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Nasce da una famiglia della piccola borghesia (all'epoca a Firenze "popolo grasso"). Il padre Bernardo era un giurista, uno studioso di legge.
Quando nasce a Firenze ci sono i Medici. Quando inizia la sua vita politica attiva, nel 1498, è da poco terminato il cosiddetto "regime repubblicano ispirato" del Savonarola. Savonarola fu frate repubblicano molto visionario che riuscì a ispirare un regime politico a Firenze per circa 4 anni. Poi fu impiccato.
Molto giovane, viene eletto Segretario alla seconda Cancelleria (oggi potremmo dire Segretario di Stato, Ministro dei rapporti internazionali). Presto tornano i Medici a Firenze e Machiavelli viene allontanato, in quanto filo-repubblicano. Nel 1512 finisce di lavorare attivamente in politica e tra il 1513 e 1519 si dedica alla scrittura delle due opere più importanti.
Le due opere escono nel 1530, quindi postume. Le opere Pubblicate quasi tutte postume, a parte L'arte della guerra, un Decennale e La mandragola (importanti politicamente). Le sue opere più conosciute:

Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio e
Il principe
Queste due sono i pilastri del pensiero di Machiavelli. Nel 1559 le opere di Machiavelli vengono messe all'indice, come autore pericolo. Chi si trovava in possesso di opere di Machiavelli riceveva pesanti denunce. Messo all’indice per la sua posizione, nei confronti della religione. Esalta la religione dei romani (cioè pagana), che rendeva l'uomo molto virile e reputa la religione cristiana ha reso invece l'uomo debole. A lui interessa l'elemento immaginativo della religione. Machiavelli ritiene che Savonarola sia modello positivo in quanto era riuscito a far credere le sue visioni al popolo:
La lingua: All'epoca si scriveva in latino. Machiavelli conosceva il latino ma usa il vogare. I titoli del Principe sono in latino, ma i contenuti in volgare, per due motivi. Per un filone storiografico egli usa volgare perché è alla portata di molti. Machiavelli, repubblicano, voleva arrivare alla maggior parte di gente. Altro filone storiografico dice che Machiavelli in realtà non sapeva come scrivere opere.
Secondo una recente tesi storiografica, usa il volgare perché si trovava meglio con il volgare.
Principe e Discorsi: Due opere pensate e scritte in contemporanea. Una dal punto di vista dei principati, l'altra punto di vista Repubbliche. La riflessione politica di Machiavelli parte sempre dal confronto con una situazione passata: vi è un continuo rimando alle esperienza politiche passate, soprattutto nei Discorsi, da un confronto tra passato (Repubblica romana) e presente (situazione fiorentina e al di fuori di Firenze).
Machiavelli non è pensatore sistematico. Egli compare e viene studiato oggi in più discipline (letteratura, dottrine politiche, filosofia) in quanto la sua esperienza ha toccato più campi. È difficile definirlo un filosofo, in quanto un filosofo si avvale della sua sistematicità. Machiavelli non è sistematico nei suoi ragionamenti. Machiavelli, può essere definito, in conclusione, come un vero politico, un politico attivo che ha sperimentato in prima persona il potere. Egli stesso si percepisce come politico e non come scrittore politico. Tiene molto a questo aspetto, alla distinzione.
"Il fine giustifica i mezzi". Tale interpretazione si è diffusa quasi in concomitanza con il ritratto da parte di Giovio. Giovio fu storico e studioso che raccolse molti ritratti (profilo biografico ma anche veri disegni) sui personaggi. Egli fissò brevi e utili biografie, anche di Machiavelli. La frase si diffuse in ambienti cattolici. Machiavelli non ha mai sostenuto che "il fine giustifica i mezzi". Machiavelli di fondo è repubblicano (= dalla parte del popolo).
Avvalersi della frase "il fine giustifica i mezzi" per capire e spiegare Machiavelli, risulta un approccio poco profondo e veritiero a quella che è la vera posizione machiavellica sulle questioni della politica.
Machiavelli riflette sulla realtà della politica italiana di fine 400 inizio 500. Riflette sulla debolezza politica e militare della penisola italiana (che era divisa in tanti stati indipendenti), diversamente da stati come la Francia. Dunque riflette su quel nuovo attore della politica, ovvero lo stato moderno.
Ci si trova davanti allo stato moderno senza che qualcuno ne abbia giustificato la nascita sotto il profilo teorico. I re, i principi, di fatto si sono dichiarati autonomi rispetto all'imperatore, assorbendo tutti i poteri inferiori e esercitando un potere quasi assoluto nel territorio di loro competenza. Dunque, lo stato moderno nasce come istituzione che si impone di fatto. Machiavelli riflette su questa circostanza.
Perché l'intervento di nuovi soggetti, attori sulla scena politica che avviene senza argomentazioni teoriche, gli suggerisce che non conta tanto ciò che si vorrebbe fare, ciò a cui si aspira. Non contano tanto gli scritti dei teorici di politica ma conta ciò che si fa in effetti, la verità effettuale della cosa. Non si deve muovere tanto dagli ideali, ma da ciò che in concreto si da e si fa.
Machiavelli cerca di dare una propria risposta teorica, capire come mai le cose vanno/sono andate. Egli risponde a questo problema con una risposta, ricostruibile sulla base della lettura dei suoi scritti, che non è filosoficamente argomentata / sistematicamente fondata. È una risposta che si ricostruisce unendo cenni che, qua e la, vengono recepiti nelle sue opere.

Machiavelli era cultore di studi storici. Le sue argomentazioni, che muovono dunque dallo studio della storia, hanno una giustificazione di tipo antropologico. Riusciamo a ricostruire l'immagine che Machiavelli elabora dell'uomo e a capire perché secondo Machiavelli le cose della storia vadano secondo certe modalità. Machiavelli non pretende di conoscere l'uomo nella sua totalità né di avere una conoscenza ontologica della natura umana, ma cerca di ricostruire delle costanti che, a suo modo di vedere, sono presenti nella storia e che quindi ci dicono qualcosa sulla natura dell'uomo.
Dunque non una conoscenza sistematica ma una conoscenza basata sulla storia. Una conoscenza quasi modernamente ipotetica. L’immagine dell'uomo che, a suo modo di vedere, giustifica lo stato di fatto. Egli muove dalla considerazione del fatto che in Italia soprattutto, ma anche in Europa, ci si trova in una situazione di disordine politico, conflitto. Osserva che il disordine, che si da a livello politico, ha delle cause legate alla natura dell'uomo.

L'uomo è un essere che tendenzialmente aspira a possedere tutto - tutte le cose possibili. Ma in realtà, nei fatti, dispone solo di mezzi limitati e di fatto può possedere solo alcune cose. Si verifica una dissonanza/ un contrasto, che colpisce l'uomo nel suo intimo. L'uomo infatti si trova divaricato tra il desiderio di possedere potenzialmente tutto, e le capacità limitate umane di cui dispone.
L'uomo comunque non diminuisce la sua aspettativa, nei confronti di ciò che potrebbe avere. Questo, fa in modo che egli sia continuamente ed eternamente insoddisfatto. Ciò implica anche il fatto che i rapporti degli uomini tra loro siano in crisi, proprio in ragione di questa circostanza. L'uomo, desiderando molto, per ottenere tutto quello che desidera non esita a compiere anche il male, quando lo ritenga necessario. L'uomo vive il dissidio dentro sé stesso, e trasporta il conflitto al di fuori, con i suoi simili. L'uomo non è creatura angelica, ma egoista e di questo si deve tener conto. SI tratta di un egoismo attivo, non rende l'uomo succube del potere politico in quanto ubbidendo al potere politico e limitandosi a vivere nella sua cerchia di amici aspirando a non essere turbati, assecondando solo i piaceri catastematici, si può giungere alla atarassia. L'uomo agisce per realizzare i suoi desideri, anche se le sue capacità sono limitate. Proprio per questo l'uomo è essere aggressivo, che cerca di ottenere ciò che vuole. Ciò genera il movimento della storia.
Tra le aspirazioni dell'uomo, quella forse più rilevante a livello politico è l'aspirazione all'ordine/pace. L'uomo desidera vivere in contesto ordinato e quindi aspira per certi versi alla pace. Tuttavia, proprio anche per lo squilibrio che vive dentro di sé, l'uomo è portato istintivamente al disordine. Ma egli non può darsi da solo quell'ordine al quale aspira.
Questo ordine viene dato all'uomo dallo stato. Per il fatto che l'uomo vive nel disordine, bisognerebbe ammettere che il potere non deriva da Dio, non ha origine divina. Se il potere politico avesse origine divina, allora l'ordine ci sarebbe sempre stato. Il potere politico e lo stato, per Machiavelli, sono costruzioni eminentemente umane. Non solo: non ci sono regole morali/giuridiche/sociali preesistenti, teorizzate, preconfezionate, che indichino la via da seguire per costruire uno stato che sia volto a dare ordine ai rapporti sociali. Ogni stato nasce attraverso vie che potremo definire come proprie e peculiari, e si impone in una determinata situazione storica.
Machiavelli è tra coloro che teorizzano una concezione moderna di stato. Egli è tra i primi autori politici che usano il vocabolo "stato" secondo l'accezione che noi attribuiamo a questa parola. Per Machiavelli, Stato è la realtà che sta, che permane. Lo stato è l'unità di comando che si impone in un determinato territorio, per un certo periodo di tempo, e che è destinato a durare più o meno a lungo.
Principe
Il primo capitolo si apre con questa frase: " Tutti gli stati, tutti e dominii che hanno avuto e hanno imperio sopra li uomini, sono stati e sono o republiche o principati. "
Machiavelli parla di stati o domini, assegnando lo stesso valore semantico ai due vocaboli. Si tratta di due realtà/due istituzioni/due modalità per esercitare potere, in forma istituzionale e organizzata, sopra gli uomini, per Machiavelli: principato e repubblica.
Machiavelli innova, rispetto alla classificazione tradizionale delle forme costituzionali. Egli riduce a due le costituzioni, anche se non parla di costituzioni, bensì di stati. Anziché le 3 rette e 3 corrotte, a cui si potrebbe affiancare lo stato misto e dunque arrivando a 7 tipologie. Riguardo alle repubbliche, Machiavelli se ne occupa nei Discorsi, composti tra il 1513 e il 1518/19. L'analisi del principato invece avviene nel Principe originale: De Principatibus".
I principati o sono ereditari o sono nuovi. I nuovi possono essere totalmente nuovi o solo parzialmente nuovi. Parzialmente nuovi quando in seguito ad annessioni lo stato si ingrandisce. Si sofferma in particolare ad indagare i problemi connessi ai principati nuovi. Per i principati ereditari, essi hanno a che fare con persone avvezze all'ubbidienza, che ubbidiscono a quel principe e a quella casata. Dunque, entro certi limiti, i principati ereditari sono più facili da governare, rispetto a quelli nuovi in cui il popolo, o interamente o in parte, non ha consuetudine ad ubbidire a quel principe.
Machiavelli si avvale della logica disgiuntiva, che presiede all'organizzazione dell'opera. Egli prende in esame sempre due alternative opposte tra loro e disgiuntamente le esamina. Poi egli esamina cosa è preferibile, analizzando le conseguenze delle diverse alternative, indica la migliore da seguire per il principe. Per quanto riguarda il principato, Machiavelli identifica il fine ultimo che un principe deve perseguire. Questo fine si articola, a seconda dei casi e potrebbe avere 3 grossi filoni:
• fondare lo stato quando lo stato non c'è - opera di innovazione - ovvero fondare qualcosa che non c'è
• se lo stato già c'è deve conservarlo
• il potere non solo poi deve consolidarsi ma deve accrescere ad altri territori il dominio
Per fondare uno stato, il principe segue regole diverse a seconda che egli abbia o meno a disposizione armi proprie. Se ha armi potrà contare sulla fedeltà dei soldati. Se non le ha, e dunque il principe deve ricorrere ad armi altrui (mercenari) deve tener conto dei rischi dell'affidarsi a mercenari. Il principe, in ogni caso, deve tener conto di come l'uomo è e conoscere molto bene la natura umana. Le regole alle quali il principe può affidarsi, allo scopo di costruire lo stato nel caso lo stato non si dia, non sono regole codificate bensì regole che il principe "inventa"/crea sulla base della sua conoscenza della storia, della considerazione della natura umana, della consapevolezza dei mezzi per giungere allo scopo (ad esempio: armi proprie/altrui?) e in ogni caso osservando la verità effettuale della cosa.
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Sempre, il principe deve rimanere fedele alla verità effettuale della cosa. Questa considerazione, necessaria per Machiavelli, impone al principe di compiere sempre delle scelte per giungere all'obiettivo stato/conservare potere/accrescere potere. Il principe agisce compiendo delle scelte. Le scelte del principe intervengono sulla realtà, che preesiste rispetto alla azione del principe. La realtà deve essere ben nota al principe stesso.
Il principe interviene in una realtà "socio-storico-politica" la quale viene modificata dall'azione del principe stesso, poi questa realtà modificata, rende necessaria l'assunzione di ulteriori scelte. Per certi versi dunque, le scelte che il principe compie sono necessitate dalla realtà che preesiste, e diventano necessitanti (o condizionanti) nei confronti delle sue azioni successive.
La dialettica che si pone tra scelte e la realtà storico-politica è dinamica: il principe, con i suoi interventi, modifica sempre la realtà. Il principe deve mantenere e salvaguardare l'unità dello stato. Per farlo deve praticare regole proprie dell’azione politica e non deve ubbidire alle regole della morale, le quali sono distinte, non necessariamente conflittuali, rispetto alle regole dell'etica. L'agire politico ha sue proprie autonome regole.
Machiavelli istituisce la rottura tra morale e politica. Machiavelli è noto per essere colui che introduce una innovazione rispetto alla precedente visione/pensiero/tradizione, in quanto traccia i confini della scienza politica, separandola nettamente rispetto ad altre discipline, come la morale, che sempre erano state considerate congiuntamente alla stessa politica. C'è sempre stato, negli autori visti fino ad ora, un rinvio reciproco tra etica e politica. Senz'altro etica e politica non erano separabili per Platone, il quale aveva presentato il suo concetto di stato ideale come "stato etico", il cui scopo è il bene. Aristotele ritiene che la politica sia una parte dell'etica, tant'è che abbiamo parlato di virtù e giustizia in quanto virtù. Anche gli stoici, Agostino e Tommaso consideravano inscindibili politica ed etica. Per quanto riguarda gli epicurei, vi sono delle differenze. Stesso discorso per Marsilio (egli non disconosce che si dia un rapporto tra politica ed etica, anche se il fine dello stato è, per Marsilio, il benessere e non il bene in senso ampio di aristotelica memoria).
Gli specula principum (tra questi viene iscritto anche il Principe di Machiavelli, in quanto tratteggia quali modalità di comportamento deve assumere il principe) vengono innovati particolarmente, con l'apporto di Machiavelli. Già su questi scritti aveva innovato Tommaso D'Aquino, prima di Machiavelli, si auspica che il principe sia un buon principe, in quanto, nell'esercitare il suo potere, egli rispetta la legge morale. Non rispecchia la realtà, la verità effettuale della cosa. Infatti, se si studia la storia, non si può non notare che re e principi non sempre hanno aderito alle norme morali nell'esercitare il potere. Anzi, spesso si sono discostati dal rispetto delle leggi morali. In politica, se si intende applicare le regole morali, si fallisce sempre.
Il giudizio morale (assiologico) nei confronti dell’azione del principe non pertiene alla sfera politica. La domanda pertinente da farsi, per Machiavelli non è se un’azione sia o meno buona, è piuttosto: se le azioni del principe sono opportune o inopportune, in relazione al fine dello stato? Se senz'altro Machiavelli non ha scritto "il fine giustifica i mezzi", è per altro vero che la sua scelta dei mezzi di cui avvalersi nella sua azione, tiene conto dei fini. Machiavelli non esclude che il principe possa essere buono o che possa agire conformemente al bene. Egli consiglia al principe che è necessario essere buono oppure non buono. Ma questo deve stare attento, data la posizione superiore e privilegiata del principe, egli stesso viene guardato dai suoi
sudditi. Egli dunque è biasimato o lodato in relazione a come si comporta. Dunque non è indifferente il comportamento del principe rispetto al popolo che gli è sottomesso. Il popolo è sensibile alle scelte che il principe pone in essere.
Egli sa bene che la politica di liberalità è pericolosa per le casse dello stato, e se è vero che Firenze si abbellisce grazie al fatto che i principi che l'hanno governata avevano senso dell'arte, è anche vero che così facendo si hanno grosse spese per lo stato. Se le casse dello stato diventano povere, poi è necessario ricorrere ad aumenti delle tasse: questo va fatto con cautela, rischiando di far inimicare il popolo. Machiavelli, dal capitolo 15 in poi, identifica precetti ai quali il principe deve/può attenersi discrezionalmente, ai quali egli può/ deve conformare la sua azione: pietà, umanità, fedeltà, integrità, fede
Il principe deve governare gli uomini sapendo come sono fatti, ma anche con le leggi e con la forza.
Il governo attraverso le leggi è quello "più proprio" degli uomini. Il governo attraverso la forza invece, caratterizza le bestie. Non sempre il governo attraverso le leggi è sufficiente. Talvolta il principe deve saper avvalersi dell'uso della forza, essere insieme/al tempo stesso bestia e uomo. Machiavelli osserva successivamente che una senza l’altra non consentono al principe di conservare a lungo il suo potere. Forza e leggi vanno usate dal principe a seconda delle circostanze.
Per quanto riguarda la forza, Machiavelli osserva che tra le bestie se ne devono scegliere due: GOLPE (volpe) e LIONE (leone). Questi due animali sono i modelli che il principe deve assumere.
Il leone non si difende dai cosiddetti "lacci", non è abbastanza furbo da intervenire davanti ad avversari astuti. La volpe a sua volta è furba ma non è così forte come il lupo. La conclusione, e sintesi, dei due animali è: bisogna essere golpe a riconoscere i "lacci" e lione a sbigottire i lupi.
I principi che sono o l'una o l'altro, non svolgono adeguatamente il loro ruolo. Il principe deve occuparsi sempre di quanto i sudditi pensano di lui. Per questo Machiavelli sviluppa a fondo la seguente argomentazione: il principe deve essere un gran simulatore e un gran dissimulatore. Gli uomini ubbidiscono di buon grado se stimano il principe, e ritengono che sia partecipe del loro stesso destino, e che condivida le stesse modalità d'azione ritenute buone dal popolo.
Il popolo desidera che il principe abbia pietà, umanità, fedeltà, integrità, fede ma non è necessario che il principe abbia le qualità richieste dal popolo, è importante che sembri al popolo che egli le abbia. Il principe sta in alto rispetto al popolo. Il popolo solo dal basso vede
il principe, e deve ricavarsene necessariamente una buona immagine. Essendo il principe lontano dal popolo, il popolo mai può conoscere la vera natura del principe. All'epoca si riteneva che si potesse avere una vera conoscenza delle cose, e dunque anche degli uomini, solo se si potevano toccare con mano.
Il popolo deve credere che il suo principe sia pietoso, religioso, integro moralmente, rispettoso dei patti. Quindi, quanto alla separazione morale/politica, il principe certo, nel compiere scelte politiche deve rispettare le regole proprie della politica (che gli consentono di perseguire il fine proprio del suo ruolo), ma non può fare assolutamente come se morale e religione non fossero rilevanti. Il principe deve quindi simulare o dissimulare la sua natura, All'occorrenza, deve dissimulare quelle qualità che rischiano di danneggiare la sua posizione. E’ buon politico colui che raggiunge il fine. Il popolo deve comunque rispettare il principe, e temerlo. Il principe deve fare in modo che il popolo lo stimi: senza la stima del popolo, il principe difficilmente avrà successo. Il principe sarà un buon principe quando, grazie alla sua azione, riuscirà a conservare/mantenere/ rafforzare il potere dello stato.

Il principe deve rispettare i patti che stipula con gli altri stati? Si, se è conveniente. No, se alla lunga ciò dovesse indebolire e danneggiare il principe e il suo potere. Pacta Sunt Servanda : i patti devono essere osservati, è legato, anche qui, all'obiettivo: non è sempre necessario che il principe mantenga le promesse, anche se è necessario che egli di fronte al popolo appaia come colui che mantiene la parola data.
Tuttavia, Machiavelli osserva che la storia umana è determinata per metà dalla fortuna e per metà dalla virtù. Tutti gli avvenimenti umani sono influenzati per metà dalla fortuna e per metà dalla virtù.
Fortuna e virtù, cosa sono? Fortuna e virtù sono arbitri delle nostre azioni, dice Machiavelli. Fortuna:
Fortuna ha significato che gli viene dal latino. Ha poco a che fare con ciò a cui ci riferiamo noi oggi, pensando al vocabolo. La fortuna ha una valenza semantica neutra. Equivale al latino "sors", sorte, ovvero caso. La fortuna è la sorte dunque, il caso. Caso che può essere sia positivo sia negativo.
Virtù:
Virtù deriva da "vir", per Machiavelli. Vir è la determinazione, la costanza nel perseguire un determinato fine. In altre parole, essere protesi verso uno scopo e orientare tutte le proprie azioni verso quel fine che ci si è posti. Virtù è costanza di volere un fine.
Machiavelli si avvale di una nota metafora, per rappresentare i rapporti tra virtù e fortuna: la fortuna è come un fiume in piena. Machiavelli immagina una città attraversata da un fiume: Firenze. Il principe è un buon principe se, considerando la natura del territorio, sa e fa costruire argini alti per fronteggiare le piene, impedendo allo stesso tempo che si costruiscano edifici a ridosso del fiume. I fiumi, per natura, ogni tanto, straripano: fenomeno naturale, non è cosa straordinaria. Sarebbe irragionevole costruire edifici a ridosso del fiume. E può sempre verificarsi l'evento eccezionale che genera il crollo degli argini, ed eventualmente della città. Ciò significa che il principe non sia stato virtuoso? No. Egli ha fatto tutto il possibile, mettendo in campo tutte le proprie capacità. Il principe in questo caso deve chinare il capo di fronte alla sorte avversa. Anche in questo, il principe dimostra d'essere all'altezza del suo ruolo, nel sapere chinare il capo di fronte alla sorte avversa.
Il Duca Valentino L'esempio storico che Machiavelli ha in mente è il Duca Valentino. Quest'ultimo, aveva agito conformemente ai principi che poi Machiavelli ha scritto. Egli, aveva saputo sfruttare la situazione favorevole in cui si trovava, ovvero essere il figlio di Alessandro 6° Borgia - il Papa. Egli, avendo una protezione di elevato grado, aveva saputo accrescere il suo potere e dunque quello del suo principato. Tuttavia, il padre muore prematuramente. Viene eletto Giulio Della Rovere, proveniente da una delle famiglie nemiche dei Borgia, che ostacola la politica del duca Valentino. Il duca Valentino ha accettato la situazione, null'altro poteva.
Il principe virtuoso governa al tempo stesso con le leggi e con la forza, forza intesa come forza razionalizzata. Il potere politico si avvale necessariamente della forza. Necessariamente il comando espresso nella legge è comando coattivo ma, la coazione presa per sé stessa, immotivata, eccessiva, non consente di ottenere lo scopo, ma anzi ne allontana il conseguimento. Il principe non può non avvalersi di buone leggi per governare lo stato, e l'uso della forza è un uso razionale della stessa, commisurata agli obiettivi. Il potere politico viene considerato per certi versi come un fatto razionale, ma esso non si pone assolutamente esclusivamente come un fatto. Nel potere politico è sempre presente la ragione.
Il principe non ha però la forza per governare/controllare completamente gli eventi naturali. Non è in grado di dominare le credenze del popolo in materia di morale e religione. Sorta di contraddizione: da una parte il principe che non è mai talmente forte e virtuoso da dominare le credenze popolari in materia religiosa e morale, anzi il principe deve essere rispettoso di esse. Questo sembra contrastare con il Machiavelli presentato come colui che auspica il governo tirannico e una politica scissa dalla morale. Ciò ha a che fare con la natura dell'uomo e della società. Machiavelli non indaga il fondamento della religione o morale. Ci sono e dunque il principe deve tenerne conto perché l'azione del principe interviene dopo che gli uomini si sono già uniti in società.
Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio
Qui si spiega perché è necessario che il principe simuli e dissimuli, a seconda dei casi. Nei Discorsi, egli osserva che i principi sulla base dei quali la società umana si fonda, sono proprio principi di natura religiosa e morale. Per questo motivo il principe deve far attenzione a disattendere le norme morali/religiose. Il principe deve partecipare al culto, anche se non ci crede.
I Discorsi sono un'opera che ha al tempo stesso carattere storico e politico. L'oggetto dei Discorsi è la storia romana, e in particolare la repubblica romana. Nei discorsi, Machiavelli esibisce la sua vera aspirazione: esprime cioè il suo animo repubblicano. Guardando alla storia di Firenze, conclude che l'organizzazione istituzionale repubblicana non è organizzazione istituzionale buona, in quanto l'esperienza di Firenze dimostra che solo per brevi periodi il popolo fiorentino era in grado di mantenersi in una istituzione repubblicana. Nel giro di pochi anni si rendeva necessario il ritorno alla forma del Principato.
Questa conclusione, non può essere fatta se si studia a fondo la storia romana. Grazie allo studio della storia romana, Machiavelli può concludere che, sotto certi profili, la repubblica è da preferire rispetto al Principato. Machiavelli osserva che mentre nella repubblica fiorentina, i dissidi tra ricchi e poveri - ottimati e plebei - rischiano sempre di distruggere le istituzioni repubblicane e rendono necessario l'intervento (la "mano forte") del principe, a Roma per contro, i conflitti patrizi-plebei non ostacolano l'istituzione repubblicana. Anzi, a Roma questi conflitti patrizi-plebei, vengono ricomposti e assorbiti nella Costituzione repubblicana stessa, assicurando la lunga durata della costituzione repubblicana e grande potenza a Roma stessa.
La risposta alla domanda che ci si è posta sta nelle opere di Polibio. Polibio aveva già osservato che i conflitti aristocratici-plebei venivano riassorbiti nella costituzione repubblicana romana, ed erano risolti in modo virtuoso permettendo il rafforzamento di Roma. La Costituzione repubblicana, in realtà, era manifestazione di quella che Polibio aveva identificato come costituzione mista, (comprendeva al suo interno i tre principi delle costituzioni rette - principio monarchico/aristocratico/democratico).

Dunque, a Roma le buone leggi erano frutto del buon funzionamento degli organi istituzionali legati ai 3 principi: consoli, senato, tribuni. Tuttavia l’ordine sociale (e quindi la composizione dei conflitti patrizi-plebei) non si ottiene solamente grazie alle buone leggi. Per ottenere ordine sociale è necessario che siano presenti in tutto il popolo i cosiddetti boni more, buoni costumi e tradizioni.
Il popolo di Firenze non aveva questi boni mores, non aveva buone tradizioni. Questi boni mores potremo dire che sia la spontanea ubbidienza alle leggi dello stato. Punto fondamentale: i cittadini <fossero plebei o aristocratici>, a Roma, ubbidivano spontaneamente. È proprio questa ubbidienza spontanea, naturale quasi, che consente il permanere delle istituzioni repubblicane nel lungo periodo.
Il popolo romano è popolo/diventa popolo dal momento in cui si sottomette alle leggi e ubbidisce ad esse spontaneamente (=senza essere costretto a farlo). Questa è una sorta di norma formale fondamentale che rende un aggregato di uomini un popolo. A Firenze non sono possibili istituzioni repubblicane perché manca il popolo, ma c'è semplicemente un volgo, il quale non ubbidisce alle leggi dello stato. Quando il popolo non c'è, allora è necessario che intervenga il principe. Il volgo a Firenze è diviso al suo interno ma diviso innanzi tutto sotto il profilo morale e all’ubbidienza delle leggi.
Il popolo ubbidisce spontaneamente alle leggi dello stato? Machiavelli, nei Discorsi, risponde dicendo che il popolo ubbidisce alle leggi dello stato perché ritiene che, così facendo, ubbidisce alla divinità. Il popolo ritiene che il legislatore, nel momento in cui emana le leggi, adempia ad un compito che equivale a fare la volontà divina. Ubbidienza è rivolta alla divinità. Si tratta di una religiosità pagana, come si sa, ma sempre religiosità è. Per Machiavelli, al fondamento dello stato e degli ordinamenti repubblicani sta la religiosità del popolo.
Dove manca il timore di Dio è necessario far intervenire il timore nei confronti del principe. Per questo, il principe deve essere temuto e rispettato: perché si riversa nel principe ciò che invece
nell'esperienza repubblicana - e dunque nel popolo (e non volgo) - sarebbe rivolto alla divinità. Timore che non è paura, il timore implica il rispetto. Anche per Machiavelli, la religione (religiosità pagana) dice e fa l'unità dello stato. È miopia politica non tenerne conto. A Machiavelli non interessa l'aspetto teologico, la religione e la verità della religione ma importa l'unità e il mantenimento dello stato.
In ultima analisi, quindi il popolo è libero solo grazie alla religiosità. Il modello repubblicano romano non è esportabile. L’istituzione repubblicana è possibile e realizzabile solamente dove sia presente un popolo (e dunque dove i cittadini abbiano attitudine spontanea all'ubbidienza e non siano cioè volgo). Dove non c'è è possibile solo il principato.
I conflitti che intervengono tra le classi sociali, soprattutto tra ricchi e poveri, non vengono cancellati nella repubblica, permangono. Semplicemente essi vengono ricomposti consentendo alle diverse classi di esprimere le proprie istanze nei luoghi adatti. Dunque le
contese che ineriscono alla vita sociale, benché gli uomini abbiano acconsentito di unirsi in un unico organo politico disperdendo gli egoismi, non sono eliminabili (le contese), ma vengono composte e incanalate in uno sfogo istituzione. Il conflitto non è eliminabile dalla vita sociale secondo Machiavelli
Va tenuto presente che però nel Principe, spesso Machiavelli consiglia al principe di evitare di far scivolare il timore che il popolo deve nutrire nei suoi confronti, in disprezzo. Il timore non deve essere esasperato, e il principe non deve infierire nel popolo, perché se il popolo temesse esageratamente il principe e dunque giungesse a non rispettarlo, il disprezzo necessariamente porterebbe alla caduta del principe e dunque al fallimento del suo obiettivo (mantenere potere). Soltanto per timore di Dio il popolo ubbidisce alle leggi
E' studiando la storia che Machiavelli afferma che la repubblica è un'ottima forma organizzativa, la quale però si ancora su valori che non sono strettamente politici, anche sulla presenza nel popolo che si da ordinamenti repubblicani di valori morali/etici e di valori religiosi. Dunque, è vero che Machiavelli è colui che separa politica da morale e religione, è vero che è colui che ritiene che la
politica debba essere esercitata con regole proprie, ma è altrettanto vero che i confini che egli traccia non escludono morale e religione dall'ambito politico. Tanto che se il principe non crede
nella stessa fede del popolo, deve fingere di credere.
La religione è intesa da Machiavelli, nei Discorsi ma anche tra le righe del Principe, come fondamento di uno stato libero. Si tratta certo di una religione civile, o comunque di certo non è religione dai risvolti teologici. In fondo, si potrebbe quasi affermare che la divinità risulta essere lo stesso stato, dato che la religione pagana indicava nel lume tutelare dello stato il simbolo dello stato stesso.
Potremmo dunque quasi dire che il lume tutelare dello stato è un tutt'uno con lo stato stesso.
Sulla base di queste condizione, per Machiavelli, le istituzioni repubblicane possono durare per sempre, ma non dovunque e ovunque. Quando mancano i costumi del popolo, che si esprimono nelle leggi dello stato e si manifestano negli ordini dello stato stesso, la costituzione repubblicana non è possibile come costituzione duratura (si veda l'esperienza fiorentina).
La storia dell'Italia, dal 1300 in poi, è tale da giustificare l'assenza dei costumi repubblicani nella cultura popolare dell'Italia stessa. Il volgo italiano, in particolare quello fiorentino, per Machiavelli, è stato allontanato dalla possibilità di darsi buoni costumi, per due fattori collegati tra loro:
1. Circostanza (considerata in forma dubitativa, possibilità): alcuni caratteri peculiari (intrinseci) della religione cristiana che a partire dalla fine del 4° secolo in avanti la religione cristiana era diventata quella ufficiale dell'impero romano.
2. Presenza in Italia dell'istituzione del Papato - (questa non è circostanza ma è un fattore affermato con sicurezza).
Machiavelli disapprova due elementi della religiosità cristiana:
1. Innanzi tutto non approva il momento trascendente. La presenza di questa divinità trascendente proietta il cittadino in una dimensione che lo distoglie dalle cose di questo mondo, come la politica (si vedano le fasi del cristianesimo nei confronti della politica - fase di disinteresse che si conclude nel 70 dC).

2. L'altro aspetto è connesso più direttamente con l'etica cristiana: l'etica del perdono. Il Cristianesimo, in effetti, induce a perdonare non solo i propri amici ma anche i propri nemici. Il rischio è che nemici non siano considerati solo quelli personali ma anche quelli dello stato, e allora il perdono rivolto e destinato ai nemici personali e dello stato è rischioso sotto il profilo politico. Lo stato, la politica, deve essere forte, e non debole.
Machiavelli, per contro, approva un altro elemento (non potrebbe non essere così): obbligo che San Paolo faceva cadere in capo ai cristiani, nell'epistola ai Romani, di ubbidire in coscienza all'autorità politica, ubbidienza piena, senza residui. Comunque l'atteggiamento di Machiavelli verso la religione cristiana è di forte diffidenza resta: aperta condanna in certi casi, ma non completa e
assoluta senza motivazioni.
Condanna drastica dell’istituzione papale. Il papa esercita allo stesso tempo potere spirituale e temporale. Da un lato infatti il papato è troppo debole, in quanto stato della Chiesa, per agglomerare attorno a sé gli altri staterelli che costituivano il panorama italiano. Dall'altra parte lo stato pontificio è tanto, troppo forte da impedire che un altro stato possa assumere il ruolo guida per raggiungere l'unità della penisola.
Il problema è che lo stato pontificio è allo stesso tempo espressione della particolarità politica e espressione della universalità religiosa. Questa pretesa universalistica che si accompagna al suo ruolo ecclesiale che lo pone in una posizione tale da rendere impossibile la formazione dello stato unitario in Italia. Ecco perché per certi versi il papa soffoca la vita politica in Italia, per altri non la soffoca abbastanza. Dunque il rimprovero al Papa è di essere un soggetto politico ma di non esserlo in maniera adeguata e sufficiente. Papato è una entità "a metà strada" e dannosa per realizzare uno stato unitario.
Possiamo dire comunque che per Machiavelli, la repubblica e il principato sono due forme istituzionali che hanno la loro ragion d'essere legata alle circostanze, alle situazioni culturali, storiche del popolo che deve darsi una certa forma istituzionale. Certo il suo cuore batte per la repubblica. Egli desidererebbe per l'Italia un modello repubblicano, lo desidererebbe per la sua Firenze. Debolezza del principato: principe è uomo che prima o poi muore. La debolezza che riguarda il principato è identificabile dal momento che il principe è un uomo.
Il problema che si pone, pur nel caso di un principe virtuoso, è dunque la sua successione. Il legare la successione all'elemento dinastico non garantisce che il successore di sangue del principe virtuoso lo sarà altrettanto. Il popolo invece, pur nell'avvicendarsi degli uomini che lo costituiscono, è un soggetto che si mantiene a lungo nella storia. La vita del popolo, per così dire, dura di più. Certo muoiono gli uomini singoli, ma essi vengono rimpiazzati. Il popolo, inteso come soggetto politico, è tendenzialmente permanente.
La costituzione repubblicana dunque viene considerata dal Machiavelli come costituzione della normalità, in quanto il popolo è soggetto politico che, per sua natura, dura più a lungo. Il principato è la costituzione adeguata a momenti eccezionali della storia. Machiavelli, che ha letto Aristotele, è realista, e lo è a modo di Aristotele. Aristotele si chiedeva quale fosse la costituzione migliore.
Lo stesso Aristotele giunge a concludere che la migliore è quella più semplice da realizzare, anche se mutamenti di circostanze storiche e culturali impongono la scelta di costituzioni diversi in relazione a
realtà diverse. Certo, dice Machiavelli, possiamo classificare le costituzioni sotto un profilo ideale, ma questo non è poi utile per governare.

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