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"Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono"


Questo sonetto di Petrarca, che funge da proemio al “Canzoniere”, rievoca la passata esperienza amorosa del poeta. Quest’ultimo la definisce un “giovenile errore”, dovuto al fatto che un tempo era uomo in parte diverso da quello che è ora, e perciò chiede ai suoi lettori, cui si rivolge, di avere pietà e di perdonarlo. Subito, però, Petrarca si rende conto che per lungo tempo è stato motivo di dicerie per molta gente e che, quindi, il perdono tanto atteso non arriverà. Da questa considerazione prende luogo la vergogna, che è l’unico frutto del suo “vaneggiar”, ovvero della follia che lo ha portato a inseguire cose vane. Dalla vergogna, poi, ha origine il pentimento e da quest’ultimo la consapevolezza che “quanto piace al mondo è breve sogno”, cioè che tutte le cose terrene sono caduche, effimere, destinate ad estinguersi con la morte. Il sonetto petrarchesco, a livello metrico, presenta rime incrociate secondo lo schema ABBA ABBA nelle prime due quartine, mentre nelle ultime due terzine le rime sono ripetute secondo lo schema CDE CDE. Le rime delle quartine “-ONO-ORE-ORE-ONO”, poi, sono a sillaba aperta e quindi vocaliche, mentre quelle delle terzine “-UTTO-ENTE-OGNO” sono a sillaba chiusa e quindi consonantiche. Tale diversità di suoni tra le rime delle quartine e quelle delle terzine è collegata al significato da loro espresso, infatti le quartine esprimono la speranza del poeta di essere perdonato, mentre le terzine la sua vergogna e la consapevolezza che non sarà perdonato. A livello retorico, invece, il sonetto presenta una serie di allitterazioni, tra cui la più evidente è quella all’undicesimo verso, “me medesmo meco mi”, in cui le lettere allitterate sono la “m” e la “e”. In questo verso vi è anche un’assonanza tra “medesmo” e “meco” e una figura etimologica, che è evidente nell’accostamento delle parole che hanno la stessa radice “me”. Il sonetto si apre anche con un evidente anacoluto, che si estende nelle due quartine, per cui il poeta si rivolge inizialmente ai lettori con l’espressione “voi ch’ascoltate in rime sparse il suono”, ma in seguito abbandona tale soggetto, concludendo con “spero trovar pietà”, quindi con il verbo alla prima persona singolare, che poi si ripete in tutti i verbi delle terzine, a sottolineare la centralità dell’interiorità del poeta. L’anacoluto, inoltre, non crea particolare smarrimento nel lettore perché è inserito nello stile fluido, equilibrato ed armoniosamente perfetto che caratterizza tutta la produzione petrarchesca. A livello lessicale, poi, emerge la ripetizione di termini appartenenti all’area semantica della vanità, come “errore” al terzo verso, “vane speranze” e “van dolore” al sesto verso e “vaneggiar” al dodicesimo verso. È evidente come la vanità sia un tema chiave all’interno del sonetto, proprio per la frequenza di espressioni e termini attinenti ad essa e per la loro disposizione. Tali termini sono, infatti, posti alla fine dei versi, in rima o al centro per dar loro maggior risalto e sono enfatizzati da figure retoriche, come l’allitterazione della “g” e della “a” tra “vergogna” e “vaneggiar”, che sottolinea che il frutto del lungo vaneggiare è solo la vergogna. Inoltre il termine “sogno” rima con il termine “vergogno”, ad evidenziare come sia vergognoso considerare i beni terreni un sogno, seppur breve. Infine, a livello morfologico, è presente un’alternanza di tempi passati e presenti, il cui scopo è quello di rimarcare l’evoluzione interiore del poeta, la stessa che lo ha trasformato da uomo innamorato in balia della vanità delle cose terrene a uomo consapevole dei propri sbagli, che chiede perdono e si vergogna per il suo lungo “vaneggiar”. Petrarca stesso ammette che un tempo era un uomo diverso da quello che è ora, però solo in parte, in quanto non si è ancora completamente staccato dal terreno e umano, da tutto ciò che è effimero, caduco. L’alternanza di verbi passati e presenti, quindi, sottolinea una specie di conversione del poeta, non ancora, però, del tutto completata. Tale sonetto, fungendo da proemio dell’intero “Canzoniere”, anticipa per alcuni aspetti le caratteristiche proprie di questo libro. Innanzitutto Petrarca parla di “rime sparse” e “vario stile” nel sonetto. L’espressione “rime sparse” è la traduzione poetica del latino “Rerum vulgarium fragmenta”, altro titolo del “Canzoniere”.

Le espressioni “rime sparse” e “vario stile” fanno riferimento sia al fatto che l’opera è costituita da una molteplicità di liriche, sia soprattutto allo stile frammentario e vario, trasposizione letteraria del suo tormento interiore tra umano e divino e della sua lenta e difficile conversione, resa ancora più tormentata dall’amore per Laura. Il “Canzoniere”, infatti, è l’opera in cui emerge questa sua lotta interiore, annunciata già nel sonetto proemiale e trasportata letterariamente anche sullo stile utilizzato. Tale opera, poi, è costituita da 366 liriche, di cui 317 sono sonetti e, quindi, la scelta di porre un sonetto come proemio dell’intero libro è significativa. I destinatari delle scuse del poeta nel sonetto, poi, sono lettori ideali che hanno vissuto le sue stesse sofferenze amorose e che possono immedesimarsi in lui, proprio come afferma nel settimo verso “ove sia chi per prova intenda amore”. Petrarca con il suo “Canzoniere”, infatti, intende rivolgersi a lettori ideali, capaci di cogliere e apprezzare al meglio il suo significato. Tali lettori modello devono avere quindi una particolare qualità intellettuale e sentimentale. Un'altra importante caratteristica del sonetto è la centralità dell’esperienza soggettiva del poeta, che ripercorre il suo percorso interiore attraverso tutte le tappe che lo hanno segnato, dalla dedizione all’amore terreno, fino alla consapevolezza che “quanto piace al mondo è breve sogno”. In realtà tutto il “Canzoniere” è pensato da Petrarca come viaggio nella sua interiorità, segnata dall’eterno conflitto tra umano e divino, destinato a non risolversi mai completamente. È, in questo senso, nettamente distante da Dante, il quale aveva trovato la pace interiore trovando conforto in Dio e distaccandosi dalla caducità dei beni terreni. Dante, per questo, si sente investito del dovere di indicare all’umanità la retta via, quella che conduce a Dio e per questo la sua esperienza con la sua opera rappresentativa, la “Commedia”, è meno soggettiva di quella di Petrarca. La centralità della soggettività emerge nel sonetto soprattutto nell’undicesimo verso, in cui il poeta sottolinea fortemente la sua individualità, con l’espressione “me medesmo meco mi”.

I temi del sonetto proemiale, inoltre, saranno propri dell’intero “Canzoniere”, in cui si svilupperanno appieno. Tali temi sono: la passione amorosa per Laura, che tuttavia non viene mai realmente nominata, la fugacità della vita terrena e di tutto ciò ad essa collegato, la ricerca della pace interiore, possibile solo con la conversione, e l’attento lavoro stilistico e formale che conferisce fluidità e armonia alle liriche e permette una catarsi almeno nella forma. Il tormento interiore di Petrarca, di cui il lettore prende coscienza già nel sonetto proemiale, in cui si nominano il “vecchio” e il “nuovo” uomo, sembrerebbe dirsi concluso con l’ultima canzone, quella che chiude l’opera, in cui egli si rivolge alla Vergine, chiedendole di fargli trovare la pace. In realtà Petrarca si rivolge alla Madonna come ad una figura femminile, dimostrando di non essersi ancora completamente staccato dall’aspetto terreno e umano e, quindi, di non aver ancora trovato quella pace tanto agognata, che chiude e suggella l’intero Canzoniere.

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