostanza. Tutto ciò che è, o è sostanza o determinazione della sostanza.
Categorie della realtà: sostanza, quantità, qualità, relazione, luogo, tempo, situazione, avere, agire, patire.
Le categorie sono, oltre che modi fondamentali dell’essere, anche i modi in cui l’essere si dice: i generi sommi della predicazione. → Concetti generali a cui si riconduce ogni predicato

L’essere come accidente

→ L’essere in quanto casuale, non connesso all’essenza, che come tale può appartenere o non appartenere a una realtà, a una sostanza.

La sostanza come sinolo di materia e forma

Aristotele per porre fondamento a questa affermazione eguaglia l’essere alla sostanza. Che cos’è la sostanza?
Ogni sostanza individuale è una realtà complessa, ovvero un sinolo (synolon = unione, composto) di materia e forma.
Materia: principio indeterminato e informe che fungve da sostrato (soggetto di ogni determinazione)
Forma: configurazione di quella materia → principio di organizzazione che determina ciò che la cosa è (ovvero l’essenza).
La materia si configura e si organizza secondo una forma, cioè secondo una struttura costante, specifica del tipo di realtà a cui un dato individuo appartiene (ad esempio uomo= sostanza individuale = materia organizzata e strutturata da una forma corrispondente alla specie umana).
Se la sostanza, in quanto sinolo, è individuale allora la forma che ne costituisce il principio organizzatore è universale (comune a tutti gli individui appartenenti alla stessa specie).

L’essere è sostanza individuale oppure forma?

Ciò che è reale è la sostanza come individuo (insieme indivisibile di materia e forma), se l’individuo è la sostanza prima, l’essenza in cui egli si struttura è la sostanza seconda.

L’essere come potenza e atto

Aristotele, tra i diversi significati dell’essere, integra anche quello dell’essere come potenza e come atto → soluzione definitiva al problema del divenire.
Il divenire non è altro che il passaggio da un modo di essere all’altro, ovvero dall’essere in potenza all’ essere in atto.
La potenza è la possibilità non ancora realizzata e l’atto è la realizzazione di quella possibilità (potenza).
L’atto inoltre possiede una priorità rispetto alla potenza → nelle sostanze che divengono, l’atto preesiste alla potenza come fine del divenire di quelle sostanze, la potenza quindi si definisce sempre in relazione all’atto, come capacità, possibilità di passare all’atto.
Le sostanze sensibili sono dunque soggette al divenire e si distinguono in quattro tipi di cause: materiale, formale, efficiente o motrice e finale.

Sostanze sensibili e sostanze soprasensibili

Per Aristotele il mondo delle sostanze si distribuisce su tre livelli:
→ Sostanze sensibili corruttibili: le realtà del mondo terrestre, soggette a ogni tipo di mutamento.
→ Sostanze sensibili incorruttibili: i cieli e tutti i corpi celesti, composti di forma e di una materia incorruttibile, l’etere, che si muovono di moto circolare e non nascono né periscono.
→ Sostanze soprasensibili, intelligibili: le intelligenze che muovono le sfere celesti e Dio, che è a capo della gerarchia di queste sostanze e , pur essendo immobile, tutto muove attraendolo a sé.
I primi due tipi di sostanza sono oggetto di fisica, l’ultimo di metafisica in quanto teologia.

Dio come motore immobile

Sviluppando un argomento già presente negli ultimi dialoghi platonici, Aristotele sostiene che la materia non può avere in se stessa la causa del proprio movimento. Dunque tutto ciò che si muove, è necessariamente messo in moto da qualcos'altro. Questo qualcos'altro, poi, se è anch'esso in movimento, è mosso da altro ancora (come la pietra è mossa dal bastone, che è mosso dalla mano, che è mossa dall'uomo). In questo processo di rimandi non si può procedere all'infinito perché altrimenti rimarrebbe inspiegato il movimento iniziale, dalla cui constatazione siamo partiti. Non potendo così andare all'infinito, vi devono essere dei principi, ovvero dei motori immobili a cui fanno capo i vari movimenti e, a maggior ragione, vi deve essere un principio primo e immobile, un Primo Motore Immobile, a cui fa capo tutto il movimento. Per Aristotele questo Motore Immobile è Dio stesso, a cui il filosofo attribuisce anche altre caratteristiche. Prima di tutto Dio deve essere un atto puro, cioè un atto senza potenza, giacché la potenza è la possibilità di cambiamento mentre Dio, se è Motore Immobile, non può essere sottoposto al mutamento. Inoltre Dio deve anche essere forma pura o sostanza incorporea perché è appunto privo di materia.
Alla domanda: come può il Primo Motore muovere restando immobile? Aristotele dice che esso non muove come una causa efficiente, dando un impulso, ma muove come causa finale, cioè come 'un oggetto d'amore'. In altre parole, il Primo Motore muove come l'oggetto d'amore attrae l'amante, pur restando immobile. Dio è la Perfezione che, come una calamita, attira e quindi muove il mondo. Di conseguenza, l'universo è una sorta di sforzo della materia verso Dio e quindi, in pratica, un desiderio incessante di prendere 'forma', Non è tanto Dio che dà forma al mondo, ma è piuttosto il mondo che, aspirando a Dio, si auto-ordina (non si dimentichi che per i Greci l'universo non è creato, non ha avuto origine, sussiste da sempre).
A Dio, come causa prima del divenire, appartiene dunque solo l’atto, non la potenza: egli è atto puro, pura forma priva di materia e, in quanto immateriale, è pensiero. Ma qual è l’oggetto del pensiero di Dio? Deve essere quanto di più eccellente, adeguato alla sua perfezione: non il mondo, quindi, ma se stesso.
L’intelligenza divina quindi pensa a se stessa è ‘’pensiero del pensiero’’, pura autocontemplazione e autocoscienza.

Fisica

La fisica di Aristotele è puramente qualitativa e teoretica e non prevede l’utilizzo di enti matematici → la fisica è scienza della natura e si occupa principalmente dell’essere in movimento.
Al contrario di Platone, Aristotele sostiene la possibilità di una vera e propria scienza della natura, capace di comprendere i principi e le cause delle cose.
L’impostazione della fisica aristotelica è finalistica poiché per lui tutto agisce in funzione del raggiungimento del bene → osserva che anche i fenomeni naturali si manifestano in modo regolare. Quella di Aristotele è una fisica qualitativa e non quantitativa: essa infatti non studia gli aspetti quantitativi della natura, né, perciò, si avvale delle discipline matematiche.

Elementi e movimenti della natura

Nella concezione aristotelica, la natura è divisa in due realtà: quella celeste e quella sublunare (ossia terrestre). La prima si estende dal cielo delle stelle fisse fino all’astro più vicino alla terra, ovvero la Luna; la seconda comprende l’intera regione sublunare, con la Terra collocata al centro dell’universo.
I due mondi differiscono per due aspetti essenziali → gli elementi da cui sono formati e il tipo di movimento che li caratterizza.
→ Gli elementi del mondo sublunare sono quattro: terra, acqua, aria e fuoco e combinandosi tra loro essi determinano la composizione delle sostanze, ne producono la nascita, le trasformazioni e la morte. Invece i corpi celesti sono costituiti da un quinto elemento: l’etere o quinta essenza.
Il movimento studiato dalla fisica può essere di quattro tipi e dipende direttamente dal peso degli elementi:
• Locale: che può essere rettilineo verso l’alto (dal centro del mondo) o verso il basso (verso il centro del mondo) e circolare (intorno al centro del mondo).
• Qualitativo (diventar freddo di un corpo caldo)
• Quantitativo (crescita verso l’alto di un fiore)
• Sostanziale (la nascita o la morte di un essere vivente)
Di tali movimenti quello più importante è il movimento locale → cambiamento di luogo
Il mondo delle sostanze corruttibili o terrestri è caratterizzato dai primi due tipi di movimento, entrambi rettilinei, verso il basso o verso l’alto: la terra e l’acqua si muovono naturalmente verso il basso, l’aria e il fuoco verso l’alto.
Invece nel cielo l’etere di muove di moto circolare → è più perfetto

La fisica celeste

L’astronomia per Aristotele è una scienza ibrida collocata a metà strada tra le discipline matematiche e quelle fisiche. Nell’elaborazione della sua teoria dei cieli Aristotele utilizza il modello di Eudosso di Cnido che era in grado di descrivere i moti apparenti degli astri.
Aristotele trasforma questo modello in una descrizione fisica dell’universo estremamente complessa, in cui 55 sfere ruotanti cessano di essere enti geometrici per assumere il carattere di entità fisiche e reali costituite di etere → non si muovono di moto proprio ma sono mosse da un’intelligenza divina.
→ Il moto degli astri è perfetto poiché circolare e la forma dell’universo è quella di una sfera (perfetta).
Al limite superiore dell’universo fisico c’è un’enorme calotta sferica che ruota su se stessa e che ospita le stelle fisse, astri le cui distanze reciproche rimangono invariate.
Le altre sfere ruotano una intorno all’altra tutte però attorno ad un centro comune.

La fisica terrestre (sublunare)

Per Aristotele ogni cosa ha un luogo naturale, determinato direttamente dal peso dell’oggetto, quindi il movimento dell’oggetto è determinato dal peso.
Nel caso in cui un elemento venga strappato dal suo luogo naturale in modo violento, tende a tornarvi.
Il geocentrismo → trova conferma nella teoria del luogo naturale poiché la terra, essendo costituita da terra e acqua, gli elementi più pesanti, non può che trovarsi al centro del sistema.
Lo spazio e la negazione del vuoto
Come ogni elemento occupa un luogo naturale o vi tende, anche i corpi occupano un luogo.
→ Quando un corpo si sposta abbandona un luogo per occuparne un altro.
Il luogo comune è il luogo che un corpo condivide con altri, il luogo proprio è occupato esclusivamente da quel corpo.
Spazio= somma di tutti i luoghi occupati dai corpi
→ Il luogo non potrà mai essere concepito come luogo di nulla, ossia come vuoto.
Quindi il vuoto non esiste perché non esiste e non è concepibile.
→ Se il vuoto non esiste nell’universo non esiste neppure fuori dall’universo.

Il tempo come misura del moviemento

Le sostanze sensibili si muovono nello spazio → ogni loro mutamento si svolge nel tempo.
Il tempo è una proprietà del movimento → è determinabile solo in relazione al movimento.
Egli propone una concezione del tempo radicalmente alternativa a quella platonica.
Se infatti per Platone il tempo è «immagine mobile dell’eternità», per Aristotele il tempo è un aspetto della realtà naturale strettamente connesso alla realtà fisica dello spazio. Ciò che media tra spazio e tempo è il movimento che, attraverso l’istante, consente di trasferire la nozione di “limite” dal primo al secondo.
Il tempo è connesso al divenire → l’universo non diviene → quindi è eterno.

L’infinito in potenza e la finitezza del mondo

Il concetto di ‘’infinito’’, secondo Aristotele, non è in sé assurdo, purché lo si intenda come infinito in potenza e non in atto → infinito matematico (non c’è nessun limite).
In atto esiste solo il finito: l’infinito è imperfetto e solo il finito è perfetto, in quanto compiuto e interamente realizzato.

Psicologia

La psicologia è la scienza che studia il movimento dei corpi dotati di anima. Aristotele intende per anima la forma o struttura che rende il corpo capace di vivere e lo distingue da un inerte aggregato di materia (anima = principio di vita).
Atto : Forma = Materia : Potenza
L’anima è:
• Causa formale (l’anima è forma del corpo, senza la quale il corpo non vive)
• Causa finale (l’anima è il fine che da senso è unità al funzionamento degli organi)
• Causa motrice (l’anima è fattore determinante dell’organismo vivente).

Le funzioni dell’anima

Tra le anime dei viventi Aristotele istituisce una gerarchia, definita in base al numero e alla complessità delle funzioni:
→ Anima vegetativa (livello inferiore): funzioni elementari → biologia
→ Anima sensitiva (livello superiore): percezione, movimento e desiderio → animali
→ Anima intellettiva o razionale (livello più elevato): pensiero → umani

Il processo conoscitivo

Per Aristotele, a differenza di Platone, la conoscenza ha il suo fondamento nell’esperienza sensibile → percepiamo la conoscenza attraverso i sensi.
Sesto senso: percezione comune, ciò che accomuna più sensi.
Le forme sensibili acquisite mediante il contatto con gli oggetti esterni si depositano quindi nella memoria.
Gli umani possono rievocare con la mente ciò che è stato vissuto → Immaginazione
L’intelletto infatti opera sulle immagini sensibili e non immediatamente sui dati del senso.

L’intelletto in atto e l’immortalità dell’anima

Il processo conoscitivo viene descritto da Aristotele in termini di potenza e di atto.
Le nostre facoltà sensitive sono in potenza, capaci di ricevere le forme sensibili. Questa capacità poi viene tradotta in atto grazie al contatto con l’oggetto esterno.
Intelletto in potenza è in tutte le cose → perché avvenga l’intellezione ci deve essere l’intervento dell’intelletto in atto → intelletto agente → principio attivo del pensare.
L’anima secondo Aristotele non è immortale ma muore alla morte del corpo.

Le scienze pratiche

Secondo Aristotele le scienze pratiche (etica e politica) si distinguono dalle teoretiche per le caratteristiche del proprio oggetto e per il loro stato conoscitivo.
Il fine del sapere pratico non è la contemplazione della verità, ma la migliore condotta umana. Le scienze pratiche non possono pervenire conclusioni certe ed universali poiché l’agire umano è incerto ed imprevedibile → tanta esattezza quanta ne permette la natura dell’argomento.
La riflessione sulla condotta umana:
• Etica = piano individuale
• Politica = vita associata
L’uomo è animale politico poiché possiede la ragione e la parola.

Il fine dell’agire umano è la felicità

Le azioni umane sono dirette a dei fini, che in quanto tali costituiscono dei beni: bene, infatti, è ciò verso cui ogni cosa tende.
Tra i beni però vi sono delle differenze, vi è una gerarchia → deve esserci un bene al quale si riferiscono tutti gli altri → bene supremo = felicità (eudaimonia).
Diverse concezioni della felicità:
• La maggioranza degli uomini ritiene che la felicità consista nel piacere e nel godimento → esistenza simile alle bestie
• Alcuni pongono la felicità nell’onore (prestigio e considerazione) → partecipazione attiva alla vita politica → dipendenza dagli altri
• Alcuni pongono la felicità nella ricchezza → illusione che queste costituiscano la felicità
• Solo chi sceglie la vita contemplativa (ricerca disinteressata della verità), conduce un’esistenza degna di un uomo.
Pertanto, per Aristotele il bene autentico dell’uomo consiste nella piena e perfetta realizzazione della sua forma, ovvero l’anima razionale.
Difatti poiché la natura propria dell’uomo è la ragione, ne consegue che solo una vita condotta secondo ragione può raggiungere il massimo della felicità.
La felicità che si trova nella vita contemplativa non può perciò prescindere da alcune condizioni favorevoli → la felicità aristotelica accoglie ed integra tutte le aspirazioni della natura umana.

L’etica

Per Aristotele esistono due tipi di virtù:
1. Intellettiva (dianoetica), che consiste nell'esercizio della ragione;
2. Morale (etica), che consiste nel dominio delle ragioni sugli impulsi sensibili.

Virtù etiche

La virtù etica consiste nella scelta del giusto mezzo che si trova tra i due opposti (es. coraggio giusto mezzo tra viltà e la temerarietà; magnanimità è il giusto mezzo tra vanità e umiltà).
La principale tra le virtù etiche è la giustizia alla quale Aristotele dedica l'"Etica".
Secondo Aristotele l'uomo che rispetta le leggi è un uomo virtuoso.
La Giustizia può essere per Aristotele:
1. Distributiva quella che distribuisce a tutti i beni in base al merito;
2. Commutativa quella che presiede i contratti che possono essere volontari (vendita, mutuo) o involontari (furto,tradimento)

Sulla giustizia è fondato il diritto che può essere privato o pubblico


Virtù dianoetiche
Le virtù dianoetiche sono quelle dell’anima razionale:
1. Arte (capacità di produrre un oggetto)
2. Saggezza (capacità di agire nel giusto nei confronti dei beni umani)
3. Intelligenza (capacità di cogliere i primi principi)
4. Scienza (capacità dimostrativa o apodittica)
5. Sapienza: è la regina delle virtù (il sapiente è colui che ha nello stesso tempo scienza e intelligenza)

La politica

La politica è il fine della vita etica. La vita associata è un'esigenza naturale degli uomini: infatti Aristotele definisce l'uomo come un animale politico (zoòn politikòn), diversamente dalle bestie o dalle divinità che possono vivere isolate.
Solamente l'uomo Greco è animale politico, i invece barbari non vivono nelle polis, bensì in grandi regni che sono domini personali del sovrano e perciò sono servi per natura.
L'individuo ha bisogno degli altri sia per le proprie necessità sia perché senza leggi ed educazione non può raggiungere la virtù. Perciò è necessario che ci sia lo Stato, che si ponga come fine, la felicità: lo Stato è il fine ultimo di tutte le forme di convivenza sociale.
La famiglia è la prima struttura, sia dal punto di vista sociale (è organizzata come un primato del capofamiglia sulla donna e figli e sul possesso degli schiavi) che economico. Aristotele accetta la schiavitù, giustificata dalla disuguaglianza naturale degli uomini: gli schiavi sono strumenti animati che col proprio lavoro permettono agli uomini liberi di dedicarsi ad altre attività tra cui la contemplazione della verità.
Economicamente Aristotele mostra una preferenza per l'attività agricola che converte merce in denaro per acquistare altre merci piuttosto che per l'attività commerciale che converte denaro in merce per guadagnare altro denaro e quindi è mossa dal desiderio di ricchezza più che dal bisogno.
Aristotele cerca la forma di governo più adatta a tutte le città, scelta intermedia tra una esistente ed una ideale.
Aristotele divide le forme di governo in monarchiche, in cui governa solo uno; aristocratiche, in cui governano i migliori, costituzionali (politèiai), che oggi definiremmo democratiche, in cui governa il popolo. Esse degenerano nel caso in cui ognuno agisca per il proprio interesse: la monarchia degenera in tirannide, l'aristocrazia in oligarchia, la costituzione diviene democrazia, ovvero dominio dei nullatenenti in cui nessuno mira all'utile comune.
Ovviamente ogni forma di governo struttura in maniera differente le proprie istituzioni: così l'equilibrio migliore si ha quando governa la classe media agricola piuttosto che non quando governano i ricchi che vogliono mantenere l'ineguaglianza o i poveri che vogliono sovvertire lo "status quo".
Aristotele, che in un primo tempo preferiva la monarchia, poiché più facile realizzare la virtù in uno che in molti, ritiene poi che la politèia conferisca la possibilità a tutti di raggiungere la virtù e di coprire cariche pubbliche, essendo abbastanza duttile inoltre ad accogliere ciò che vi è di buono nelle altre forme di governo.
Più specificamente i cittadini devono essere proporzionati all'estensione territoriale e bisogna tener sempre presente l'indole del popolo che si governa. I compiti devono essere distribuiti bene e Aristotele postula tre classi ma non prevede comunanza di donne o beni.
È bene che nello Stato governino gli anziani, poiché vi è meno amarezza nell'obbedire ad una persona più anziana e si potrà poi occupare il suo posto. Comunque i filosofi non sono posti a capo della città (come in Platone dove il filosofo = re o il re = filosofo) quanto piuttosto come consiglieri: difatti ciò che è necessario all'uomo politico è la saggezza pratica (phrònesis) di cui il primo è privo. Compito principe dello stato è l'educazione, uguale per tutti, mirante soprattutto al conseguimento della virtù.

Le scienze politiche

Poetica

La Poetica è un trattato di Aristotele, scritto ad uso didattico, probabilmente tra il 334 e il 330 a.C., ed è il primo esempio di analisi dell'arte distinta dall'etica e dalla morale della civiltà occidentale.
Nella Poetica, Aristotele esamina la tragedia e l'epica, e probabilmente (ma non possiamo esserne certi, essendo parte del testo andata perduta), la commedia.
Aristotele introduce due concetti fondamentali nella comprensione del fatto artistico: la mimesi e la catarsi.
Nella Politica Aristotele mostra che l’uomo può realizzare la propria felicità solo nella città (polis), intesa come società perfetta, cioè autosufficiente, fondata sulla natura comunicativa degli esseri umani (la parola) e dotata della costituzione più adatta alla cultura dei suoi abitanti (regno, aristocrazia o “politìa”, cioè democrazia moderata). Nella Poetica Aristotele colloca la poesia ad un livello superiore alla storia e vicino alla filosofia, perché ha per oggetto l’universale, e definisce la tragedia come arte di suscitare le passioni (pietà e terrore) ed insieme di purificarle.

La logica aristotelica

La logica studia le leggi del funzionamento corretto del pensiero, espresso attraverso il discorso. Il termine logica non è di Aristotele. Aristotele usava il temine "analitica", che deriva dal greco anàlysis e indica l'operazione di scomporre nei suoi elementi più semplici un ragionamento. La logica per Aristotele è uno strumento e non una disciplina a se stante. La logica infatti si occupa della struttura del ragionamento e per questo soggiace ad ogni scienza particolare. Ci sono dei principi generali del pensiero e del ragionamento che non si possono violare, pena la non correttezza dei ragionamenti stessi e quindi delle singole scienze.
La logica di Aristotele non è convenzionale ma si basa sulla struttura stessa della realtà.
→ "La verità dei concetti e dei ragionamenti è basata sulla realtà delle cose, cioè sulla loro sostanza".
La logica si articola in due parti, l’apodittica e la dialettica. L’apodittica ha per oggetto la dimostrazione scientifica, che muovendo da premesse vere giunge a conclusioni necessariamente vere, la dialettica invece tratta delle argomentazioni che muovono da premesse solo probabili e conducono pertanto a conclusioni dello stesso tipo.
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