Il primo Novecento

I primi vent’anni sono dominati dalle figure di grandi poeti come Carducci, Pascoli, D’Annunzio, che rimangono come modello di poeta, e filosofi come Benedetto Croce (→ ripresa dell’Hegelismo).
Nel frattempo si fanno strada tendenze innovatrici, che in un primo momento non trovano ascolto.
Fra questi troviamo i poeti crepuscolari, attivi soprattutto a Roma e a Torino negli anni precedenti la Prima Guerra Mondiale (1903 – 1911).
Il nome fu dato loro da Giuseppe Antonio Borgese, per indicare che erano il tramonto della grande poesia ottocentesca.
La sensibilità crepuscolare si ispirava
• Al Simbolismo francesce, soprattutto alla poesia malinconica e intimistica di Verlaine;
• Alla poesia delle piccole cose di Pascoli;
• All’estetismo sensuale e decadente del Poema paradisiaco di D’Annunzio.
Vogliono rappresentare una grande crisi di civiltà e di paradigma (cioè che interessa tutti i campi) → crisi dei fondamenti → vengono messi in discussione i principi base di ogni disciplina tramite cui raggiungere la verità (sono gli anni di Einstein, con la teoria della relatività e di Nietzsche, con la filosofia del “Dio è morto”). Si aggiunge un crisi a livello storico/economico → sentimento comune: vivere in un’epoca in declino, che sta giungendo al termine → ironia nei confronti del mondo borghese in crisi.
I temi dei poeti crepuscolari sono molto squallidi (es. noia della domenica pomeriggio, salotti arredati, parchi e barboni ecc); parlano di ciò che la società rifiutava di vedere. Sono temi quotidiani e dimessi, legati alle piccole cose familiari (come le buone cose di pessimo gusto di Gozzano).
Si avvalgono di rappresentazioni in chiave ironica e polemica → si servono di un linguaggio nuovo (di cui esistono già tracce in Pascoli): solitamente è un linguaggio sottotono e dimesso, ma qualche volta spicca un’espressione particolare e ricercata, che suona molto ironica, una parola colorata nel grigiore (citazione ironica dei poeti precedenti, come D’Annunzio e Pascoli).
Anche la sintassi è molto semplice e lineare, quasi una prova che però resta entro la misura del verso tradizionale (l’endecasillabo o il settenario, con una rima che in questo caso assume spesso un tono fortemente ironico).
Questi poeti sentono molto la perdita d’aureola del poeta: si sentono esseri inferiori VS D’annunzio, Pascoli e Carducci e la loro idea di poeta come superuomo e guida.
L’iniziatore è considerato Sergio Corazzini, che muore a soli 21 anni di tubercolosi.
Le sue prime raccolte furono le prime ad essere conosciute.
Egli attenua e smorza il suo senso tragico della vita entro un’atmosfera di stanchezza e di abbandono; molti dei suoi motivi e scenari (desolati pomeriggi quotidiani, vie senza luci e colori) furono poi ripresi d Moretti.
p. 707 – Desolazione del povero poeta sentimentale

Guido Gozzano

Nacque nel 1883 a Torino, dove compì i primi studi senza ottimi risultati (non concluderà mai la laurea in giurisprudenza). Si formò una solida cultura letteraria grazie agli insegnamenti di Arturo Graf, insegnante alla scuola di lettere molto ammirato per i suoi atteggiamento anti-D’Annunzio.
I suoi componimenti più famosi sono contenuti nella raccolta I Colloqui, pubblicati nel 1911.
Con questo volume inaugura una fase che si ispira alle piccole cose, all’esperienza autobiografica, alla vita di provincia, al mondo sereno della sua infanzia, ripensato come rifugio di pace.
Gozzano si differenzia dagli altri crepuscolari per il maggior impegno poetico e per la sottile ironia con cui guarda la realtà; la sua poesia è infatti molto ironica, caratterizzata dall’autoironia. Utilizza frequentemente la rima ironica: fa rimare parole ricercate, parole chiave con semplici articoli, preposizioni, parole inutili ecc
Anche quando canta le “buone cose” del mondo di provincia è ben consapevole che sono di “pessimo gusto”, eppure ne apprezza la freschezza ingenua che contrappone a una società che egli considera malata di aridità e di arrivismo.
Gozzano definisce il suo stile come stile di uno scolare corretto da una serva, e si definisce un coso con due gambe detto guidogozzano.

La Signorina Felicita ovvero la felicità

È un ricordo di un personaggio maschile (l’avvocato, un alter ego di Gozzano). Egli ha trascorso l’estate in una villa in campagna, dove ha incontrato una ragazza single, brutta e non molto acculturata (Gozzano era solito frequentare ambienti colti, ed era molto ricercato dalle donne): proprio lei è al centro del suo ricordo.
E’ come se si pentisse di non aver cominciato una storia con lei, dimostra di preferirla alle donne snob.

Totò Merùmeni

Il titolo è un riadattamento del Heautontimorùmenos di Terenzio; Totò è il cognome, Merùmeni è il nome di questo altro alter ego di Gozzano. Il nome significa punitore di se stesso (nell’ Heautontimorùmenos Menedemo, dopo avere convinto il figlio Clinia ad arruolarsi e partire militare in Asia, si strugge e si punisce lavorando nell’orto).
Credeva di diventare famoso con la letteratura, ma scopre che ad avere la meglio sono i furbi che sanno inventarsi, vendendo quello che la massa chiede (un po’ come D’Annunzio) → fallimento delle illusioni.
Totò passa le sue giornate a non fare nulla, si lascia vivere: viene usato come insegnante di ripetizioni. Si accontenta di vivere in una villa in decadenza, della cuoca come amante (ed è lei a prendere l’iniziativa) e dei vecchi come compagnia.
L’intero testo è pervaso dall’ironia nei confronti del passato (es. differenza fra la villa ora e la villa come era una volta).

Invernale

È una poesia intessuta di prese in giro, dirette contro D’Annunzio e Pascoli, nonché verso se stesso.
Si rappresenta mentre pattina su un lago con la morosa; ad un certo punto sentono degli scricchioli nel ghiaccio e lui, come tutti gli altri, cerca di raggiungere la riva, spaventato. Quindi vigliaccamente abbandona la ragazza, che continua a pattinare, sola.
Sono presenti echi danteschi e petrarcheschi: pesca dalla “discarica” poetica e mixa tutto con ironia.

Cocotte

È un ricordo: si ricorda delle vacanza trascorse al mare.
Nell casa accanto alla loro abitava una signora, bella e ben tenuta, con quale parlava attraverso l’inferriata. La madre gli impediva di parlarle, perché era una cocotte (cioè una prostituta). Ripensandoci, capisce che lo guardava in quel modo perché rimpiangeva la mancanza di una vita normale e come madre.

Ho rivisto il giardino, il giardinetto
contiguo, le palme del viale,
la cancellata rozza dalla quale
mi protese la mano ed il confetto...
«Piccolino, che fai solo soletto?»
«Sto giocando al Diluvio Universale.»
Accennai gli stromenti, le bizzarre
cose che modellavo nella sabbia,
ed ella si chinò come chi abbia
fretta d'un bacio e fretta di ritrarre
la bocca, e mi baciò di tra le sbarre
come si bacia un uccellino in gabbia.
Sempre ch'io viva rivedrò l'incanto
di quel suo volto tra le sbarre quadre!
La nuca mi serrò con mani ladre;
ed io stupivo di vedermi accanto
al viso, quella bocca tanto, tanto
diversa dalla bocca di mia Madre!
«Piccolino, ti piaccio che mi guardi?
Sei qui pei bagni? Ed affittate là?»
«Sì... vedi la mia mamma e il mio Papà?»
Subito mi lasciò, con negli sguardi
un vano sogno (ricordai più tardi)
un vano sogno di maternità...
«Una cocotte!...»
«Che vuol dire, mammina?»
«Vuol dire una cattiva signorina:
non bisogna parlare alla vicina!»
Co-co-tte... La strana voce parigina
dava alla mia fantasia bambina
un senso buffo d'ovo e di gallina...
Pensavo deità favoleggiate:
i naviganti e l'Isole Felici...

Co-co-tte... le fate intese a malefici
con cibi e con bevande affatturate...
Fate saranno, chi sa quali fate,
e in chi sa quali tenebrosi offici!
Un giorno - giorni dopo - mi chiamò
tra le sbarre fiorite di verbene:
«O piccolino, non mi vuoi più bene!...»
«È vero che tu sei una cocotte?»
Perdutamente rise... E mi baciò
con le pupille di tristezza piene.
Tra le gioie defunte e i disinganni,
dopo vent'anni, oggi si ravviva
il tuo sorriso... Dove sei, cattiva
Signorina? Sei viva? Come inganni
(meglio per te non essere più viva!)
la discesa terribile degli anni?
Oimè! Da che non giova il tuo belletto
e il cosmetico già fa mala prova
l'ultimo amante disertò l'alcova...
Uno, sol uno: il piccolo folletto
che donasti d'un bacio e d'un confetto,
dopo vent'anni, oggi ti ritrova
in sogno, e t'ama, in sogno, e dice: T'amo!
Da quel mattino dell'infanzia pura
forse ho amato te sola, o creatura!
Forse ho amato te sola! E ti richiamo!
Se leggi questi versi di richiamo
ritorna a chi t'aspetta, o creatura!
Vieni! Che importa se non sei più quella
che mi baciò quattrenne? Oggi t'agogno,
o vestita di tempo! Oggi ho bisogno
del tuo passato! Ti rifarò bella
come Carlotta, come Graziella,
come tutte le donne del mio sogno!
Il mio sogno è nutrito d'abbandono,
di rimpianto. Non amo che le rose
che non colsi. Non amo che le cose
che potevano essere e non sono
state... Vedo la case, ecco le rose
del bel giardino di vent'anni or sono!
Oltre le sbarre il tuo giardino intatto
fra gli eucalipti liguri si spazia...
Vieni! T'accoglierà l'anima sazia.
Fa ch'io riveda il tuo volto disfatto;
ti bacierò; rifiorirà, nell'atto,
sulla tua bocca l'ultima tua grazia.
Vieni! Sarà come se a me, per mano,
tu riportassi me stesso d'allora.
Il bimbo parlerà con la Signora.
Risorgeremo dal tempo lontano.
Vieni! Sarà come se a te, per mano,
io riportassi te, giovine ancora.


Marino Moretti

Moretti nacque a Cesenatico nel 1885, stessa città in cui morirà nel 1979. Dopo avere abbandonati gli studi si trasferì a Firenze dove conobbe Aldo Palazzeschi.
La sua raccolta più famosa fu pubblicata nel 1910, con il titolo di Poesie scritte col lapis; un’altra raccolta molto famosa è Poesie di tutti i giorni.
I due titoli danno la misura del tono dimesso con cui l’attore vuole affrontare i temi a lui cari: la semplicità degli affetti familiari, dei luoghi e dei personaggi della vita quotidiana (le stanze della casa, il giardino, i parenti, gli amici).
Molto evidente è la vicinanza alla poetica pascoliana, ma solo apparentemente: ogni cosa nasconde un ulteriore significato.
Ottenne un grande successo per la sua semplicità: poesie scritte su lapis, sul modello crepuscolare.

Io non ho nulla da dire

Il componimento può essere letto sia come una manifestazione dell'atteggiamento schivo e dimesso del poeta (del suo understatement, cioè della sua modestia non priva di ironia) sia come una sorta di dichiarazione della sua poetica, antiretorica e antidannunziana. Il poeta, infatti, per Moretti e per i crepuscolari, non ha nulla di speciale da affermare, non ha modo di rispondere agli assillanti interrogativi posti dalla contemporaneità.

Aver qualche cosa da dire
nel mondo a se stessi, alla gente.
Che cosa? Io non so veramente
perché io non ho nulla da dire.

Che cosa? Io non so veramente.
Ma ci son quelli che sanno.
Io no - lo confesso a mio danno,
non ho da dir nulla ossia niente.

Perché continuare a mentire,
cercare d'illudersi? Adesso
chi’io parlo a me mi confesso:
io non ho niente da dire.

Eppure fra tante persone,
fra tanti culti colleghi
io sfido a trovar chi mi neghi
d'aver questa o quella opinione;

e forse mia madre, la sola
che veda ora in me fino in fondo,
è certa che anch'io venni al mondo
per dire una grande parola.

Gli amici discutono d'arte,
di Dio, di politica, d'altro:
e c'è chi mi crede il più scaltro
perché mi fo un poco in disparte:

qualcuno vorrebbe sentire
da me qualche cosa di più.
« Hai nulla da aggiungere tu? »
« Io, no, non ho niente da dire. »

È triste. Credetelo, in fondo,
è triste. Non essere niente.
Sfuggire cosi facilmente
a tutte le noie del mondo.

Sentirsi nell'anima il vuoto
quando altri più parla e ragiona.
Veder quella brava persona
imporsi un gran compito ignoto.

E quelli che chiedono a un tratto:
« Che avresti tu detto al mio posto? »
« Io... non avrei forse risposto...
Io... mi sarei finto distratto...»
Non aver nulla, né mire,
né bei sopraccapi, né vizi;
osar fino in mezzo ai comizi:
«No, sa? Non ho niente da dire».

Ed esser creduto un insonne,
un uomo che veglia sui libri,
un’anima ardita che vibri
da tutto uno stuolo di donne.

« Mi dica, sua madre che dice?
Io so dai suoi libri che adora
sua madre. Nevvero, signora?
nevvero che è tanto felice?

figlio! Vederlo salire,
seguirne il pensiero profondo…»
Ed io son l’unico al mondo
Che non ha niente da dire.


A Cesena

Poesia autobiografica: ricorda di quanto è andato a trovare la sorella, sposata per convenienza, la quale gli racconta della sua vita infelice.

Aldo Palazzeschi
Nato come crepuscolare, diventa poi futurista e infine un vero e proprio dadaista.
Aldo Palazzeschi, pseudonimo di Aldo Giuriani, nacque a Firenze nel 1885. Prima di dedicarsi alla letteratura si dedicò alla recitazione e all’arte.
Molto importante è la raccolta L'incendiario, che segna l'avvicinamento del poeta al Futurismo, dal quale tuttavia si distaccò nel 1914, in aperto dissenso con la posizione interventista del movimento; da allora, Palazzeschi non partecipò più attivamente alla vita pubblica del paese, limitandosi a non aderire al fascismo e conducendo una vita appartata.
Questa raccolta è stata elaborata da Palazzeschi in modo personale e disincantato, privo di enfasi e retorica, e caratterizzato da grande brio e divertimento. Con essa ha rivelato pienamente tutta la sua carica ironica, divertendosi a dissacrare il ruolo del poeta, dando sfogo al suo amore per il non-sense.
Attacca con tono scanzonato e irriverente i conformismi della società, assegnando al poeta una funzione provocatoria.
Interessante e significativa la produzione narrativa, il cui esordio avvenne nel 1911 con Il codice di Perelà, un divertente romanzo allegorico in cui un ornino di fumo ripercorre le vicende di Cristo.

Lasciatemi divertire

Presenta il poeta come una non – guida: deve poter utilizzare la poesia per quello che preferisce, non per trasmettere messaggi.
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