Umberto Saba


Giacomo Debenedetti, “biografo” di Saba, scrive della sua vita che è la più autentica prefazione alle sue opere: la sua infanzia ha condizionato la sua esistenza, anche se in modo meno negativo che in Pascoli.
Saba è un appartato; esordisce nel periodo delle avanguardie (futurismo), dei crepuscolari, dei poeti vociani, delle riviste fiorentine, di Campana, Carducci, Pascoli, D’Annunzio ecc. ma rimane estraneo a tutti: rispetto a tutte queste correnti innovatrici, sembra rimanere più tradizionalista. E’ consapevole e orgoglioso della propria diversità. Quando negli anni ’20 pubblico la prima edizione del “Canzoniere” (proprio come Petrarca, una raccolta delle poesie scritte man mano), esisteva una particolare rivista, “La Rondista”, che era come una spugna per i classicismi da cui però Saba si differenzia per l’assenza di un carattere elitario.
Il motivo della sua diversità va ricercato nella sua infanzia infelice, che fece di lui una persona molto turbata. Il suo vero nome era Umberto Poli; il padre si convertì all’ebraismo per sposare la donna che amava, per poi riconvertirsi quando decise di abbandonarla, con il figlio ancora piccolo.
La madre non lo volle più fra i piedi, perché gli ricordava il padre. Lo affidò ad una balia, il cui cognome era Sabat, a cui Saba si affezionò: in quel momento, decise di andare a riprenderselo.
Saba = pane, in ebraico → indica quindi una cosa semplice, che tutti mangiano; vuole testimoniare “l’amore” per questa balia, che gli aveva voluto bene per davvero, lei sola. Spesso tornerà a trovarla anche da grande.
A causa di questi traumi andò nel 1929 in cura da uno psichiatra/psicologo: come era di moda (sono gli anni di Freud), i suoi disturbi vengono ricondotti ad un complesso edipico irrisolto (complesso edipico → carattere nevrotico).

Poesie da “Autobiografia”

Capisce che il padre era ancora un ragazzino spensierato, che ha lasciato la madre perché troppo severa, seria e lagnosa, pesante → capisce che la sua nevrosi è anche causata dallo scontrarsi di questi due caratteri opposti in lui → nascita dell’ispirazione poetica.
Questo tema di sfuggevolezza che caratterizza il padre, Saba lo ritroverà nella figlia.


Quando nacqui mia madre ne piangeva,
sola, la notte, nel deserto letto.
Per me, per lei che il dolore struggeva,
trafficavano i suoi cari nel ghetto.

Da sé il più vecchio le spese faceva,
per risparmio, e più forse per diletto.
Con due fiorini un cappone metteva
nel suo grande turchino fazzoletto.
Come bella doveva essere allora
la mia città: tutta un mercato aperto!
Di molto verde, uscendo con mia madre

io, come in sogno, mi ricordo ancora.
Ma di malinconia fui tosto esperto;
unico figlio che ha lontano il padre.
Poesia autobiografica del 1924.
Mio padre è stato per me "l'assassino";
fino ai vent'anni che l'ho conosciuto.
Allora ho visto ch'egli era un bambino,
e che il dono ch'io ho da lui l'ho avuto.
Aveva in volto il mio sguardo azzurrino,
un sorriso, in miseria, dolce e astuto.
Andò sempre pel mondo pellegrino;
più d'una donna che l'ha amato e pasciuto.
Egli era gaio e leggero; mia madre
tutti sentiva della vita i pesi.
Di mano ei gli sfuggì come un pallone.
"Non somigliare - ammoniva - a tuo padre":
ed io più tardi in me stesso lo intesi:
Eran due razze in antica tenzone.


A mia moglie

Ispirato a Simonide: ogni donna può essere paragonata ad un animale (l’unica che si salva è quella ape, che è laboriosa). Anche Giovenale si ispira a lui per parlare dei vari tipi di donna fetente.
Saba si ricorda di questa struttura argomentativa, ma la ripresenta in chiave positiva: i paragoni con gli animali sono fatti per mettere in mostra il suo bel carattere.

Ed amai nuovamente
Ed amai nuovamente; e fu di Lina
dal rosso scialle il più della mia vita.
Quella che cresce accanto a noi, bambina
dagli occhi azzurri, è dal suo grembo uscita.

Trieste è la città, la donna è Lina,
per cui scrissi il mio libro di più ardita
sincerità; né dalla sua fu fin ad oggi mai l'anima partita.

Ogni altro conobbi umano amore;
ma per Lina torrei di nuovo un'altra
vita, di nuovo vorrei cominciare.

Per l'altezze l'amai del suo dolore;
perché tutto fu al mondo, e non mai scaltra,
e tutto seppe, e non se stessa, amare.

Ritratto della mia bambina
La mia bambina con la palla in mano,
con gli occhi grandi colore del cielo
e dell’estiva vesticciola: "Babbo
-mi disse – voglio uscire oggi con te"
Ed io pensavo : Di tante parvenze
che s’ammirano al mondo, io ben so a quali
posso la mia bambina assomigliare.
Certo alla schiuma, alla marina schiuma
che sull’onde biancheggia, a quella scia
ch’esce azzurra dai tetti e il vento sperde;
anche alle nubi, insensibili nubi
che si fanno e disfanno in chiaro cielo;
e ad altre cose leggere e vaganti.


Fu costretto a partecipare alla prima Guerra Mondiale, con la consapevolezza che sarebbe stata un disastro (non era un interventista!).
Ha però qualche caratteristica in comune con Ungaretti: la fratellanza che nasce nel mondo militare.
“Me stesso ritrovai tra i miei soldati / nacque tra essi la mia musa schietta”
Tornato dalla guerra abbandona il suo lavoro di impiegato per aprire una libreria di libri antichi, che diventò un centro culturale a Trieste. Il lavoro ha fatto sì che non dovesse essere un poeta mercenario. Inoltre ebbe la funzione di osservatorio: molti erano i clienti che frequentavano la libreria che divenne un ritrovo per scrittori e artisti (tra questi Italo Svevo).

Le poesie a Trieste

Umberto Saba trascorse la sua vita a Trieste; si parla di Triestinità: un particolare modo di vivere, leggere ecc., poiché la città era diventata un crocevia, dove si incrociavano tre culture (italiana, tedesca, slava). Nelle opere, gli autori amano far vedere le proprio radici triestine.
Marginalità → esclusione dalle correnti letterarie di moda.
Trieste era al tempo una città piena di contraddizioni (es. intellettuali e barboni, città di mare e crocevia ecc.): era una città marginale, e nelle città marginali solitamente non si sviluppano correnti letterarie; ma è un punto di incontro di cultura tedesca, italiana e slava: la maggior parte delle persone sapeva parlare tutte e tre le lingue. Chi, come Saba, ebbe la possibilità di leggere in lingua gli scritti di Freud e Nietzsche ne fu profondamente influenzato.
In particolar modo, Saba riprese la filosofia Freudiana → esigenza di risolvere i propri conflitti scavando dentro di sé.
1. «Io non sono stato un poeta triestino, ma un poeta italiano, nato, nel 1883, in quella grande città italiana che è Trieste. Non so nemmeno se – dal punto di vista
dell’igiene dell’anima – sia stato per me un bene nascere con un temperamento classico in una città romantica; e con un carattere (come quello di tutti i deboli) idillico, in una città drammatica. Fu un bene – credo – per la mia poesia, che si alimentò di quel contrasto, e un male per la mia – diciamo così – «felicità di vivere». Comunque, il mondo io l’ho guardato da Trieste: il suo paesaggio, materiale e spirituale, è presente in molte mie poesie e prose, pure in quelle – e sono la grande maggioranza – che parlano di tutt’altro e di Trieste non fanno nemmeno il nome.
Del resto, io non credo né alle parole né alle opere degli uomini che non hanno le radici profondamente radicate nella loro terra: sono sempre opere e parole campate in aria.
Discorso pronunciato in occasione dei festeggiamenti per il settantesimo compleanno al Circolo della cultura e delle arti, 19 ottobre 1953.
2. La bellissima Trieste è sempre stata, e forse sarà sempre, qualunque sia per essere il suo destino, una città nevrotica, e l’esservi nati non è solo e sempre un privilegio. Trieste è, per così dire, l’antinapoli, dove i nervi si distendono e le complicazioni della vita appaiono meno tragiche.
Le donne triestine, Grazia, 1946
3. A Trieste ove son tristezze molte,
e bellezze di cielo e di contrada,
c’è un’erta che si chiama Via del Monte.
Incomincia con una sinagoga,
e termina ad un chiostro; a mezza strada
ha una cappella; indi la nera foga
della vita scoprire puoi da un prato,
e il mare con le navi e il promontorio,
e la folla e le tende del mercato.

La poesia di Saba

La dichiarazione di poetica
Amai trite parole che non uno
amai parole frammentate che nessuno
osava. M'incantò la rima fiore amore,
osava dire...mi piaceva molto la rima fiore e amore
la più antica, difficile del mondo
che è quella più vecchia e più difficile
Amai la verità che giace al fondo,
amavo la verità che era in fondo a queste parole
quasi un sogno obliato, che il dolore
come un sogno ormai perso, che il dolore
riscopre amica. Con paura il cuore
le fa da compagno. Con la paura nel cuore
le si accosta, che più non l'abbandona.
il dolore si accosta e più non ti abbandona
Amo te che mi ascolti e la mia buona
ti amo a te che mi ascolti e amo la carta vincente
carta lasciata al fine del mio gioco.
che uno lascia alla fine del gioco!

La Città Vecchia

Tornando a casa prende le vie più strette, popolate da gente piuttosto strana, forse malfamata essendo vicini al porto: si trova faccia a faccia con l’umanità dei bassifondi, accorgendosi di essere uno di loro (contrario del poeta vate), non è uno che sta un gradino sopra.

Spesso, per ritornare alla mia casa
prendo un’oscura via di città vecchia.
Giallo in qualche pozzanghera si specchia
qualche fanale, e affollata è la strada.
Qui tra la gente che viene che va
dall’osteria alla casa o al lupanare,
dove son merci ed uomini il detrito
di un gran porto di mare,
io ritrovo, passando, l’infinito
nell’umiltà.
Qui prostituta e marinaio, il vecchio
che bestemmia, la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega
del friggitore,
la tumultuante giovane impazzita
d’amore,
sono tutte creature della vita
e del dolore;
s’agita in esse, come in me, il Signore.
Qui degli umili sento in compagnia
il mio pensiero farsi
più puro dove più turpe è la via.

In uno scritto del 1911 Saba trascrisse le sue idee di poetica, le sue intenzioni nel fare poesia, e lo mandò alla “Voce” il giornale più influente del suo tempo. Come quando Leopardi mandò i suoi scritti, il lavoro di Saba fu rifiutato perché troppo contro corrente.
Riprende una sententia di Nietzsche: per essere profondi è necessario essere chiari (siamo profondi, ridiventiamo chiari)→ hai veramente capito una cosa quando la sai esprimere con chiarezza → quello che resta da fare ai poeti è la poesia onesta, cioè quella che rappresenta ciò che il poeta pensa e non finge di pensare; è il contrario di D’Annunzio, che per vendere indossa delle maschere. D’Annunzio, dice Saba, è molto bravo a scrivere ma dal momento che ha scritto fingendo, la sua poesia è destinata a cadere; Manzoni, al contrario, avrà sempre gloria nonostante i suoi versi fossero mediocri.
"a chi sa andare ogni poco oltre la superficie dei versi, apparisce in quelli del Manzoni la costante e rara cura di non dire una parola che non corrisponda perfettamente alla sua visione: mentre vede che l'artificio del D'Annunzio non è solo formale ma anche sostanziale, egli si esagera o addirittura si finge passioni ed ammirazioni che non sono mai state nel suo temperamento: e questo imperdonabile peccato contro lo spirito egli lo commette al solo e ben meschino scopo di ottenere una strofa più appariscente, un verso più clamoroso"
A Nietzsche dedica una bellissima poesia, per esprimere quanto sia incomparabile.
Intorno a una grandezza solitaria
non volano gli uccelli, né quei vaghi
gli fanno, accanto, il nido. Altro non odi
che il silenzio, non vedi altro che l'aria.

Interpretazioni sulla poesia di Saba

Gianfranco Pontini: Saba poeta verticale, poiché nella sua poesia c’è sempre la tendenza di raggiungere la profondità, il nucleo che sta sotto l’apparenza delle cose.
es. sembra che descriva una casa, ma rappresenta l’essenza stessa della città (città vecchi); ancor più visibile nelle poesie autobiografiche.
Claudo Magris: Saba poeta della larghezza, tratta ogni argomento rendendolo degno di essere parte di una poesia, come una celebrazione del quotidiano (anti pascoliano (presenta la realtà attraverso simboli) e crepuscolare (critica del quotidiano)).
Da “Il Borgo”
La fede avere
di tutti, dire
parole, fare
cose che poi ciascuno intende, e sono,
come il vino ed il pane,
come i bimbi e le donne,
valori
di tutti.
La sua poesia pertanto non è elitaria.
I suoi modelli sono Parini, Foscolo, Leopardi, Carducci, Pascoli, D’Annunzio: adotta il verso e i componimenti della tradizione, rifiuta il verso libero. Predilige il sonetto e la canzonetta.
Lavora però soprattutto sul lessico (un po’ come Gozzano), al contrario dei precedenti che lavoravano sulla metrica: accosta parole della tradizione classica e del quotidiano: le sue parole sono in grado di dire cose profonde e terribili. Mentre Gozzano lo faceva per “far scaturire scintille” (montale, per rappresentare quanto volesse accostare le parole per farle scontrare, per fare ironia), Saba lo fa per portarle allo stesso livello (alzare quelle quotidiane, abbassare quelle auliche) → il poeta deve farsi leggere, colui che non si fa leggere è un poeta sterile.
Infatti la poesia non deve sbalordire, ma solo sfogare il dolore (perché non lo si può vincere): un po’ come fecero Petrarca e Leopardi.
In una lettera all’amico Carlo Levi scrive che lo stile si carica del dolore del vivere. La vita, poi, deve essere accettata “in toto”, nella sua dolcezza e nel suo dolore, con “doloroso amore” (cioè desiderio di vita e felicità nonostante dolori, disagio ecc.).
“L’ottocento ha avuto la tubercolosi e gli sdilinquimenti romantici, il Novecento il cancro e il Fascismo”
Neve
È una poesia di immaginazione; il poeta invoca la neve affinché imbianchi il mondo, bloccandolo. Immagina che in tutto questo silenzio, si risveglino solo lui e la sua compagnia.

Neve che turbini in alto ed avvolgi
le cose in un tacito manto,
una creatura di pianto
vedo per te sorridere; un baleno
d'allegrezza che il mesto viso illumini,
e agli occhi miei come un tesoro scopri.

Neve che cadi dall'alto e noi copri,
coprici ancora, all'infinito. Imbianca
la città con le case e con le chiese,
il porto con le navi; le distese
dei prati, i mari agghiaccia; della terra
fa' - tu augusta e pudica - un astro spento,
una gran pace di morte. E che tale
essa rimanga un tempo indeterminato,
un lungo volger d'evi.
Il risveglio,
pensa il risveglio, noi due soli, in tanto
squallore.
In cielo
gli angeli con le trombe, in cuore acute
dilaceranti nostalgie, ridesti
vaghi ricordi, e piangere d'amore.


Teatro degli Artigianelli

Siamo nel 1944, quando l’Italia era spaccata in due, a causa delle linee di avanzamento degli alleati. Saba, in questa poesia scrive su Firenze che era appena stata liberata; porta ancora i resti della guerra, si presenta quindi mezza diroccata e mezza sana. Anche gli animi si presentano allo stesso modo, per il dolore che aveva portato, perché non si sapeva se chi era in guerra era vivo o morto ecc.
Ci racconta come ha visto questo teatro popolare, quando ancora si sentivano lontani i bombardamenti.

Falce martello e la stella d'Italia
ornano nuovi la sala. Ma quanto
dolore per quel segno su quel muro!

Esce, sorretto dalle grucce, il Prologo.
Saluta al pugno; dice sue parole
perché le donne ridano e i fanciulli
che affollano la povera platea.
Dice, timido ancora, dell'idea
che gli animi affratella; chiude: "E adesso
faccio come i tedeschi: mi ritiro".
Tra un atto e l'altro, alla Cantina, in giro
rosseggia parco ai bicchieri l'amico
dell'uomo, cui rimargina ferite,
gli chiude solchi dolorosi; alcuno
venuto qui da spaventosi esigli,
si scalda a lui come chi ha freddo al sole.

Questo è il Teatro degli Artigianelli,
quale lo vide il poeta nel mille
novecentoquarantaquattro, un giorno
di Settembre, che a tratti
rombava ancora il canone, e Firenze
taceva, assorta nelle sue rovine.
Hai bisogno di aiuto in Umberto Saba?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Potrebbe Interessarti
×
Registrati via email