Analisi approfondita di tre testi poetici dal Canzoniere


analisi sul testo poetico – Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono (dal Canzoniere, I)
1)Il poeta aretino si rivolge a dei “lettori ideali”, dotati di una predisposizione intellettuale e sentimentale, chiedendo loro perdono e pietà per quella passione amorosa che lo ha avviluppato per gran parte della sua vita, definita dallo sesso Petrarca come “errore”. Confida inoltre che, a causa di questo suo vaneggiare giovanile, fu oggetto di pettegolezzi da parte di mole malelingue, e che dalla vergogna provata a quel tempo, scaturì una forma di pentimento che lo ha condotto a considerare le cose terrene effimere e vane.
2) Le rime delle prime due quartine si definiscono incatenate, secondo lo schema ABBA, ABBA.
3) Nel v.11 si può osservare la presenza di un’allitterazione caratterizzata dalla consonante labiale “m” (me medesmo meco mi) e il ritorno di fonemi aspri e chiusi, come la /v/ e la /r/, che sottolineano il bilancio negativo del poeta su se stesso e sulla sua esperienza amorosa passata.
4)Il sonetto è imbevuto di termini ed espressioni attinenti all’area semantica della caducità delle cose terrene, quali “sospiri”, “giovenile errore”, “vaneggiar” e “breve sogno”; inoltre la loro disposizione all’interno del sonetto e le figure retoriche ad essi associate fanno della vanità un tema-chiave del Canzoniere: tutto ciò che è incatenato alla vita mondana è effimero e inconsistente, quel che conta è la vita interiore, e Petrarca lancia questo monito al lettore attraverso una pesante aggettivazione nei confronti degli effetti disastrosi della sua vita passata, consumata nella figura femminile di Laura.
5) I tempi del passato e del presente di cui si avvale Petrarca sono legati all’atteggiamento del poeta nei vari momenti della sua vita: l’Imperfetto e il Passato Remoto segnano un atteggiamento negativo da parte di Petrarca-autore nei confronti del vecchio se stesso, il Presente è segnale di una fase di pentimento e di riconoscimento della vanità delle cose, destinate a sgretolarsi e a scivolare via, esattamente come il tempo, sfuggevole e imperturbabile.
6)Il sonetto “proemiale” del Canzoniere mette in evidenza caratteristiche portanti dell’opera petrarchesca e in particolare: una struttura architettonica e uno stile limpidi e perfetti, nonostante la trattazione di una tematica naturalmente torbida e scomposta quale l’interiorità umana, e che risultano, nel loro armonioso insieme, una chiara eco ai testi classici verso i quali il poeta aretino nutriva una profonda ammirazione; l’indirizzare le “rime sparse” ad un pubblico intellettualmente e sentimentalmente predisposto, e, in particolare, a coloro che hanno vissuto in prima persona l’esperienza amorosa, i quali possono comprendere meglio lo stato d’animo del poeta; il punteggiare i sonetti con la materia autobiografica, che focalizza l’attenzione del lettore sull’esperienza soggettiva del poeta, in perenne oscillazione tra cielo e terra anche attraverso l’esperienza amorosa; infine, il sonetto – così come l’opera tutta – è circondato da temi attinenti alla vita interiore di Petrarca, presentati però in belle e armoniose forme classiche, quali l’amore giovanile come passione sensuale e terrena, che rimane inappagato e fa sprofondare nel peccato e un profondo dolore dovuto ad una divisione interiore che non ha sbocchi risolutivi.
analisi sul testo poetico – Era il giorno ch’al cor si scoloraro (dal Canzoniere, III)
1)Nei versi 7-8 è possibile individuare un contrasto tra la dimensione individuale e quella collettiva, dato che, in mezzo al lutto generale per la Passione di Cristo che accomuna tutti i credenti, il poeta esce fuori da quel contesto piatto, scandito da coordinati silenzi e preghiere, avendo incrociato gli occhi della giovane Laura; da qui deriva una sequela di eventi bellicosi interiori che iniziano con dei “guai” (lamenti).
2)Con l’espressione “in quello stato” il poeta fa riferimento al suo stato d’animo durante quel Venerdì Santo del 1327, assolutamente ignaro che di lì a breve, sarebbe stato colpito dai dardi di Amore.
3)Il verbo “era”, in apertura del sonetto, suggerisce un senso di maggior concretezza della vicenda narrata, dal momento che l’Imperfetto si presta molto bene a esporre dei dati reali accaduti nel passato; ed anche la posizione offre un dato importante, come se Petrarca, ponendo il verbo all’inizio del primo verso, volesse immediatamente far presente al lettore che ciò che successe quel Venerdì Santo fu reale.
4)Il termine “disarmato” (v.9) riprende dalle due quartine la condizione interiore del poeta, che aveva “abbassato la guardia” in un giorno di lutto per tutti i cristiani, non credendo di poter essere avvinghiato dal potere di Amore. E, se il poeta è sprovvisto di qualsivoglia armatura contro la donna amata, questa è dotata di armi in grado di ghermirlo senza difficoltà, ovvero gli occhi. Chiude il componimento una metafora molto dinamica (“non mostrar più l’arco”), che può essere interpretata come un atto mancato da parte di Laura, e cioè quello di avvertire il poeta aretino dell’azione spiazzante del suo sguardo.
5)Nel sonetto è presente una dittologia nella prima terzina (del tutto disarmato ed aperta la via) che accoppia due espressioni simili fra loro, poiché accomunate dalla debolezza e la vulnerabilità del poeta non appena incrocia il suo sguardo con quello della donna amata.
6)Nel sonetto petrarchesco sono presenti evidenti rifacimenti stilnovisti e, in particolare, vari punti di tangenza col sonetto di Guido Cavalcanti Voi che per li occhi mi passaste ‘l core, quali i dolci occhi di Laura che sorprendono l’amante o Amore personificato, armato di dardi sfreccianti verso il corpo del poeta, e percepito come un vero e proprio guerriero che vince coloro che amano e che sono animati da uno spirito gentile (questa immagine ritorna anche nel V canto dell’Inferno: Amor, ch’al cor genile ratto s’apprende v.100; Amor, ch’a nullo amato amar perdona v.103; ma solo un punto fu quel che ci vinse v.132). Inoltre, al livello di immagini rievocative, ambedue i sonetti sono carichi di metafore ed espressioni tratte dal registro bellico, proprio perché la passione amorosa prevede una “tortura” interiore del poeta, che però in Cavalcanti viene premiata, in quanto la visione della donna è esperienza mistica, mentre in Petrarca l’ammore per Laura lo fa cadere ancora più in basso, dritto al peccato, in quanto sentimento terreno, passionale e profano (lo stesso concetto viene ribadito nel Secretum).
analisi sul testo poetico – Movesi il vecchierel canuto e bianco
1)Parafrasi del sonetto.
Si muove il vecchierello canuto e pallido
dal dolce luogo dove ha trascorso la sua vita
e dalla famigliuola sbigottita
che vede il caro padre venire a mancare;

quindi trascinando poi l’antico fianco
per le ultime giornate della sua vita,
quanto più può, con la buona voglia si sospinge,
rotto dagli anni, e stanco del cammino;

e viene a Roma, seguendo il desiderio,
per ammirare la vera icona di colui
che ancora spera di vedere lassù nel cielo:

così, ahimè, talora io vado cercando,
donna, per quanto è possibile, in altri
la desiderata vostra vera forma.

Il sonetto è divisibile in due parti: la prima si estende dal v.1 al v.11 ed è immersa in una dimensione sacra e trascendentale; la seconda, dal v.12 al v.14, pone invece l’accento su una dimensione tutta profana.

La vicenda del vecchio pellegrino che si reca a Roma è suddivisa in tre momenti, identificabili nelle prime tre strofe: la partenza, il viaggio e l’arrivo. La prima quartina è accentuata da un’atmosfera nostalgica e amara, attraverso la contemplazione del luogo natio dell’uomo, che conserva le memorie della sua vita, e il dispiacere dei familiari nel veder partire il caro padre; nella seconda quartina iniziano invece i suoni duri, che gravano sul faticoso viaggio dell’uomo, afflitto da dolori fisici per il peso degli anni; la prima terzina, infine, offre un’immagine serena e mite, incentrata sul desiderio della contemplazione della Veronica, interrompendo per un attimo il ritmo singhiozzante che accerchia le altre strofe.
3)La Veronica è un velo con cui una donna, durante la Via Crucis, avrebbe deterso il volto insanguinato di Cristo, lasciandovelo impresso per l’eternità. Il riferimento al tessuto nel testo lo si ritrova nei vv.10-11 (“per mirar la sembianza di colui/ ch’ancor lassù nel ciel vedere spera”).

4)Nella seconda terzina si completa una similitudine iniziata al v.1, dove “vecchierel” costituisce il primo termine di una similitudine che trova il suo secondo nel v.12 (“così, lasso, talor vo cercand’io”).
5)Il mutamento di ritmo sintattico tra le prime tre strofe e l’ultima si esprime in un’analisi personale alquanto aggrovigliata, a cui fa capolino il Romanticismo petrarchesco: se per la vicenda del pellegrino si avverte un ritmo lento e solenne, la situazione del poeta mette in luce un suo tentativo complicato e inappagato (desiderare di poter vedere nei volti di altre donne il volto di Laura), che non lascia comunque spazio a forme pedestri e limacciose, ma si rifà, come sempre, alla perfezione dei classici.
6)Il vecchio pellegrino e il poeta sono accomunati, rispettivamente, dalla forza ardente del desiderio, che sopperisce a ogni sofferenza accanto alla buona forza di volontà (“desio” v.9 e “disiata” v.14); in più entrambe le mete a cui ambiscono i due protagonisti del componimento sono soddisfabili soltanto attraverso a una tortuosa ricerca.
7)I tratti che distinguono il pellegrino e il poeta sono il raggiungimento di un’effigie sacra (il volto di Cristo) e una profana (il volto di Laura) e la fortezza del carattere che si manifesta maggiormente nell’anziano pellegrino, il quale, a discapito del peso dei suoi anni, riesce a sopportare un viaggio sfiancante pur di porsi al contemplamento della sacra reliquia; per contrasto Petrarca si sfianca immediatamente, non mancando di sottolineare la caduta della sua volontà persino con esclamazioni desolate (“lasso” v.12), nonostante la sua ricerca non implichi alcuno sforzo fisico: quest’aspetto fa apparire il poeta aretino quasi patetico, in confronto al vecchierello animato da un vigore interiore e fisico ammirevole.
8)L’effetto di contrasto è sottolineato ai versi 10 e 13 della rima, che oppone “colui” ad “altrui”, giacché l’anzian uomo ha lo sguardo è il cuore rivolti unicamente a Cristo e affrancati da qualsiasi altra forma di amore profano, contrariamente al poeta, deciso a rinvenire il volto di Laura tra quelli di altre donne, il ché sfrega rabbiosamente con i buoni propositi del primo personaggio.
9)Gli aggettivi e i participi che insistono sulla stanchezza fisica del pellegrino si trovano nella seconda strofa e sono: “antiquo” v.5; “estreme” v.6; “rotto […] e stanco” v.8. Si noti come tutti questi lemmi siano resi molto duri grazie alla presenza del fonema /t/. Ciò suggerisce uno scrupoloso processo di labor limae tipico del Petrarca.
10)La figura retorica nel sintagma “l’antiquo fianco” è una sineddoche, che si ottiene sostituendo la parte per indicare il tutto (es. ma misi me per l’alto mare aperto/ sol con un legno e con quella compagna/ picciola da la qual non fui diserto, Canto XVI, Inferno).
11)Il gioco delle rime in “o” nelle due quartine focalizza l’attenzione sui movimenti lenti e solenni dell’uomo e contribuisce a mettere in evidenza il tema del sonetto, dal momento che il raggiungimento di una meta molto ambita si verifica solo applicandosi concretamente, a costo di raggiungere la stanchezza o il dolore fisico.
12)Il personaggio del vecchio pellegrino non può essere indifferente al lettore, poiché incarna, non solo la buona volontà che sollecita la ricerca di una liberazione, ma anche il paradigma del buon padre e marito, che, evidentemente, rappresenta il cardine di tutta la famiglia affranta dalla sua partenza. Tra gli aggettivi e i diminutivi che sottolineano quest’aspetto e conferiscono al sonetto un parziale clima di dolcezza ritroviamo “vecchierel”, “dolce loco” e “caro padre”.

A cura di Federica Maria Rotulo.

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