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Tasso - l'Aminta

∞ ‘Aminta’: è un dramma pastorale, un’azione teatrale ambientata nel mondo dei pastori. È suddiviso in cinque atti e ogni atto è concluso da un coro, sul modello della tragedia greca. La complessità culturale dell’opera è dovuta alla fusione delle tradizioni del teatro e della lirica d’amore: prende le caratteristiche della poesia di Teocrito e delle Bucoliche di Virgilio, ma la poesia pastorale era diffusa anche nel ‘400 con Poliziano, Lorenzo il Magnifico e San Lazzaro, il quale aveva scritto un poemetto prosimetro, l’Arcadia, dove descriveva questa regione favolosa in cui i pastori si basavano sul giusto mezzo. È scritta nel 1573 e rappresentata nei giardini dell’isola Belvedere sul Po, di proprietà della corte estense. Viene pubblicata nel 1580. Si discosta dalle rappresentazioni drammatiche e non può essere definita tragedia perché c’è il lieto fine e i personaggi non raggiungono il sublime, ma non vi è nemmeno un’ambientazione comica né fatti di vita quotidiana raccontati in modo realistico. Inoltre, a differenza delle commedie, vi è il tema patetico, basato sulla sofferenza d’amore, ed è ambientata in un mondo favolistico.
Il testo è strutturato in dialoghi ed è scritto per le rappresentazioni teatrali, ma è considerato un testo lirico, ossia un lungo poema in poesia, e aveva come scopo iniziale il divertimento, anche se in seguito acquisì scopo didascalico. Il pastore Aminta ama la ninfa Silvia, ma lei è ritrosa nei suoi confronti e si dedica solamente alla caccia. L’amica di Silvia, Dafne, esperta della passione amorosa, cerca di convincere Silvia ad accettare l’amore di Aminta, mentre Tirsi consiglia al pastore di recarsi alla fonte dove Silvia fa il bagno e dichiararle la serietà del proprio sentimento. Mentre Silvia si trova alla fonte, un Satiro che vuole violentarla la rapisce, e Aminta, trovando un velo sporco di sangue, crede che Silvia sia stata sbranata da un lupo, così per la disperazione si getta da un dirupo, ma viene salvato da un cespuglio.
Allora Silvia, in realtà illesa, viene a conoscenza del gesto del pastore e presa dal rimorso cede all’amore, così vissero felici e contenti insieme. Siamo in presenza di un’opera polifonica in quanto non è presente un’unica rappresentazione dell’amore, ma si esprimono voci diverse che l’autore non dispone in ordine gerarchico, perciò l’autore non prende nessuna posizione rispetto alle alternative. A recitare il prologo è Amore, che si dichiara motore effettivo della vicenda e afferma in modo utopico che il suo potere annulla le differenze fra gli uomini e li ingentilisce. Il Satiro invece spiega il proprio gesto con ragioni sociali ed economiche: egli è escluso dalle gioie dell’amore a causa della sua condizione di "povero", perciò si ribella e ricorre alla forza per ottenere migliore fortuna. Il monologo del Satiro mette sotto accusa l’ideologia cortigiana e i suoi valori.
Quindi l’opera vorrebbe celebrare la vita cortese, ma presenta insofferenze verso i rituali e le convenzioni, verso le ipocrisie, i conflitti e le gelosie tra i cortigiani. In questo senso presenta il mondo pastorale come un ritorno a una vita semplice, sebbene anche questo si fondi su modelli di rapporti sociali che richiamano a quelli cortesi. Quindi la corte è idealizzata, ma maschera l’ipocrisia dell’ideologia cortigiana, mostrando la falsità e la violenza che sottostanno ai rapporti tra gli individui e tra le classi. Rimpiangendo l’età dell’oro incolpa l’onore di aver trasformato l’amore in un sentimento vissuto come peccato, e tutto ciò che prima avveniva in modo spontaneo ed era fonte di gioia, ora è controllato dalle leggi della morale. Torna il concetto di edonè e voluta, quasi con un aspetto paganeggiante. Il coro dei pastori nel primo atto si conclude con l’invito all’onore ad occupare le corti, sedi del potere, lasciando in pace i pastori.

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