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Requisiti necessari all’esercizio del potere disciplinare


Il potere disciplinare richiede requisiti sostanziali e forme procedurali.
Il primo requisito sostanziale attiene alla necessità che tale potere riguardi un fatto sussistente. Un ulteriore requisito riguarda il rispetto del principio di proporzionalità tra il fatto addebitato e la sanzione che si intende irrogare.
Infine, l’ultimo presupposto inerisce la verifica dell’istituto della recidiva.
Accanto ai presupposti sostanziali, il potere disciplinare deve rispettare requisiti di natura formale.
In primo luogo il datore di lavoro deve fissare il codice disciplinare in un luogo accessibile a tutti i lavoratori. Esso deve contenere l’elenco dei comportamenti che il dipendente deve tenere durante l’esecuzione del contratto e associare l’inottemperanza di tali comportamenti a delle sanzioni.
Inoltre, lo statuto dei lavoratori riconosce in via residuale al datore di lavoro la possibilità di definire specifiche forme di inadempimento che a livello disciplinare sono imputabili al lavoratore.
Affinché il potere disciplinare venga attivato deve aver luogo la contestazione dell’addebito: essa consiste nella necessità che al lavoratore si contesti un determinato fatto, il quale deve risultare sussistente.
A seguito della contestazione il lavoratore ha diritto di difesa: egli può farsi assistere da un rappresentante sindacale al fine di addurre l’insussistenza del fatto contestato.
In seguito alla presentazione della difesa da parte del lavoratore o alla sua rinuncia ha luogo la terza ed ultima fase del potere disciplinare: l’irrogazione della sanzione: questa può essere conservativa oppure estintiva.
In sintesi, dunque, l’esercizio del potere disciplinare da parte del datore di lavoro deve tener conto di requisiti predeterminati e, in aggiunta, deve attenere al rispetto delle tre fasi individuate per legge ai fini della sua validità. Se il fatto contestato risulta insussistente, il lavoratore può richiedere al datore di lavoro il risarcimento dei danni.
Rapporto fra corti statali

A differenza di quanto avviene all’interno degli organi giuridici dell’Unione europea, fra le Corti statali non esiste un dialogo volto a uno scambio di valutazioni reciproche; spesso, però, è possibile ravvisare una vicinanza e talvolta un’omogeneità di orientamenti giurisprudenziali su alcuni temi comuni (ad esempio la tutela ambientale).
A livello nazionale, mentre nell’iter legislativo la comparazione ha un ruolo meramente ricognitivo; presso le Corti costituzionali essa può divenire l’elemento costitutivo dell’interpretazione da parte del giudice.
Le stesse costituzioni fanno spesso riferimento alla rilevanza delle norme internazionali in tema di diritti e libertà. L’articolo 10 della Costituzione spagnola del 1978, ad esempio, subordina l’applicazione delle norme interne in materia di diritti fondamentali alla loro conformità alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.
Talvolta, inoltre, i giudici si servono del diritto straniero e della comparazione per colmare una lacuna in sede interpretativa: nell’ambito del cosiddetto «caso Englaro», ad esempio, la Corte di Cassazione italiana ha potuto colmare, proprio grazie alla comparazione, un vuoto normativo nell’ordinamento giuridico che nulla disponeva riguardo al fine vita. Persino la Corte costituzionale fa frequente riferimento al diritto straniero per valorizzare le proprie decisioni: nella sentenza 13/2012, ad esempio, la Corte ha dichiarato illegittima la riviviscenza di norme abrogate tramite referendum, evidenziando che il ripristino di norme a seguito di referendum abrogativo non è ammesso nemmeno in altri ordinamenti, come Gran Bretagna, USA, Francia e Spagna.
In generale, l’uso che le Corti costituzionali possono fare della comparazione varia da ordinamento a ordinamento: mentre nei Paesi di Civil Law essa ha un valore meramente cognitivo e, pertanto, può essere utilizzata dal giudice costituzionale solo nella fase preparatoria della sentenza, negli stati di Common law i precedenti giudiziari di diritto straniero si configurano come vere e proprie fonti utilizzabili per interpretare le norme interne all’ordinamento.
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