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Niccolò Machiavelli (Firenze 1469 – 1527) – Fondatore della scienza politica moderna

Introduzione: M. fondò la scienza politica moderna. Da qui, “machiavellico”, che significa “comportamento politico o morale, astuto e infido, ispirato al detto che ogni mezzo è lecito per raggiungere il proprio fine”.

Biografia: nato da una famiglia nobile ma di modeste condizioni, M. manifestò subito interesse per l’attività politica, in una città travagliata dalla morte di Lorenzo il Magnifico nel 1492 e dalla cacciata dei Medici nel 1494. Dal 1498 entrò al serviziò della Repubblica fiorentina come segretario. Il suo servizio pubblico durò quasi 15 anni. Per lui la politica è “lezione delle cose”, osservazione diretta di fatti e protagonisti. Ha un’ossessione militare, vuole una Firenze dotata di armi proprie. Nel 1512 i Medici rientrano a Firenze, e Machiavelli, esponente del regime abbattuto, è privato delle cariche e mandato al confino. Liberato poco dopo, si ritira “in villa”, nel suo podere di San Casciano, dove vive in isolamento e ozio forzato. Qui, nel 1513, concepisce “Il Principe”. Nel 1527 i Medici furono ricacciati, ma la nuova repubblica lo guardava con sospetto e la sua vita era giunta al capolinea.

Le opere. Lettera a Francesco Vettori del 1513: il destinatario è un amico di M., ambasciatore di Firenze presso la papa Leone X. In contrasto con la degradazione del giorno, emerge con forza il richiamo dei classici: quella “continua lezione delle cose antique” che insieme con “l’esperienza delle cose moderne” sarà la base del Principe.

Il Principe.
E’ un trattato di scienza politica in cui per la prima volta la politica e le sue leggi sono individuate nella loro autonomia, senza essere collegata ad istanze metafisiche, religiose o di ordine morale. Vi si delinea la figura di un Principe ideale, la cui azione politica è mossa dal fine superiore della creazione e della conservazione dello stato. La sua composizione è dettata anche dalla necessità di offrire una risposta alla situazione di profonda crisi politica e militare in cui si dibattevano Firenze e l’Italia.
Scritto in prosa, in un fiorentino molto particolare, Il Principe è diviso in 26 capitoli, solitamente brevi.
Il Principe è per Machiavelli l’unica istituzione capace di dominare la malizia originaria dell’uomo, riscattandola verso il fine superiore del bene collettivo. Il bene collettivo è però imposto dall’alto, dalla volontà unica del Principe all’estraneità inconsapevole dei sudditi: molto lontana da Machiavelli la nostra idea democratica dello stato.

Il rapporto virtù-fortuna, infine, costituisce un nodo fondamentale del trattato. Il termine virtù non ha il senso morale a noi consueto, ma indica la capacità “tecnica” del Principe di agire politicamente, la sua energia di azione risoluta nel predisporre e conseguire il proprio fine servendosi di tutte le circostanze. Ma il Principe, come gli uomini, è sottoposto al potere imprevedibile della fortuna, il mutamento casuale e incontrollabile degli eventi, una forza che domina almeno la metà delle azioni umane, e che la virtù può volgere in senso positivo.

La dedica a Lorenzo de’ Medici: si tratta di un nipote dell’omonimo e molto più famoso Lorenzo il Magnifico, e cioè del figlio di Piero, personaggio del tutto mediocre, che divenne duca di Urbino illegittimamente nel 1516. Nella dedica l’autore indica i due presupposti fondamentali dell’opera: la “lunga esperienza delle cose moderne”, garantita dalla sua attività diplomatica e politica di quasi 15 anni come segretario della seconda cancelleria fiorentina, e la “continua lezione delle cose antique”, dettata dall’esemplarità della storia antica, greca e soprattutto romana.

I vari tipi di principato (I): è tutto impostato su secche e taglienti alternative.
Principato ereditario o nuovo
Carattere attuale per chi lo acquista:
- completamente nuovo
- aggiunto a uno stato ereditario
Assetto politico del passato:
- già in forma di principato.
- abituato alla libertà (repubblica)
Come si acquista un principato nuovo

Per condizioni militari
Con armi altrui
Con armi proprie
Per condizioni oggettive e valore soggettivo
Grazie alla fortuna
Grazie alla virtù

Come governare i territori conquistati (V): riguarda il trattamento da riservare agli stati “consueti a vivere con le loro leggi e in libertà” quando sono conquistati. Sono tre le possibilità per mantenere il proprio potere su di essi:
1) “ruinarli” (come fecero i Romani con certe province).
2) “andarvi ad abitare personalmente”.
3) non modificare il loro assetto politico, rendendoli tributari e creandovi un governo oligarchico amico (come fecero gli spartani con Atene e Tebe).

L’acquisto di nuovi principati con le armi e la virtù (VI): tratta della formazione di un principato nuovo, il cui acquisto sia dovuto solo alle armi e alla virtù del Principe, senza interventi esterni. Gli esempi spaziano tra la storia e la mitologia: i personaggi che seguono, hanno conseguito dei grandi risultati grazie alle loro virtù, in quanto la fortuna si era semplicemente limitata a offrire l’occasione favorevole, che fu loro merito aver saputo riconoscere e sfruttare.
1) Mosè: trovò il popolo d’Israele, stiavo e oppresso dalli Egizii, acciò che quelli, per uscir da servitù, lo seguissero.
2) Ciro: trovò i Persi malcontenti dello imperio de’ Medi, e li Medi molli ed effeminati per la lunga pace.
3) Romolo.
4) Teseo: trovò gli ateniesi dispersi.
Bisogna quindi imitare gli uomini grandi ed eccellentissimi. Chi segue il loro esempio acquista il principato con difficoltà, ma lo conserva con facilità. La difficoltà nasce dalla necessità di introdurre nuovi ordinamenti nello stato: questo fa scontrare con la tenacia di chi vuole conservare gli antichi ordinamenti. Per questo motivo è necessario che gli innovatori possano usare la forza, e che questa sia sufficiente al loro fine.

L’acquisto di nuovi principati con la fortuna e con la forza altrui (VII): la figura di Cesare Borgia, il duca Valentino, si presenta prepotentemente come il principe ideale (figlio del futuro papa Alessandro VI, ne sfruttò l’influenza).
I principati che si acquistano per merito della fortuna si ottengono facilmente ma è difficile conservarli. Chi è diventato principe improvvisamente, sull’onda favorevole di circostanze fortunate, riuscirà a restare tale solo se saprà mantenere con la virtù ciò che la fortuna gli ha dato, e fornire al suo nuovo stato quei fondamenti di organizzazione politica e militare la cui mancanza lo renderebbe debole e instabile.
Due esempi di potere della virtù e della fortuna cono Francesco Sforza e Cesare Borgia. Il primo durò molta fatica a diventare duca di Milano sulla sola base della sua virtù: ma, una volta riuscito, potè facilmente conservare il potere. L’altro dovette affidarsi alla fortuna del padre, così nonostante la sua grande virtù nel costruire i fondamenti dello stato che la fortuna e le armi altrui gli avevano concesso, dovette cedere e perdere lo stato per una “estraordinaria ed estrema malignità di fortuna”.
Le sue abilità furono molte: 1) diplomatica, che gli permise di stringere ottime alleanze.
2) crudeltà, che fu usata per eliminare definivamente gli oppositori.
3) previdenza ingegnosa, che gli fece attuare piani al limite della perfezione.
Ma la fortuna avversa rese tutto ciò vano: una malattia lo bloccò. Ma vi fu anche un errore: permettere l’elezione di papa Giulio II Della Rovere, nemico dei Borgia. Questo errore “fu cagione dell’ultima ruina sua”, nonostante rimanga il modello di principe nuovo, “imitabile a tutti coloro che per fortuna e con l’armi d’altri sono ascesi allo imperio”.

Il principato ottenuto con la malvagità (VIII): esamina un’altra via, indipendente da virtù e fortuna: la scelleratezza, dove “nimici d’ogni vivere, non solamente cristiano ma umano” usano “modi crudelissimi”.
Il primo esempio è tratto dalla storia antica: Agatocle, tiranno di Siracusa. “Non si può ancora chiamare virtù ammazzare e sua cittadini, tradire li amici, essere sanza fede, sanza pietà, sanza religione; e quali modi possono far acquistare imperio ma non gloria”.
Il secondo esempio è fornito dalla storia contemporanea, da Oliverotto da Fermo, che si impadronisce di Fermo uccidendo a tradimento lo zio e benefattore Giovanni Fogliani.
Ma perché Agatocle, macchiatosi di tante scelleratezze, riuscì a mantenere il potere?
Perché c’è un uso utile e un uso dannoso della crudeltà. Quelle utili sono quelle improvvise per garantirsi una volta per tutte il potere, che poi si tramutano in utilità dei sudditi. Quelle dannose sono invece quelle che aumentano nel tempo invece che cessare.
La conclusione è che chi conquista uno stato deve badare a fare subito le offese che siano indispensabili, e a farle tutte insieme, così da potere poi passare alla parte positiva del suo potere (“assicurare gli uomini e guadagnarseli con beneficiarli”). Sono i benefici che si devono fare a poco a poco, non le offese.

I motivi di lode o di vituperio per i principi (XV): da questo capitolo, fino al 23esimo, Machiavelli analizza la figura del principe e le qualità che deve possedere per esercitare e mantenere il potere. L’autore è consapevole dell’originalità della sua concezione, nella quale le leggi politiche sono separate e autonome rispetto a quelle morali.
1) Poiché nel mondo tanti non sono buoni, il Principe deve sapere essere all’occorrenza non buono.
2) Nel Principe tutto deve concorrere alla salvezza e conservazione dello stato, e quindi, se per salvare lo stato è necessario incorrere in qualche vizio, il Principe non si curi dell’infamia. Virtù (liberalità, pietà, fedeltà…) e vizi (crudeltà, superbia, astuzia…) non si devono misurare secondo un giudizio morale, ma secondo la loro funzionalità alla salvezza e alla conservazione dello stato.

Liberalità e parsimonia (XVI): 1) Essere liberale e circondato di magnificenza significa per il Principe avere un continuo bisogno di denaro, e dunque la necessità di gravare di tasse i sudditi e comporta tanti inconvenienti.
2) La parsimonia invece non reca al Principe altro che vantaggi: “le sue entrate li bastano, può defendersi da chi li fa guerra, può fare imprese senza gravare e popoli”, infatti con essa si assicura il favore del popolo. Gli esempi sono papa Giulio II, Luigi XII re di Francia e Ferdinando il Cattolico re di Spagna.
3) Il Principe quindi non deve temere il “nome del misero”, perché “questo è uno di quelli vizii che lo fanno regnare”. Solo nel caso non si sia ancora pervenuti al principato, ma lo si stia per fare, può essere utile la liberalità, come è anche utile quando non si spenda del proprio.

Se un principe debba essere temuto o amato (XVII): per quel fine supremo che è sempre la conservazione dello stato e il benessere dei sudditi, la crudeltà può essere più opportuna ed efficace della pietà, generatrice di disordine.
1) La crudeltà del Valentino aveva avuto come effetto la pacificazione della Romagna, dunque era stata più pietosa della pietà dei fiorentini che, tollerando le fazioni pistoiesi, avevano provocato la rovina della città. La crudeltà offende una singola persona, la pietà tutti.
2) Sta nell’avvedutezza del Principe il non cadere in nessuno dei due eccessi, tanto da non dimostrarsi incauto né diventare intollerabile.
3) Meglio essere temuti e rispettati che amati. Ma bisogna evitare l’odio. Quindi non bisogna violare le donne dei sudditi e depredare i loro beni.
4) La crudeltà è fondamentale se si è a capo di un esercito: Annibale insegna che l’inumana crudeltà permette di mantenere disciplinato l’esercito sempre.
5) Scipione, il cui esercito spagnolo si ribellò, mostrò troppa pietà che allentò la disciplina dei soldati; e non ebbe il coraggio di punire come si meritava un suo legato che aveva oppresso la città di Locri.

Il principe e la lealtà (XVIII): sulla base di un realismo aspro e spregiudicato e sul rovesciamento dell’opinione morale comune, si afferma quanto segue:
1) E’ evidente che in un principe la fedeltà e la lealtà siano lodevoli, però l’esperienza insegna che i principi che hanno agito con astuzia e senza fedeltà hanno superato quelli che si sono basati sulla lealtà.
2) Vi sono infatti due modi di combattere: con le leggi, ciò che è proprio dell’uomo, e con la forza, ciò che è proprio delle bestie. Ma, quando le leggi non bastano, il Principe deve sapere esercitare la forza; gli è necessario “bene usare la bestia e l’uomo”. Machiavelli ritrova questo insegnamento nel mito del centauro.
La metà bestiale della politica si manifesta nelle immagini della “golpe” (la volpe) e del “lione”: l’astuzia e la violenza. Così non bisogna tener fede alla parola data, se da ciò derivano dei danni, ma astutamente eluderla (“usare la golpe”).
Ne consegue che al Principe è più utile possedere in apparenza e ostentare pietà, fedeltà, religione, umanità e lealtà piuttosto che esercitarle veramente. A queste regole si è sempre ispirato Ferdinando il Cattolico re di Spagna, che “non predica altro che pace e fede, ma agisce al contrario”.

La fortuna (XXV): qui la fortuna è posta al centro dell’analisi, al fine di scoprire se la capacità attiva e volitiva dell’uomo (la virtù) possa, e come, resistere al suo potere.
1) Gli uomini non possono opporsi al potere della fortuna, del caso. La fortuna è arbitra della metà delle azioni degli uomini, ma l’altra metà resta nelle loro mani. La fortuna è come un fiume rovinoso; ma a tempo opportuno l’uomo può ben preparare i ripari. Fuor di metafora, la fortuna è potente quando non trova una virtù preparata a resisterle.
2) Ottiene esito positivo chi si viene a trovare in una situazione in cui il suo operato si accorda all’opportunità del momento, negativo chi invece si trova ad agire in disaccordo coi tempi.
3) Il carattere impetuoso e adeguato alle circostanze storico-politiche del momento, ha permesso a papa Giulio II di conseguire un successo altrimenti impensabile. Se però le circostanze fossero mutate e avessero richiesto prudenza, anche lui sarebbe andato in contro alla ruina, perché la sua natura non gli avrebbe concesso di modificare i suoi modi secondo la necessità del momento.
4) La fortuna varia, mentre la natura degli uomini è immutabile; quando le due cose concordano essi sono felici, quando discordano sono infelici.
5) Nei confronti della fortuna è comunque meglio “essere impetuoso che respettivo”, perché la fortuna è donna, e può essere dominata e urtata con l’impeto e l’energia propria dei giovani, che infatti con più audacia la comandano.

Esortazione a liberare l’Italia (XXVI): vi è un radicale mutamento di tono. Fin qui abbiamo letto un trattato di tecnica politica, freddo, obiettivo. Ora invece spira il soffio della passione. E’ un grido di dolore sulle condizioni attuali dell’Italia e una esortazione a “pigliare l’Italia e liberarla dalle mani dei barbari”. E’ una invocazione ad un principe redentore, affinché crei uno stato forte, magari partendo dall’Italia centrale dove avrebbe dovuto dominare il Valentino, e tolga l’Italia dal barbaro dominio francese e spagnolo.
1) Le condizioni attuali dell’Italia possono offrire materia a “uno prudente e virtuoso” di mostrare le proprie virtù. La fortuna contraria ha per ora impedito la redenzione (il caso del Valentino). Segue una personificazione dell’Italia che reclama il suo redentore, e un’invocazione di M. ai Medici affinché si mettano a capo di questa missione di liberazione.
2) Finora la virtù militare italiana è sembrata spenta. La debolezza dei capi ha fatto sì che gli eserciti italiani abbiano sempre dato cattiva prova di sé. Quindi bisogna dotarsi di armi proprie, ben comandate dal Principe.
Infine, viene ribadito come un redentore sarebbe ricevuto con le migliori accoglienze, perché a “ognuno puzza questo barbaro dominio”. Che i Medici prendano sopra di sé questa giusta impresa, e facciano diventare realtà l’augurio petrarchesco sulla “virtù” e l’”antico” valore degli “italici cor!”.

Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio: in essi vi è un nuovo modo di interpretare la storia antica traendone lezioni politiche valide per il presente.
E’ diviso in tre libri. Il primo tratta in genere delle “deliberazioni fatte da’ Romani, pertinenti al di dentro della città”, cioè della politica interna. Particolarmente importante è il capitolo IV, dove si sostiene che “la disunione della Plebe e del Senato romano fece libera e potente quella repubblica”, cioè individua l’importanza delle tensioni interne e delle lotte politiche per la vitalità di uno stato.
Il secondo libro tratta soprattutto delle deliberazioni “che ‘l Popolo Romano fece pertinenti allo augumento dello imperio suo”, cioè della politica estera, dell’organizzazione militare e della conduzione della guerra.
Il programma del terzo libro è di illustrare “quanto le azioni degli uomini particulari facessono grande Roma, e causassino in quella città molti buoni effetti”.
Si tratta di divagazioni tratte dalla lettura di Livio, su cui si inserisce la personalissima riflessione politica dell’autore, in grado di trasformare la storia antica in una lezione preziosa per l’azione politica contemporanea.
Rispetto al Principe, il quadro dei Discorsi si allarga: non è più solo il principato a essere preso in considerazione, ma anche la repubblica. Lo stato viene considerato come un organismo naturale che ha un’origine ed è sottoposto alla decadenza, evitabile solo se si riesca a ricondurlo ai suoi “principi”, ai fattori originari della sua forza.
Anche nei discorsi l’autore sostiene che deve essere fondato da un solo uomo, ma per l’organizzazione e il mantenimento dello stato è più indicata la repubblica, che non è ancora toccata dai rischi della successione come invece accade per il principato, e riesce a sintetizzare gli interessi particolari in una superiore unità.

Proemio al libro I:
la storia antica è per M. un repertorio di esempi e azioni da meditare e imitare; il principio di imitazione, che regge le arti, dovrebbe anche essere applicato alla politica. Ma i contemporanei non hanno della storia quella “vera cognizione”, che permetterebbe l’imitazione politica e militare; cioè di “ordinare le republiche”, “mantenere li stati”, “governare e regni”, “ordinare la milizia”, “amministrare la guerra”, “iudicare e sudditi” e “accrescere l’imperio”.

La religione nell’antica Roma: prendendo esempio dall’antica Roma, e dalle caratteristiche del paganesimo, Machiavelli ne deriva un’idea della religione come potente instrumentum regni, vale a dire come un mezzo atto a creare e sostenere un vincolo di coesione civile tra gli uomini.
Serviva infatti “a comandare gli eserciti, a animire la plebe, a mantenere gli uomini buoni, a fare vergognare i rei”. La religione è al servizio dello stato.
“Numa, trovando un popolo ferocissimo e volendolo ridurre nelle obedienze civili con le arti della pace, si volse alla religione, come cosa al tutto necessaria a volere mantenere una civiltà”.
“Mai fu alcuno ordinatore di leggi straordinarie in uno popolo, che non ricorresse a Dio; perché altrimenti non sarebbero accettate. La religione introdotta da Numa fu intra le prime cagioni della felicità di quella città; perché quella causò buoni ordini, i buoni ordini fanno buona fortuna, e dalla buona fortuna nacquero i felici successi delle imprese”.

La religione come elemento di coesione dello stato: “una repubblica religiosa è per conseguente buona e unita”. Ma in Italia manca la religione, e ciò è fonte di infiniti mali. La colpa è dello Stato della Chiesa, che con i suoi “esempi rei”, cioè con i costumi corrotti, ha fatto perdere la religione agli italiani.

Il potere della fortuna sull’uomo: poiché la fortuna varia nel tempo, bisogna cambiare il proprio modo d’agire, così come lo richiedono i tempi; ma dato che la natura dell’uomo è immutabile, e non si sa risolvere a un cambiamento inopinato, la discordanza fra le circostanze e l’azione che esse richiedono causa l’inevitabile rovina.
“La cagione della trista e della buona fortuna degli uomini è riscontrare il modo del procedere suo con i tempi. Fabio Massimo, il temporeggiatore, procedeva con lo esercito rispettivamente e cautamente, discosto dall’impeto e dall’audacia romana, e la buona fortuna fece che questo suo modo riscontrò bene con i tempi”.
“Quinci nasce che una repubblica ha maggiore vita ed ha più lungamente buona fortuna che uno principato; perché la può meglio accomodarsi alla diversità de’ temporali, per la diversità de’ cittadini che sono in quella, che non può uno principe”.

La difesa dello stato è l’obiettivo prioritario: la resa alle Forche Caudine era stata per l’esercito romano un ignominioso epilogo della sconfitta subita ad opera dei sanniti. M., politico della verità effettuale, e con l’intenzione sempre fissa a quel fine superiore che è a conservazione dello stato, elogia la decisione romana di accettare la sconfitta e la vergogna e di salvare così l’esercito, rimasto il solo fondamento dello stato.

Istorie fiorentine (1520-25): nel 1520 M. riottiene la grazia dei Medici. Il cardinale Giulio allora gli affida il compito di scrivere la storia di Firenze, “da quello tempo gli parrà più conveniente et in quella lingua o latina o toscana a lui parrà”. M. ci lavora per 5 anni a San Casciano, sfornando 8 libri in volgare. L’opera riepiloga “tutti gli accidenti d’Italia” dalla fine dell’impero romano fino alla morte di Lorenzo il Magnifico nel 1492.
Alle Istorie non possiamo chiedere esattezza storiografica: più che un’opera di cronaca si tratta di una interpretazione dei fatti. Per fare ciò M. si serve delle cronache precedenti, senza nessun controllo critico. Infatti a lui interessa solo dimostrare l’efficacia delle sue idee politiche.
Infine enuncia la soluzione alla crisi che travaglia Firenze così come tutta l’Italia: la rivendicazione della grande tradizione comunale, di cui auspica il ritorno.

Arte della guerra (1519-20): è un trattato teorico-militare, scritto in forma dialogica, in 7 libri. Il principale personaggio è Fabrizio Colonna, uomo d’armi e condottiero dell’esercito spagnolo in Italia: a lui M. fa esprimere le proprie idee. I principali argomenti di discussione sono il reclutamento delle milizie (è a favore della milizia popolare e contro le truppe mercenarie), la preparazione dei soldati, la disposizione dell’esercito per la battaglia, la disciplina, le fortificazioni e il modo di difenderle e prenderle.

Deprecazione dell’inettitudine militare e politica dei principi italiani: Fabrizio Colonna diventa il portavoce delle idee e del risentimento di Machiavelli nei confronti dell’incapacità militare e politica dimostrata dai principi italiani nelle recenti guerre. Dopo aver detto che gli italiani, dal punto di vista militare sono “il vituperio del mondo”, e che la colpa di ciò non è dei popoli ma dei principi, che ne “sono stati castigati…perdendo ignominiosamente lo stato”, il Colonna conclude con un’amara deprecazione all’inettitudine dei principi.
“Credevano i nostri principi italiani, prima ch’egli assaggiassero i colpi delle oltramontane guerre, che a uno principe bastasse sapere scrivere una bella lettera, ornarsi di gemme e d’oro, dormire e mangiare con maggiore splendore che gli altri…Di qui nacquero poi nel 1494 i grandi spaventi, le subite fughe e le miracolose perdite: e così tre potentissimi stati (Venezia, Milano e Firenze o Napoli) sono stati più volte saccheggiati e guasti. Ma quello che è peggio, è che quegli che ci restano stanno nel medesimo errore”.

La mandragola (1519): si segnala per la forza rappresentativa con cui si traducono i caratteri e le pulsioni umane. E’ una commedia in cinque atti e in prosa. Il giovane Callimaco è innamorato della bella e onesta Lucrezia, moglie dell’anziano e balordo messer Nicia, ma dispera di giungere a realizzare il suo amore. Il mezzano Ligurio, che conosce la dabbenaggine di Nicia, combina allora un beffardo intrigo. Sapendo che il più forte desiderio di Nicia e della moglie è di avere un figlio, Callimaco fingerà di essere medico e consiglierà a Lucrezia una pozione miracolosa ottenuta da un’erba di particolare virtù, la mandragola: però il primo uomo che avrà rapporti con Lucrezia subito dopo che avrà bevuto la pozione, è destinato a morire entro pochi giorni. Bisognerà dunque trovare chi si presti a congiungersi con Lucrezia per quella notte. Intanto, il cinico e venale frate Timoteo, corrotto astutamente da Ligurio e Sostrata, la sventata madre di Lucrezia, la convincono, vincendo le sue resistenze, ad accettare il rimedio della mandragola. Coll’aiuto attivo dello stesso Messer Nicia, sarà Callimaco, fattosi passare per un giovane malcapitato, a godere della donna, che viste le circostanze, finisce coll’accettare di buon grado il suo amore.
Il grande risultato artistico viene raggiunto anche grazie alla vivezza e naturalità del parlato che l’autore rivendicava al fiorentino come lingua della commedia, soprattutto per l’uso dei motti, comici modi di dire del vernacolo fiorentino che colorano in particolare la parlata ridicola e tronfia di Messer Nicia.

Messer Nicia, il marito sciocco (I): Messer Nicia: “Io ho tanta voglia di avere figlioli, che io sono per fare ogni cosa. Ma parlane un poco tu con questi maestri; vedi dove e’ m consigliassino che io andassi”.
Ligurio: “Voi dite bene”.

Frate Timoteo (III): Ligurio, che ha esposto il suo rimedio-piano, convince Nicia ma non Lucrezia, la quale ha scrupoli morali. Allora i due uomini chiedono aiuto al Frate.
Ligurio: “Qui s’hanno a fare distribuire in limosine parecchi centinaia di ducati, ma prima è necessario che ci aiutiate d’un caso strano intervenuto a Messer Nicia”.
Narrata una storia-truffa, Ligurio ottiene il benestare del Frate.

Lucrezia, Sostrata e frate Timoteo (III): Lucrezia: “Mi pare strano di avere a sottomettere el corpo mio a questo vituperio, ad essere cagione che un uomo muoia per vituperarmi. Io sudo per la passione”.
Frate Timoteo: “Sono stato in su’ libri più di dua ore a studiare questo caso; e dopo molte esamine, io trovo molte cose che fanno per noi. Qui è un bene certo che voi ingraviderete, mentre male incerto è che, colui che iacerà, si muoia; ma e’ si trova anche di quelli che non muoiono. E non farete peccato: peccato è dispiacere al marito, e voi li compiacete; pigliarne piacere e voi ne avete dispiacere. Io pregherò Dio per te. Andate e preparatevi a questo misterio”.

Il monologo di Frate Timoteo (V): venuta la sera, mentre Callimaco si veste da garzonaccio che passeggia scioperato cantando e suonando sul liuto, Ligurio, Nicia e Frate Timoteo (che si finge Callimaco), lo rapiscono e lo introducono a forza in casa di Messer Nicia. Assistiamo qui a un monologo di frate Timoteo.
“Io non ho potuto questa notte chiudere occhio. Andai in chiesa, mutai uno velo ad una Nostra Donna che fa miracoli. Quante volte ho io detto a questi frati che la tenghino pulita! E si maravigliano poi se la devozione manca!”.

Il racconto di Callimaco (V): le scene finali suggellano il fatto compiuto in un sarcastico lieto fine, che vede tutti, beffatori e beffato, e la stessa Lucrezia, pienamente soddisfatti.
Lucrezia a Callimaco: “Poi che l’astuzia tua, la sciocchezza del mio marito, la semplicità di mia madre e la tristizia del mio confessoro mi hanno condotta a fare quello che mai per me medesima arei fatto, io voglio iudicare che e’ venga da una celeste disposizione che abbi voluto così. Io ti prendo per signore, padrone, guida; tu mio padre, tu mio difensore, e tu voglio che sia ogni mio bene; e quello che ‘l mio marito ha voluto per una sera, voglio ch’egli abbia per sempre. Fara’ti suo compare, verrai a desinare con noi, e potremo ad ogni ora e sanza sospetto convenire insieme”.

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